Il barista-imbianchino

Quando stavamo in Campolungo a un certo punto mamma e babbo decisero di imbiancare la casa. Mamma scelse di fare le stanze colorate: verde la nostra camera, carta da zucchero lo studio e il bagno, salmone il salotto e il corridoio. 

L’imbianchino fu consigliato a babbo dagli amici di Borgo. O forse fu lui stesso a proporsi. Faceva il barista in Santa Caterina e aveva bisogno di arrotondare. 

Babbo disse, certo che così si prende a scatola chiusa, ma tutti dicevano che era tanto un bravo ragazzo.

Fu così che Pietro divenne il nostro imbianchino. Ai miei occhi di bambina Pietro sembrava già vecchio. Bassetto e tarchiato, aveva la testa rettangolare e una linea stretta al posto della bocca. Per cappello un foglio di giornale piegato a barchetta e una pioggia di zeta quando parlava. 

Però arrivava in moto e con un giubbotto di pelle nera.

Mamma aveva comprato diverse boccettine di plastica colorate e all’inizio il lavoro fu quello di trovare il tono e la concentrazione giusta per la tinta. 

Quando era al bar poi Pietro chiacchierava di noi.

Allora, come va a casa di Asvero? gli chiedevano.

Troppe suppellettili, troppe suppellettili, si lamentava.

Le parole uscivano come schioppettate dalla bocca stretta.

Gli amici poi lo riferivano a babbo e a cena ci divertivamo a fare il verso a Pietro. 

Quando si trattò di preparare la tinta per il salotto e il corridoio, Pietro si dovette adeguare alle richieste di mamma.

Poi si sfogava con i clienti del bar.

Tutto aranzone, fanno tutto aranzone. Non hanno gusto, niente gusto.

In salotto c’era un mobile pensile con i bicchieri regalati a babbo e mamma per il matrimonio. Il servizio Napoleon da brandy, le coppe alla veneziana, ogni bicchiere di un colore diverso e i fregi d’oro, con una coppa più grande. I cristalli da whisky, quelli da vino. Nello scompartimento centrale c’erano i liquori. Aperol, J&B, Strega, sambuca, Stock 84, il vermouth Martini, il gin Beefeater. 

Dopo aver dipinto la stanza tutta aranzone Pietro riappese il pensile e disse a mamma che poteva rimetterci dentro bottiglie e bicchieri. 

Senza tasselli? Disse mamma. È sicuro che quei chiodi reggono?

Signora, tranquilla. Può dormire fra due guanzali. 

La mattina dopo, appena sveglia, babbo mi chiese se durante la notte avevo sentito niente.

No, perché?

Beata te che c’hai il sonno pesante. Vai in salotto a vedere che è successo…

Il pensile era a terra in mezzo a un oceano di vetri rotti e una brodaglia alcolica e appiccicosa. Non si salvò nulla.

Meno male potevamo dormire fra due guanzali, disse mamma. 

Ripulimmo tutto e buttammo via i cocci. 

Per fortuna il mobiletto, in robustissimo tek, si era salvato, a parte una piccola sfaldatura nel legno sul davanti e gli sportelli in vetro che erano andati in frantumi. 

Prima ho sentito un botto, bum, diceva babbo, e subito dopo un altro, sbram. 

Il pensile, abbastanza lungo, era caduto infatti prima da un lato e subito dopo dall’altro.

E nel mezzo il tintinnio dei vetri. 

Non ricordo come andò a finire con Pietro ma so che da allora la storia del tutto aranzone e può dormire fra due guanzali è entrata a far parte delle leggende di famiglia e ancora oggi, a distanza di anni e anni, continuiamo a riderci su.

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