La moka di Alex Nannini

Un anno fui invitata a pranzo da Alex Nannini con altri giornalisti nella casa di Belriguardo. Era l’occasione per lanciare il suo marchio di caffè con l’apertura di alcuni negozi, da quello di Firenze a uno perfino a Giacarta. 

Venni via con un regalino, una moka gialla griffata Caffè Nannini, due tazzine e una confezione di caffè. 

Il caffè all’epoca lo bevevo americano, per cui la moka non la usavo. Così anche in famiglia dove l’unico che beveva caffè, ma liofilizzato, era babbo.

D’estate risalii nel profondo Nordest per un altro contratto di lavoro in una città dove non ero mai stata prima di allora. Un’amica mi suggerì di coabitare con una tipa che lei conosceva e che stava da sola in una bella casa in centro. Il fidanzato disse, ma no dai, non può trovarsi bene con una persona così. Ma l’amica spiegò che la tipa aveva intenzione di passare l’estate in Australia per cui per la maggior parte del tempo sarei rimasta sola.

Alla fine ebbe ragione il fidanzato dell’amica. Credo che mi salvai solo per gli orari di lavoro, come al solito molto lunghi. 

Con la tipa non era facile parlare. Le chiedevo quanto dovessi darle di contributo casa e lei non diceva niente. Faceva giusto un risolino. Alla domanda ma te quando parti per l’Australia, rispondeva in maniera vaga. Non mi disse nemmeno che da un giorno all’altro la mia camerina sarebbe stata distrutta da alcuni lavori di ristrutturazione e io sarei finita a dormire in salotto senza un posto dove tenere le mie cose. Intanto a causa della polvere fui costretta a tenere le mie valige tra la macchina e il terrazzo per un mese. Avevo comprato anche diversi vestiti nuovi che rimasero nel sacchetto del negozio, nel bagagliaio dell’auto, finché alla fine dell’estate non ritornai in Toscana.

La tipa beveva molto caffè e lo faceva con la moka. Pensai di regalarle quella che mi aveva dato Alex Nannini, credendo di farle un piacere. Era così carina, smaltata di un giallo pallido. 

Un giorno la sentii al telefono che parlava di me ridacchiando perché ero una che riciclava i regali.

Normalmente, quando rientravo la sera stanca dopo il lavoro, trovavo la casa piena di gente. Lei mi esibiva come l’amica toscana e ci teneva che pronunciassi le parole come facciamo noi.

Ero diventata la sua scimmietta per gli ospiti e non potevo nemmeno salutare e andare a letto, perché non avevo più una camera. Dovevo aspettare che fossero andati via tutti.

Alla fine, dopo tante risposte vaghe, la tipa mi confessò che il progetto Australia era più complesso di quanto avesse creduto e che non era facile trovare una sistemazione economica per alcuni mesi.  

Te la trovo io, le dissi.

Scrissi qualche email ai contatti australiani dell’associazione scambio casa di cui facevo parte e in pochi giorni rispose una psicologa che la avrebbe ospitata gratuitamente per tutto il tempo che voleva senza pretendere nemmeno lo scambio in Italia. Non era stato difficile.

Finalmente partì e io potei rilassarmi un po’ nelle ultime settimane che mi rimanevano.

Prima di andare via la tipa mi disse che per ogni problema avrei potuto rivolgermi a un suo amico fidato, quasi un fratello, che sarebbe passato comunque ad annaffiare le piante.

Disse anche che avrei potuto dormire nella sua camera, anziché nel salotto, come ero costretta a fare dopo l’abbattimento dei muri. Era pur sempre un passo avanti, anche se arrivava nel momento sbagliato dal momento che non avrei più trovato gli ospiti serali al mio ritorno a casa.

Quando finalmente finii il lavoro e potei partire mi organizzai per lasciare la casa in ordine e la biancheria pulita. La mattina feci il bucato e tesi le lenzuola sul terrazzo. Il piumone lo avevo già portato in lavanderia, dovevo solo passare a ritirarlo. La bici la avrei messa in cantina come mi aveva mostrato la tipa un po’ di tempo prima.

Il caso volle che la mia partenza cadesse proprio nel giorno del santo patrono della città per cui trovai la lavanderia chiusa e non potei ritirare il piumone. Accadde anche che mi persi nel labirinto degli scantinati e fui costretta a lasciare la bici nel corridoio del condominio sbagliato, riuscendo a malapena a ritrovare l’uscita. Provai a suonare qualche campanello per rientrare ma nessuno mi aprì il portone. 

Nessun problema, pensai. Tanto lei sarebbe tornata dopo qualche settimana, nel frattempo l’amico fidato quasi un fratello avrebbe risolto tutto. 

Gli scrissi un messaggio chiedendogli se poteva pensare lui a stendere le lenzuola, ritirare il piumone e rintracciare la bici rimettendola nel condominio giusto. Certo, tranquilla, penso a tutto io, rispose.

Poi, sistemate le mie cose in Toscana, partii per San Francisco con un amico.

Fu lì che scoprii che la tipa mi aveva scritto un’email. Solo vedere il suo nome mi riportò a galla il gelo e il disagio vissuti quell’estate da lei, per cui chiesi all’amico se per favore la leggeva lui.

Ti odia, mi disse.

Alla fine venne fuori che l’amico fidato quasi un fratello non aveva fatto assolutamente niente di quello che gli avevo chiesto di fare. Per cui la tipa era tornata a casa e aveva trovato le lenzuola tutte avvolte ai fili dello stenditoio in terrazza a causa di un mezzo tornado. In più era rimasta senza bici e piumone, che aveva dovuto rintracciare da sola.

Dispiaciuta per questa catena di contrattempi le spedii un assegno di mezzo milione di lire come risarcimento, ma qualche tempo dopo me lo ritrovai nella posta senza nemmeno un biglietto.

Meglio così.

Rimpiango solo di averle lasciato la moka di Alex Nannini.

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