Il verso della rana

La prima volta che montai a cavallo fu a Sibari, nel maneggio dietro al campeggio, durante le vacanze di seconda o terza liceo. L’istruttore faceva parte del gruppo degli amici della spiaggia così venne abbastanza facile accordarsi per delle lezioni che potemmo fissare, però, solo dopo aver superato la strenua opposizione di babbo, che sosteneva si trattasse di uno sport troppo costoso.

Al primo incontro l’istruttore mise le mani a cestino, mi disse di appoggiarci il piede destro e di infilare, alzandomi, il sinistro nella staffa. Sempre da sinistra, si sale, mi disse.

Poco prima mi aveva brontolato perché ero passata dietro ai cavalli. 

Non farlo mai più, disse. Per fortuna non ti è successo niente. Ma posso raccontarti di uno che passò dietro a un cavallo mentre portava una sella in braccio, e il calcio, oltre a sfondare la sella, lo fece volare per dieci metri.

Non avevo ancora iniziato e già avevo maturato il senso dello scampato pericolo.

In ogni caso, misi il piede sinistro nella prima staffa, sedetti sulla sella e infilai anche il destro. 

Poi fu la volta delle briglie, come si tengono e come si tirano per determinare la direzione del cavallo. Subito dopo, con il cavallo tenuto per una lunga corda, mi fecero girare in tondo, per prendere confidenza.  

Il cavallo andava al passo e io cominciavo a imparare come si stava in sella, come si dovevano usare i muscoli dell’interno coscia (qualche anno dopo qualcuno mi disse che si chiamavano muscoli della verginità e che si usavano solo per andare a cavallo. Oltre che per difendere la virtù, naturalmente). 

Poi l’istruttore disse, ora passiamo al trotto.

Fai il verso della rana.

Continuavamo a girare in tondo e il cavallo camminava tranquillo.

Continua con la rana, così parte il trotto. 

Niente.

Andammo avanti ancora un po’ con il fai la rana, perché il cavallo non parte? Poi l’istruttore mi chiese, mi fai vedere come lo fai il verso della rana?

E io: waaaa, waaa, come la rana dalla bocca larga.

Ma no, non è così, disse. Il verso si fa arrotolando la lingua verso il palato e schioccandola. Prova.

A quel punto il cavallo partì e io dovetti imparare la difficile arte di adattarmi al suo ritmo senza battere troppe culate. 

Qualche giorno dopo, ero stesa su una sdraio a leggere un libro e babbo mi disse, o che hai combinato lì didietro? Mi guardai le cosce e vidi che erano completamente nere. Un unico enorme livido. Evidentemente sul ritmo del trotto c’era da lavorare ancora un po’. 

Un giorno mi vennero a cercare in campeggio. 

Eugenio ha chiesto di te. È a letto con la febbre a quaranta. 

Ma che è successo?

È caduto da cavallo e si è rotto un braccio. Ha battuto anche la testa ma niente di grave.

A sedici anni il mio istinto infermieristico era abbastanza sommerso. Altri istinti invece, legati anche al fatto che Eugenio era il ragazzo più bello del mondo con quei due laghi verdi al posto degli occhi, mi fecero correre a casa sua, dove lo trovai a letto, in semi delirio, circondato da servitori adoranti. Le operazioni erano dirette dall’inflessibile mamma, quella che anni dopo mi avrebbe fatto il terzo grado al telefono, rifiutandosi di darmi il nuovo indirizzo del figlio.

Che ci facevo io lì? 

Ermengarda, è arrivata Ermengarda, disse Eugenio. Ermé, siedi sul letto e stai qui con me.

Già, in quella vacanza calabra a un certo punto cominciai ad essere chiamata Ermengarda dopo che qualcuno durante le presentazioni aveva detto stupito, noooo, ma davvero ti chiami Simona? Non ci posso credere. 

Infatti mi chiamo Ermengarda, dissi io. E da allora…

Eugenio era il figlio di un commerciante di un paese vicino. Ai ragazzi del gruppo non piaceva. Troppo bello, troppo ricco, troppo di tutto. Con le ragazze il discorso era diverso.

Gli chiesi della caduta. Ma insomma, come è successo? Anche perché lui era bravo, mica uno che faceva la rana dalla bocca larga.

C’era stato uno scarto improvviso del cavallo, uno stivale si era incastrato nella staffa e lui era finito giù per terra.

Mi dissero che chiedeva sempre di me, così tornai diverse volte a trovarlo. La mamma preparava il tè e controllava dalla porta.

Qualche tempo dopo fu lui a telefonarmi dicendomi che sarebbe venuto a Siena con la gita della scuola. Quella volta ci trovammo in piazza del Campo, a Fonte Gaia. Io ero con un’amica, facemmo un giro, bevemmo una Coca e poi lo riaccompagnammo al pullman. 

Non l’ho più rivisto. E non ho più avuto il suo numero di telefono.

Non credo che la mamma fosse preoccupata tanto per le ragazze che giravano intorno al figlio. Ho sempre avuto l’impressione che si trattasse di altro, qualcosa di molto serio. L’ho sentita troppo guardinga al telefono. Terrorizzata, forse.

Non bastava che fossi l’Ermengarda di un’estate, quella che il figlio voleva accanto a sé mentre era bloccato a letto per la caduta da cavallo. Per evitare certi pericoli, immagino, serve ben altro.  

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