Un sabato di ordinaria follia

super4

Da giorni la radio, i giornali e la tv annunciavano l’arrivo di un freddo glaciale. Siberiano. Qualcosa a cui quella gente non era più abituata, tutta presa com’era tra l’idea del riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento delle maree. Da qualche parte aveva già cominciato a nevicare. A quote basse, che sulle montagne non faceva notizia.
Si respirava un senso di impotente attesa nei confronti del tempo ma misto a una rabbia strisciante, un mostro a più teste che premeva per uscire allo scoperto.
Di lì a poco ci sarebbero state le elezioni per il nuovo governo. I rappresentanti dei partiti urlavano dagli schermi delle tv, davanti a conduttrici con labbra rifatte e capelli immobili. Ognuno, nello sforzo di far prevalere la propria voce, urlava più forte, per sovrastare le altre. Poi c’erano le promesse, grottesche promesse fatte da probabili governanti di un paese allo sbando. Non era come in tutte le altre elezioni. Stavolta si urlava forte davvero. L’aria era elettrica e i cittadini, surriscaldati dalle frasi sui social, vivevano come il pubblico davanti ai gladiatori nell’arena. La violenza dilagava lenta ma continua come un’ondata di fango. Ormai si era perso il senso della comunità con cui quella nazione si era fatta forza e si era ricostruita dopo essere stata distrutta.

La mattina del sabato la gente si riversava nei supermercati della città. Faceva lunghe file al posteggio suonando il clacson e insultando gli automobilisti in coda, colpevoli di ostruire il passaggio delle loro vetture. Litigavano appena si liberava un posto, urlavano e inveivano contro il malcapitato di turno.
Due donne litigavano per un carrello vuoto. “Lo lasci, è mio” gridava una voce stridula. Un uomo, seduto nella sua utilitaria, inveiva contro quello che gli aveva soffiato il posto sotto il naso.
Occorreva farsi forza, prima di affrontare il momento della spesa.
All’interno del negozio le cose non erano granché diverse. Ognuno guidava il proprio carrello stracolmo cozzando contro friabili anche di anziani tremolanti, sfiorando le fragili teste di bambini nei loro passeggini, spingendo gli altri carrelli. Le corsie erano ostruite da carrelli stracolmi abbandonati per andare in cerca dell’acqua minerale o di un formaggio al banco degli affettati.
Uomini e donne portavano in volto l’ansia stupefatta di chi vede il proprio mondo minacciato da qualcosa di irriconoscibile. L’espressione pronta a virare in un ghigno non appena si trovava a contatto con un proprio simile. Era quello il nemico più facile da combattere, in mancanza di altri.
Fra lo scampanellio delle casse e gli annunci degli altoparlanti che invitavano i proprietari a recuperare i propri carrelli, l’aria friggeva di una tensione che si faceva sempre più palpabile.

Non si sorrideva più. Se qualcuno si fosse preso a botte c’è da scommettere che nessuno se ne sarebbe stupito.

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