I famelici scoiattoli di New York

A New York, per quanto fossi in preda alla frenesia, cercavo di allungare il tempo in tutto quello che facevo. Se visitavo Central Park stavo più tempo possibile su una panchina a leggere o a guardare la gente passare. Volevo vivere come se avessi abitato in quella città, non come se fossi la semplice turista che ero. Cercavo la quotidianità, la ripetitività delle azioni. Facevo quello che avrei fatto se fossi stata una Newyorker. Anche se tutto sarebbe durato solo tre settimane, per me, al momento era abbastanza.

La sveglia, la colazione a casa, poi alle 8 la camminata fino a scuola. Il pranzo, veloce, di solito un bagel con salmone e formaggio in un negozio vicino alla scuola. Il pomeriggio poi c’era da decidere dove andare. Se la scuola aveva programmato delle attività, partecipavo a quelle. Altrimenti spuntavo la mia lista delle cose che avrei voluto fare e vedere a Manhattan.

Carmen diceva una cosa vera, camminavo senza sosta. Saltavo sulla metro, sui bus, attraversavo street e avenue, visitavo musei, guardavo vetrine, scattavo foto. Ma facevo anche cose diverse. 

Una sera con la giapponese della mia classe andai a Broadway. Lei aveva trovato dei biglietti con lo sconto e mi aveva invitato a vedere Miss Saigon. Il giorno dopo commentammo l’esperienza in classe. Io ero irritata perché non avevo capito le parole. La giapponese ridacchiava. L’insegnante disse che secondo lei non era possibile che io non le avessi capite. “Certo, – dissi – ho capito qual era la storia, una specie di Madama Butterfly. Ma io avrei voluto capire tutte le parole”.

Con Mark, sempre della scuola, una volta andammo al cinema a vedere Dead Man Walking. Anche lì, stessa cosa. Capivo il senso della storia ma non le parole singole. A un certo punto in sala risero tutti, mi sembra dopo una battuta di Susan Sarandon. Ma io non avevo idea di che cosa avesse detto. 

Un’altra sera andai al cinema da sola, dalle parti di casa, su indicazione di Liz. Davano il Postino, The Postman, con Massimo Troisi, che in quei giorni aveva vinto l’Oscar per la colonna sonora. Liz mi disse che vedere il film in italiano e con i sottotitoli sarebbe stato un buon esercizio per il mio inglese.

In realtà piansi tutto il tempo.

La sera, quando rientravo in casa, facevo un po’ di cyclette nella mia camera guardando le previsioni incredibilmente precise delle tv locali di New York. La cyclette era rivolta verso la finestra e io potevo vedere quello che facevano tutti gli abitanti degli altri appartamenti. 

Le finestre erano dei grandi rettangoli verticali di vetro incorniciate da ferro dipinto di verde. Nessuna aveva le tende. Non ho mai capito questa abitudine degli americani. Probabilmente c’è un patto tacito a non curiosare nella vita altrui, ma come si fa a sopprimere la curiosità insita nell’essere umano? Io guardavo, anche se non conoscevo nessuna di quelle persone, per cui alla fine era come guardare un film. E se qualcuno faceva lo stesso con me, era uguale. Ai piani alti del caseggiato di fronte c’era un ragazzo che si allenava in casa con pesi e bastoni. In altri appartamenti si vedeva la luce e si indovinava l’arredamento anche se in quel momento non c’era nessuno.

Nei giardinetti di Stuyvesant Town vivevano tantissimi scoiattoli, di quelli belli grassottelli americani. Dopo aver scoperto che amavano ricevere cibo dalle persone, mi tenevo sempre qualcosa in borsa per loro. Un pezzetto di pane, un biscotto, un ritaglio di pizza. Non mi ci volle molto per pentirmi di questa novità. Quegli scoiattoli erano molto pretenziosi e, una volta imparato da chi potevano aspettarsi del cibo, appena lo vedevano gli si facevano incontro chiedendo senza permettergli di camminare in pace.

Questo accadde anche a me, naturalmente. E quando lo dissi a Liz lei commentò: “Brava, ora non te li toglierai più di torno”.

E così fu.

(8 – continua)

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Lino li fa fuori tutti

Appena arrivava l’autunno, nel piccolo slargo davanti al teatro Comunale, al di là della strada, si piazzava un caldarrostaro. Con un paiolone di metallo a base forata, Lino passava tutto il giorno al freddo, a Belluno le temperature vanno giù perfino d’estate, a cuocere castagne, che poi vendeva in cartocci. 

Non impazzisco per le castagne, ma può darsi che sia capitato anche a me di fermarmi a comprarne un po’. Di sicuro ogni tanto qualcuno ce le portava in redazione o uno di noi andava a prenderle per tutti.

Un giorno un collaboratore fece un articolo sulla tradizione delle caldarroste e su chi le faceva in città.

Oltre a Lino ce ne erano anche altri, associazioni sportive nelle feste di piazza o qualche rivenditore di frutta e verdura. In ogni caso il collaboratore si era documentato bene e snocciolava anche una serie di cifre, del tipo quanti giorni durava la vendita delle castagne, quante ne venivano smerciate, cose del genere.

E alla fine della fiera Lino, il caldarrostaro di piazza, era al top della classifica.

Quando impaginai l’articolo mi venne spontaneo scrivere nel titolo, oltre alle notizie su chi, dove e quando arrostiva le castagne, “Ma Lino li fa fuori tutti”.

Una frase innocente e scherzosa, in linea col tono leggero del pezzo del collaboratore. 

Il giorno dopo, non appena il giornale uscì in edicola, il segretario mi passò una telefonata.

  • C’è Lino delle castagne, senti che ha da dire.

Era arrabbiatissimo. Parlava in dialetto pronunciando frasi sconnesse il cui senso era che lo avevamo messo contro tutti, che non era vero che lui faceva fuori gli altri e giù avanti di questo passo. E soprattutto che noi giornalisti si doveva scrivere quello che era vero sennò sarebbe andato dai carabinieri e ci avrebbe fatto una bella denuncia.

A me veniva da ridere. Ma una denuncia per che cosa? Però mi armai di pazienza e cominciai a spiegargli. Guardi signor Lino, il titolo è scherzoso, non significa che lei letteralmente fa fuori tutti gli altri, è un eufemismo.

Silenzio.

Che faceva Lino, rifletteva? O non capiva?

Subito dopo riprendeva, come un fiume, come se io non avessi detto nulla, come un disco rotto che ripete sempre la stessa frase.

Dovete scrivere come stanno le cose davvero sennò vi denuncio.

Pensai che forse la parola eufemismo non era nel suo vocabolario. 

Guardi, signor Lino, non solo non abbiamo detto niente di male ma le abbiamo fatto fare una bella figura. È quella la verità, no? È lei che vende più castagne di tutti. Il titolo è iperbolico.

Di nuovo silenzio.

Per ripartire da capo con la sua tiritera fino alla denuncia per tutti.

Il capo non poteva sopportare che si stesse al telefono nemmeno per fare le interviste, figurarsi per rispondere a quelli che per lui erano solo dei rompipalle che gli rallentavano il lavoro ritardando il momento in cui sarebbe potuto tornare a casa.

  • Che ha da rompere questo? Butta giù, non stare a perder tempo.

Ma il giorno dopo Lino si presentò in redazione. Probabilmente il segretario era in archivio o stava facendo qualcosa altrove, altrimenti lo avrebbe fatto aspettare nella saletta. 

Invece Lino attraversò il salone con i suoi vestiti affumicati, la pancia prominente, la pelle sporca di carbone e un cappellaccio in testa, e col suo vocione chiese chi era quello che aveva fatto l’articolo contro di lui.

E io, guardi signor Lino, glielo ripeto, non è come…

In quel momento il capo si affacciò alla porta della sua stanza e guardando verso il salone disse, qualcuno lo butti fuori altrimenti a questo gli metto le mani addosso.

Lino però non sentiva ragioni e continuava a dire che lo avevamo rovinato, che tutti a Belluno ora ce l’avevano con lui e che dovevamo scrivere la verità altrimenti ci denunciava tutti.

Disse anche che lui era una persona buona, che d’inverno con quel freddo stava tutto il giorno davanti al teatro a vendere caldarroste e d’estate con quel caldo stava tutto il giorno fuori dall’ospedale a vendere i gelati e che faceva un piacere ai bambini e ai genitori, che se non c’era lui come facevano. E che lui una cosa così non se la meritava proprio e che non capiva perché ci volessimo mettere contro di lui.

In dialetto e senza congiuntivi. 

Il segretario riuscì a convincerlo a uscire prima che il capo, che nel frattempo si era chiuso nella sua stanza per non sentire, desse definitivamente in escandescenze. 

Il povero Lino provò a presentarsi ancora in redazione ma ormai ci aveva stufato e non gli davamo più relazione. Fece qualche altra telefonata di protesta, in cui cercai ancora una volta di spiegare che il titolo era in senso figurato. 

Ma ormai anche io avevo capito che era tutto inutile e che le mie figure retoriche per lui non valevano un sacco della sua carbonella. 

Anzi, non esistevano proprio. 

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Parigi, o cara…

Tra il 2013 e il 2015 mi capitò di fare due viaggi Venezia-Parigi in treno. Il primo capitò per i miei cinquant’anni. Era la prima volta che andavo a Parigi. La volta che avevo organizzato il viaggio per festeggiare la pensione di mamma, il giornale mi richiamò e al posto mio ci andò zia Carla.

Partii con un’amica giornalista, di soppiatto e in gran segreto per non farlo sapere al lavoro, così da evitare a qualcuno la voglia di crearci dei problemi.

Salimmo sul treno a Mestre intorno alle otto. Era una bella sera d’autunno e, non appena fummo a bordo, ci sentimmo subito più leggere. 

Il treno viaggiava tutta la notte. Saremmo arrivate alla Gare de Lyon la mattina intorno alle 9.30, direttamente in città, senza bisogno di recuperare bagagli e prendere navette o taxi, come se fossimo andate in aereo. 

In quella settimana avrei voluto soprattutto rilassarmi e girare a vuoto per le vie di Parigi, senza obblighi né calendari da rispettare. 

Il primo momento relax come intendevo io fu quando capitammo in un piccolo parco a ridosso di alcuni palazzi con i caratteristici camini parigini. Ci sedemmo, tirai fuori il quaderno verde con le pagine bianche e cominciai a disegnare. 

Quel quaderno sarebbe stato il mio diario di viaggio. Avevo iniziato fin dalla lunga notte trascorsa nella cuccetta a scrivere qualche appunto. Avrei continuato a farlo per tutta la vacanza, fissandoci sopra le testimonianze di quelle giornate. Biglietti della metropolitana e dei musei, impressioni sui posti e sulle persone. Tutto, insomma.

Quell’anno il Nobel per la letteratura fu assegnato a Alice Munro e io leggevo i suoi racconti sul mio e-reader. Avrei voluto scrivere anche io dei racconti. 

Ma ero grezza, lo sentivo. Le parole si inceppavano sulla carta, scivolavano via in frasi banali, nei modi di dire che deviano l’attenzione verso qualcosa di più interessante. 

Dovevo esercitarmi. Leggere e scrivere, leggere e scrivere.

Parigi sarebbe stato il mio esercizio.

Avrei scritto quello che vedevo, che facevo, che pensavo. Qualcosa di buono ne sarebbe venuto fuori.

Il treno era un’occasione fantastica. Più di dodici ore in un vagone letto con sei micro cuccette piene di umanità. Io sceglievo sempre quella più in alto, con sopra solo il tetto del vagone.

All’andata con noi c’era una modella di colore, capelli ricci sparati, con un bambino piccolo vestito alla moda che mangiava pappette e riempiva i pannolini. La mia amica era disturbata, dal rumore e dall’odore. Io osservavo. 

Un’anziana prof francese di storia dell’arte rientrava da uno dei suoi viaggi annuali a Venezia. Lo raccontava con l’aria malinconica dell’addio ma si offriva di tenere il piccolo lord quando la mamma doveva uscire dal vagone.

Nel viaggio del ritorno, nella nostra cuccetta di donne, sul lettuccio in alto, nella cuccetta gemella alla mia, c’era un uomo. Piuttosto giovane, capelli corti e ordinati, ben vestito. La mia amica non disse nulla, ma la sentii irrigidirsi. Io ero incuriosita.  

Stette tutto il tempo steso senza parlare e quando il controllore gli chiese i documenti non ebbe niente da ridire.

Provai a pensare a come sciogliere l’enigma. Mi immaginai che potesse essere uomo solo all’apparenza mentre sulla carta di identità era donna. 

Sembrava un personaggio di George Simenon, uno di quei ragazzi tristi dall’aria innocua a cui dentro ribolle tutto un mondo. 

Quando rientrammo da Parigi cominciai a scrivere racconti sui nostri compagni di viaggio, immaginando le storie che avevano alle spalle.

La seconda volta andai con un’altra amica, con lo stesso treno delle otto di sera in partenza da Mestre. 

Poco più di un anno dopo, i passeggeri erano completamente diversi. C’erano moltissimi islamici. All’andata poteva sembrare un caso, ma al ritorno no. Si percepiva anche una certa tensione. Nella nostra carrozza c’era una ragazza dell’est con una valigia enorme e pesantissima. All’inizio parlammo un po’ con lei. Disse che era stata a trovare dei parenti che vivevano in una traversa degli Champs Elysée. 

Quando entrarono altre ragazze con l’hijab, l’aria cambiò definitivamente. Si misero a parlare fitto fitto tra sé anche con quella che c’era prima, lanciandoci occhiate di fuoco.

Il top fu intorno alla mezzanotte quando la prima tipa si stese sulla branda alta, quella accanto alla mia, e cominciò ad ascoltare musica araba dal cellulare.

Sono ancora stupita dal modo gentile con cui le dissi, scusa, forse ti sei addormentata con la musica accesa… 

Le storie del secondo viaggio entrarono nel mio blog, ma qualcosa andò a finire anche nel quaderno verde insieme ai biglietti usati della metro e a tutto il resto. 

Nel frattempo ero tornata a vivere a casa in Toscana. Quando mamma seppe che avevo un quaderno sui viaggi di Parigi mi disse che le sarebbe piaciuto leggerlo. Dopo un po’ che l’aveva glielo ripresi perché mi disse che non riusciva a capire la mia scrittura.

Poi lo ritirai fuori per raccontare delle cose agli allievi bellunesi di un corso di scrittura creativa on line. 

Dopodiché, il buio. Il quaderno verde è scomparso. Non è tra le cose di mamma, non è nelle mie scatole di quaderni scritti, mezzi scritti o da scrivere. 

Ormai è un bel po’ che lo cerco, rovistando nei posti più improbabili.

Potrei averlo prestato a qualcuno, ma a chi?

Chiunque lo abbia ricevuto o visto da qualche parte, potrebbe restituirmelo, per favore?

Ricambierò con una teglia di zuppa inglese. O altro dolce a richiesta.

Astenersi perditempo.

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La cabina del telefono

Una volta in redazione a Belluno arrivò un comunicato con i dati sull’utilizzo delle cabine telefoniche ancora attive in Italia. Al primo posto c’era Ponte nelle Alpi che poteva vantare la cabina più frequentata di sempre, con cifre da record rispetto alle altre, smentendo così, pur da sola, lo stato di lenta decadenza degli apparecchi telefonici pubblici dovuto all’avvento dei cellulari. 

La notizia era curiosa e venne pubblicata. Ma il comunicato non chiariva il perché di questo dato così particolare, per cui il capo mi disse che sarei dovuta andare a farmi un giro a Ponte nelle Alpi per cercare di scoprire questo piccolo mistero.

Partii una mattina sul presto. Nonostante il lavoro di inchiesta tutti gli altri impegni, dal tribunale al giro di nera, restavano invariati, per cui quello era un impegno in più da fare nelle ore libere.

La cabina dei record era in una via centrale del paese, uno stradone trafficato su cui si affacciavano supermercati e magazzini alternati da file di caseggiati. 

Mi appostai per vedere se mentre ero lì qualcuno si avvicinava alla cabina. Niente. 

Feci un giro nei negozi vicini. Entrai in un piccolo supermercato, comprai un dentifricio naturale a base di estratti di piante, e al momento di venire via feci la mia domanda sulla cabina. Nessuno sapeva dirmi niente. Non avevano notato niente. Era tutto normale, come sempre.

Anzi, mi guardarono perfino con un po’ di sospetto.

Poi mi studiai la vetrina di un negozio piena di scarpe da corsa dall’alto fino in basso pensando di tornare nel mio giorno libero a provarne qualcuna. Rifeci la domanda sulla cabina a qualche sparuto passante e senza aver saputo niente di più di quello che sapevo quando ero arrivata, me ne tornai a Belluno, pronta ad immergermi nella mia giornata di lavoro.

Peccato. Per un giornalista è sempre una sconfitta quando lavora su qualcosa e non esce nemmeno una storia piccola piccola. Specialmente in un caso così curioso. 

In ogni caso, prendemmo la cosa con filosofia e girammo pagina, abbandonando la cabina al suo destino.

Mesi e mesi più tardi la questura convocò una conferenza stampa. La polizia aveva scoperto una casa di appuntamenti. Ci fu raccontato nel dettaglio come avvenivano i contatti, che sfruttavano le inserzioni personali sulla stampa locale, quante donne ci lavoravano, chi gestiva tutto quanto, che tipologia di clienti la frequentava.

Poi il capo della Mobile disse.

“Ricordate l’anno scorso, quando venne fuori la notizia che a Ponte c’era la cabina più utilizzata di tutta l’Italia? Era quella davanti alla casa di appuntamenti. I clienti quando arrivavano chiamavano per chiedere se potevano salire”.

Gli veniva da ridere al pensiero di come tutti i giornalisti cercavano di scoprire il perché di quello strano record mentre loro lo sapevano benissimo ma non potevano svelare nulla per le indagini in corso.

E io che ero andata al mattino presto a fare la mia inchiestina… Era ovvio che non avrei mai potuto trovare nessuno a quell’ora tra i clienti della casa. Avendolo saputo. 

Sarebbe stato proprio un gran colpaccio se la notizia fosse venuta fuori in quell’occasione, con le ricerche sul campo, anziché con una banale conferenza stampa.
Però alla fine quel piccolo mistero è stato svelato.

E questo è quel che conta.

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Un mojito allo Yachting Club

Qualche anno fa capitò che, in uno dei soliti giri al mare di un giorno con una amica, se ne aggregasse un’altra.

Questa viveva in un’altra regione, con la mia amica si conoscevano fin da ragazzine ed era già successo di condividere settimane bianche o altri brevi viaggi con tutte e due.

Come diceva nonna Libe, con la terza “non ci s’andava tanto a genio”, ma cercavo di passare oltre per rispetto della mia amica. 

Quel giorno partimmo in macchina, loro due davanti e io dietro. Ci fermammo a Frosini per un panino al prosciutto e continuammo verso il mare.

Scegliemmo la spiaggetta del cinghiale a Punta Ala, un posticino raccolto con dei piccoli scogli al termine di una pineta costellata di ville, dove io e la mia amica ci eravamo sentite sempre molto a nostro agio. 

L’altra non era affatto contenta che a terra ci fossero i ciottoli. In genere lei però si sfogava con la sua amica e io non mi accorgevo di niente. 

Con la mia amica si andava sempre in giro all’avventura.

Una volta portò una sorta di girba che riempimmo d’acqua e lasciammo appesa tutto il giorno alla macchina così che, una volta rientrate dalla spiaggia, potessimo farci una doccia calda.

Partivamo con una meta più o meno definita, all’orario che ci veniva più comodo, senza fare le corse, e poi decidevamo sul momento se andare di qua o di là, se fermarci a mangiare e dove. E senza decidere niente prima, alla fine tutto si armonizzava e andava come volevamo noi. 

Con la terza tipa invece non andava così. Anzi. Lei, puntigliosa e pignola, doveva sempre discutere e considerare i pro e i contro di qualsiasi cosa.

Spesso veniva insieme al marito, per cui tante discussioni ce le evitavamo. Quella volta invece era da sola. 

Per me non c’era nessun problema. Ero decisa a stare bene e a godermi al massimo la nostra giornata al mare, per cui mi andava benissimo la sua presenza e non avevo alcuna intenzione di lasciarmi influenzare da un bel niente.

Visto che eravamo a Punta Ala, mamma mi disse di passare a salutare Anna, una anziana parente di Firenze che aveva la casa al Porto. Chiesi alle amiche e dissero di sì. Nel tardo pomeriggio ci fermammo al residence che anche la mia amica conosceva bene. In quel labirinto di case e giardini mi sforzavo di ricordare dove fosse l’appartamento di Anna, senza riuscirci. Intanto le telefonate al suo cellulare squillavano a vuoto. Quindi decidemmo di tornarcene via. 

In quel momento il mio telefono suonò. Era lei.

Insistette perché rimanessimo e disse che ci avrebbe offerto volentieri un aperitivo. 

Volevamo seguirla allo Yachting Club dove più tardi avrebbe partecipato a una cena con il tale e il tal altro?

Con le due ero stata anche a Cortina d’Ampezzo, durante una settimana bianca. Erano state tutto il tempo a dire, guarda che schifo questi ricconi, e perfino la tizia dell’ufficio turistico, alla quale si era rivolta l’amica che veniva da fuori, aveva dato loro ragione.

Lo Yachting Club di Punta Ala, però, quella sera andava bene.

Anna aveva vissuto gran parte della sua vita in barca a vela con il marito. Da quando lui non c’era più, lo Yachting Club continuava ad annoverarla tra i soci in segno di rispetto e, credo, anche con un certo affetto.

Lei ne era orgogliosissima e non mancava di citare il Club in ogni suo discorso. Quella sera, quando oltrepassammo la soglia del Circolo, era raggiante, potendo vantare tre ospiti. Io ero un po’ tesa, invece, aspettandomi che le mie amiche dicessero qualcosa di strano. 

Per fortuna non avvenne.

Quando Anna, dopo averci presentato al barista, ci chiese che cosa volessimo bere, la terza disse: un mojito.

Va bene per tutte. Tre mojito per la mia nipote e le sue amiche, disse Anna. 

Il sole tramontava sul golfo di Punta Ala. Noi eravamo sedute nel Club di Luna Rossa, sulle poltroncine nella terrazza fronte mare. Il cameriere ci servì il mojito come se fossimo state tre piccole principesse. Anna era felice che noi fossimo lì per mostrare ai suoi amici dello Yachting che non era solo una vecchia signora bisognosa di compagnia.

Insomma, era tutto perfetto.

Solo molto tempo dopo ho scoperto che la terza tipa aveva avuto da ridire quasi su tutto. Su di me che parlavo troppo, sul fatto che non si trovasse la casa di Anna e su tanto altro. Salvo ricredersi una volta che si era seduta come ospite allo Yachting Club.

Meno male che non mi ero accorta di niente. E questo bastava e avanzava.

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Un piatto di spaghetti in New York City

Una volta Liz mi chiese di cucinare per lei qualcosa di italiano. Spaghetti col pomodoro. Non fu semplicissimo raggranellare l’occorrente, non tanto per la pasta e il pomodoro, quanto per l’attrezzatura. “Ma io ho uno scolapaste! Come puoi pensare che non ce l’abbia” mi disse Liz quando le chiesi come intendesse scolare la pasta.

Preparai il sugo con aglio, prezzemolo e pomodoro. Feci bollire l’acqua, la salai, cossi la pasta per il tempo indicato sulla confezione. La condii e la mangiammo.

Mi pare di ricordare che non fosse venuta malaccio. Non ricordo se capitò quello che dicevano della pasta venduta negli Stati Uniti, cioè che era fatta con grano tenero. 

Ricordo soltanto che dopo cena mi prese una botta di sonno pazzesca e filai a dormire.

Per la prima settimana andare a letto intorno alle otto di sera era d’obbligo, visto che soffrivo ancora il jet lag. Poi per fortuna passò. La sera degli spaghetti ero già abbondantemente fuori dalla zona jet lag, ma caddi ugualmente preda di un sonno di piombo.

Un’altra volta Liz mi costrinse a parlare in inglese davanti a tutti sul bus che ci riportava a casa dal centro. Passavamo sotto il Crysler Building, uno dei miei edifici preferiti di Manhattan e lei mi chiese di descriverlo. Non avevo idea di quello che intendesse farmi fare.

“Prendi il tuo libro e leggi quello che dice del Crysler”.

“Ecco qua”, aprii il libro a pagina 144 e glielo mostrai.

“Io non capisco l’italiano, traduci”.

“Progettato da William Van Alen…”

“A voce alta, magari interessa anche a loro”, disse Liz, allargando la mano ad indicare la gente che era nel bus insieme a noi.  

Eravamo in piedi e ci tenevamo al palo per non cadere alle fermate. Io mi vergognavo, per l’inglese ma anche per il resto. Liz invece sembrava una piazzista. “È vero che interessa anche a voi?”.

Non ricordo di aver sentito risposte decise. Sbaglierò. Ma quel giorno mi toccò fare l’americana, parlando alla gente sul pullman di un monumento della loro città.

La situazione in Italia si va facendo ogni giorno più drammatica. Oggi, 22 marzo 2020, a un mese dall’inizio di questa epidemia, i numeri sono altissimi. 53.578 i casi positivi, 4.825 i morti. In questi giorni abbiamo pianto vedendo i video dei camion militari che portavano le bare dal Nord Italia in altri luoghi per la cremazione. Molti i medici e gli infermieri contagiati, diversi i morti anche fra i soccorritori. 

Ho iniziato a scrivere i miei ricordi di New York pensando alla differenza fra quei giorni di completa libertà, di spensieratezza e avventura, mentre ero costretta a stare in casa per evitare i rischi di contagio. All’inizio ci si scherzava, era un gioco. Una settimana a casa, due, e poi sarebbe tornato tutto come prima. Così pensavamo, credo. Facevamo le lunghe file ai supermercati in silenzio, con il volto nascosto dalla mascherina e le mani fasciate nei guanti di lattice. Non salutavamo più nessuno, un conto è baciarsi e abbracciarsi, un conto è la paura di rimanere contagiati. In questa guerra il nemico vero è invisibile ma l’altro, gli altri esseri umani, quelli che rappresentano il pericolo, sono visibilissimi. Poi, valle a riconoscere le persone, con il volto coperto fino agli occhi e lo sguardo puntato a terra.   

Oggi è difficile ridere e non è più un gioco. La macchia si espande, ha già toccato la Toscana e non è detto che non tocchi anche noi.

I miei giorni newyorkesi si fanno sempre più piccoli e lontani. Mi chiedo se ha senso stare ancora qui a raggranellare ricordi e sensazioni di un tempo che non è più. 

Ma la risposta è davanti ai miei occhi. Non mi sono sentita mai libera e viva come in quelle tre settimane da sola a calpestare chilometri di marciapiedi newyorkesi con i miei stivalini neri. Ricordare come ero, non può che farmi bene. Al peggio potrei rischiare di risvegliare lo spirito libero di quei giorni. Ma non sarebbe poi un gran male.

(7 – continua)

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Era una notte buia e fredda…

Ai tempi dell’università avevo la patente ma non ancora la macchina, per cui mi muovevo con quelle di mamma e babbo sperando di trovare sempre il serbatoio abbastanza pieno. 

Babbo all’epoca aveva un’Alfetta 2000 nera con la bombola del gas nel bagagliaio.

Si era nei primi anni ‘80 e le macchine non sempre partivano, specialmente d’inverno. Ricordo i rumori della mattina presto, quando mamma buttava una pentola d’acqua calda sul parabrezza e teneva il motore acceso per diversi minuti per farlo scaldare prima di partire.

Non c’era l’obbligo di indossare le cinture di sicurezza e chi lo faceva sembrava un po’ strano, come quelli che tenevano la mascherina prima del Covid. E un po’ anche dopo.  

L’Alfetta aveva una manopola in basso a sinistra sotto il volante per passare da gas a benzina. Ma bisognava farlo con un certo criterio altrimenti se si ingolfava poi non se ne usciva più.

Una sera d’inverno presi l’Alfetta dopo cena per andare da degli amici in Borgo. Partì subito. 

Presi in giù la discesa di casa nostra, feci il tratto in piano della quercia, risalii la curva dei pini, ancora un breve tratto pianeggiante, la curva a gomito in discesa e via lungo il viale dei tigli. Ormai era fatta. Arrivata alla Cappellina, superai i binari della ferrovia ormai dismessa e scesi verso l’imbocco sulla allora Statale 68, come quella di Guccini.

E lì, prima ancora di controllare se arrivassero macchine da sinistra, la macchina si spense. 

Girai la chiave e provai a riaccendere, premendo sull’acceleratore. Niente da fare.

Provai e provai, ma a un certo punto dovetti smettere per non ingolfare il motore, sempre che non lo fosse già.

E ora, come la risolvevo questa? Era buio, anche un po’ tardi, per la strada non passava quasi nessuno. Non potevo avvisare i miei amici, ma nemmeno babbo o mamma. Forse avrei potuto lasciare la macchina lì dov’era, a cavallo della ferrovia, per tornare a casa a piedi e chiedere aiuto. 

Uscii dall’auto sperando che prima o poi passasse qualcuno.

In effetti qualcuno passò. Era una macchina che andava verso Poggibonsi. Come mi vide, il tizio rallentò, fece manovra poco più avanti per tornare indietro e mi raggiunse.

  • Grazie, lo salutai appena si fermò.

Era sempre un ragazzo ma piuttosto grandino, non uno della mia età.

Ascoltò quello che avevo da dire sulla macchina, come funzionava con la storia del gas, come fosse partita alla grande ma scollettando la ferrovia avesse perso colpi e si fosse fermata… 

  • E insomma, che posso fare per farla ripartire? 

Il tizio cominciò a parlare, ma diceva cose che c’entravano poco con la macchina. Mi chiedeva come mi chiamavo, che facevo, perché ero lì a quell’ora.

Gli risposi, anche se non mi parevano cose importanti e ripetei.

  • Mi puoi aiutare a farla ripartire? Forse con dei cavi per la batteria…

Ma quello continuava a chiedere. 

  • L’Università? Dove di preciso… Che cosa studi?

E io a ripetere, lettere moderne a Siena, e di nuovo tutte le cose che gli avevo appena detto.

Cominciai a pensare che fosse un po’ stupido. O forse voleva solo perder tempo perché non aveva idea di come fare per aiutarmi.

Pensai che, ovunque stesse andando, avrebbe potuto trovare un telefono per chiamare casa mia e avvisare babbo che mi venisse a prendere.

  • Insomma è proprio vero che sei una studentessa, o mi stai prendendo in giro?

Uffa! Ma che gli passava per la testa a questo… era non so quanto tempo, ormai che me ne stavo lì bloccata al buio e pure al freddo, e questo si poneva tutti quegli interrogativi inutili.

  • Dai, dimmi la verità. Te stai aspettando qualcuno…
  • Noooo, mi si è fermata la macchina, non riparte. Devo andare in Colle Alta da degli amici…
  • Non è che invece stai qui apposta?
  • E ridagli… Ma che ci starei a fare? Se la macchina non si fosse spenta a quest’ora sarei già in Borgo in una casa al calduccio.

A un certo punto il tizio si mise zitto e sembrò che riflettesse, serio serio.

  • Allora mi devi scusare…
  • Perché?
  • Eh, perché io… insomma, io… 

D’un tratto guardava verso il basso e sembrava che non sapesse più che cosa dire. Aspettai.

  • Insomma, io avevo pensato che aspettassi dei clienti…
  • COSA?
  • Scusami, è che ti ho visto qui ferma per strada…

Ma roba dell’altro mondo. E chi se la immaginava una storia così? 

Rimasi talmente tanto stupita che non ebbi nemmeno la forza di realizzare sul momento che razza di lumacone si fosse fermato a far finta di soccorrermi.

Risalii in macchina e provai a girare la chiave ancora una volta. Miracolo, il motore si accese.

Salutai l’imbecille e schizzai verso Colle Alta, stando ben attenta a posteggiare in discesa nel caso al ritorno mi fosse toccato lo scherzetto bis.

Che magari mi capitava di incrociare ancora una volta un idiota di tal razza…  

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Cena al Casone con Caron Dimonio

Il primo anno che lavorai a Mestre i colleghi organizzarono una cena in un casone di pescatori in laguna dalle parti di Caorle. Ospiti d’onore, io e una collega tedesca che quell’estate aveva lavorato all’inserto in lingua dedicato ai turisti.

Prima del gran giorno ci avevano edotte su ciò che avremmo trovato. Una vera capanna di pescatori con il tetto in paglia come quelle tanto amate da Hemingway, una cena di pesce freschissimo a un prezzo irrisorio. Ma soprattutto, privilegio riservato alle sole componenti femminili del gruppo, mentre i maschi avrebbero percorso a piedi il tratto dal posteggio al casone, noi saremmo state trasportate su una zattera da una specie di Caron Dimonio. 

Il capo della redazione ce lo aveva descritto con dovizia di particolari. Barba lunga e incolta, così come i capelli, stava sempre a piedi nudi ed era già un’attrazione di per sé.

Arrivammo la sera tardi dopo il lavoro e lasciammo le macchine nel luogo indicato.

Quindi i colleghi si avviarono a piedi dopo averci consegnato nelle mani del Caronte che si esprimeva soltanto in dialetto.

Era già buio ma la notte era rischiarata dalla luna. La laguna era immersa nel silenzio, interrotto ogni tanto dallo sciabordio dell’acqua e dal verso di qualche animale notturno. Oltre che dalle nostre voci di giornalisti cittadini e un po’ caciaroni.

Il nostro traghettatore ci fece accomodare sulla zattera, eravamo in quattro, quindi, salito a bordo con un balzo, cominciò a vogare attraverso la laguna.

Vorrei aver conservato una memoria più vivida di tutti i particolari di quell’esperienza. Mi pare di ricordare che i colleghi si erano offerti di portare le nostre borse fino al Casone per non appesantire la zattera, e che faceva un po’ freschino. 

Nel casone c’era un lungo tavolo di legno apparecchiato. Dietro scoppiettava un bel fuoco nel caminetto. Ci sedemmo e subito arrivarono dei vassoi con gli antipasti. Peoci freschissimi, che sarebbero le cozze. Canoce (ovvero cicale di mare) candide e tenere. Pur non essendo una grande mangiatrice di pesce (ho iniziato solo a ventidue anni) avevo trascorso tutta l’estate mestrina ad assaggiare spaghetti ai caparossoi (vongole) in ogni parte della provincia veneziana (cosa che alla fine mi aveva causato un’eruzione di bolle rossastre su tutto il corpo) per cui il pesce della laguna lo conoscevo abbastanza bene.

Ero quindi titolata anch’io per decretare che quello servito al casone era veramente eccezionale. Freschissimo, cotto e condito quanto bastava per apprezzarne gusto e freschezza. Ed era anche abbondante. I vassoi continuavano ad arrivare mentre i colleghi spiegavano di che pesce si trattava e come si mangiava. 

Fin dai giorni precedenti ci parlavano di quello che sarebbe stato il piatto forte della serata, il broetto. Una zuppa di granseola (un granchio gigante) e di tante altre qualità di pesce che, con una cottura lenta e lunghissima, si disfacevano rendendo il brodo densissimo.

Su questa crema galleggiavano dei trancetti tondi argentei, pastellati e fritti. Chiesi che cosa fossero. 

Anguilla, mi risposero.

No, con questa non ce la posso fare, e la scansai, rimandando a dire il vero quasi tutto il broetto in cucina. 

I colleghi ci rimasero un po’ male e mi incitavano almeno ad assaggiarla, ma preferii di no.

Tanto la cena aveva ancora un sacco di portate, tra primi e grigliate.

Alla fine eravamo pieni da scoppiare, quando qualcuno chiese se prendevamo il caffè.

Tripudio di mani alzate.

Arrivò nei bicchierini di terracotta e fu il caffè più buono che avessi mai bevuto. Lo aveva preparato uno dei lavoranti del casone, uno straniero dei Balcani o della Turchia, lasciando tutta la sera un paiolo di rame con acqua e caffè a sobbollire nel caminetto.

Insieme ai vassoi pieni di crostacei e molluschi, arrivavano anche le bottiglie di vino.

A un certo punto della cena eravamo tutti molto allegri. Qualcuno cominciò a sobillarmi chiedendo di fare l’imitazione di un collega, non presente, un tipo un po’ particolare che mi rendeva il lavoro abbastanza difficile. Il collega in questione parlava solitamente per frasi fatte e con tono solenne, per cui imitarlo era abbastanza semplice. Poi c’era la mimica con la quale accompagnava le sue affermazioni, che a me veniva benissimo.

Non feci caso, nell’allegria della serata, che durante il mio piccolo show qualcuno scattava delle foto. Fu il capo, qualche tempo dopo, a dirmi che le teneva nel cassetto pronte all’uso nel caso ce ne fosse stato bisogno. per ricattarmi

Insistei per vederle e, miodio, la facevo veramente bene quell’imitazione. 

Il capo le richiuse subito nel cassetto, nonostante gli chiedessi di darmele che forse era meglio se le tenevo io.

Non ho mai pensato nemmeno per un attimo che mi avrebbero tradito mostrandole all’interessato, tra l’altro anche piuttosto permaloso e vendicativo.

In segno di lealtà, quando il mio periodo di lavoro finì, tra i regali che ricevetti c’erano anche quelle foto.

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Storia dei miei gatti randagi

Quando ero piccola i gatti vivevano liberi per le strade e non andava molto di moda tenerli in casa. C’era Braciolina, la gatta dei miei vicini, che faceva eccezione, ma lei era una bellissima Siamese dal pelo sfumato e gli occhi di ghiaccio e non poteva essere altrimenti.
Così, quando cominciai a vedere un bel po’ di gattini che giravano intorno casa, affamati e senza affetto, pensai che sarebbe stato bellissimo ospitarli e darmi da fare per nutrirli e offrir loro una cuccia.
Per l’appunto avevamo un micro pezzetto di terra dietro casa che fungeva da posteggio invernale per la roulotte. Qui cresceva il salice piangente regalato dagli alunni alla mia mamma e c’era un’aiuola lunga e stretta sull’altro lato dove erano stati piantati dell’uva spina e qualche giaggiolo. I gatti potevano stare lì.
Costruii una casetta mettendo insieme qualche scatolone e un po’ di stracci e preparai loro una cuccia morbida e riparata.
Soldi per comprare il cibo non ne avevo ma concordai con mamma una retribuzione per ogni lavoretto che avessi fatto in casa. Lavare i piatti 25 lire, sparecchiare 10 lire, spazzare 15 lire.
Il mangime per gli animali all’epoca era basico. Per i gatti c’erano le lattine come quelle dei pomodori pelati, piene di sbobba generica.
Però costava poco, per cui, a forza di lavoretti riuscivo sempre a comprarne quanto bastava per accudire i miei gattini. Tra l’altro erano i tempi in cui ancora si pensava che ai gatti il latte non facesse male, per cui un piattino con la zuppetta di pane raffermo c’era sempre. Anche per la gioia delle formiche.
Ero molto orgogliosa del lavoro che mi permetteva di nutrire tutti quei gatti.
Mi sentivo nel giusto e mi piaceva raccontare quello che facevo per sentirmi dire quanto ero brava.
Invece c’era gente che non lo apprezzava affatto.
La vicina del salice piangente, per esempio. Quella che non poteva sopportare che le fronde andassero a cadere dentro il suo spicchietto di terra.
A lei i gatti davano fastidio.
Perché sporcavano, perché portavano malattie, perché attiravano le formiche, perché il cibo puzzava. Perché perché.
Stava sempre lì a brontolare e a dire frasette un po’ sottovoce un po’ no, del tipo, vedrai che gli fo un giorno o l’altro a quei gatti.
La mattina passava il bussino giallo che ci portava a scuola. Sopra, insieme all’autista, c’era una signorina antipatica che assomigliava a Lucio Battisti.
Un giorno, mentre aspettavo il bussino giallo sotto casa, vidi che il gatto grosso, quello a macchie bianche e nere, era a terra rigido.
Non è possibile, pensai.
Lo presi in collo. Non si muoveva, era duro come uno stoccafisso.
Cominciai a piangere e decisi che non sarei andata a scuola. Dovevo controllare la situazione dei gatti, cercare di capire che cosa fosse successo.
Arrivò il pulmino e io ero lì con il gatto rigido che tenevo per la coda e piangevo.
La signorina mi disse di salire, ma io non volevo.
Dicevo, mi hanno ammazzato il gatto, non lo vede, mi hanno ammazzato il gatto.
Sul dopo i ricordi si fanno un po’ confusi.
Spuntò un sacco nero per l’immondizia e qualcuno mi disse che ci avrei dovuto mettere dentro il gatto.
Ma io volevo fare una buca in terra e metterci sopra una piccola croce per ricordarlo.
Non ricordo se scesero giù mamma e babbo a risolvere la situazione.
È probabile che furono proprio loro a farmi buttare via il gatto e a farmi andare a scuola.
Così tra le lacrime fui costretta a salire sul bussino giallo insieme agli altri bambini, mentre la signorina antipatica si lamentava che avevo fatto perdere tempo a tutti e ora eravamo in ritardo.
Non riuscivo a capire il perché, ma intuivo che i gatti ti fanno restare da sola e fanno anche arrabbiare le persone. Come la vicina che chissà se era stata lei, poi, a mettere il veleno.


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Venezia e la cena dei cartocci

In un’estate delle scuole medie, quando eravamo tornati dal mare e potevo finalmente passare i pomeriggi a giocare con gli amici di Campolungo, babbo e mamma se ne vennero fuori con la novità che avremmo trascorso qualche giorno a Venezia. 

  • Io non vengo, dissi. 

Babbo cercò di convincermi elencandomi le cose belle che avremmo visto a Venezia, ma io continuavo a dire che a me di vedere Venezia non me ne importava proprio nulla e volevo continuare a giocare con i miei amici. 

Si partì una mattina con la roulotte, alla volta di Mestre, dove sembrava ci fosse un campeggio. 

Lo trovammo e rimanemmo subito delusi. Primo, era attaccato all’autostrada e sai la notte, disse babbo, come avremmo dormito con il rumore di tutte quelle macchine, secondo, aveva pochi alberi, dei pioppetti ancora giovani, stenterelli, che non facevano ombra nemmeno a una formica.

Prendemmo una piazzola e ci sistemammo.

  • Tanto staremo tutto il giorno fuori, disse babbo, che ci importa di com’è il campeggio.

Semmai c’era il discorso della notte, così vicini all’autostrada e con tutte quelle macchine che passavano. 

La prima notte dormii benissimo. 

Di macchine, a dire il vero, non ne passavano tante, ma a me quel rumore, scoprii, mi cullava.

Dal finestrino, prima di addormentarmi, vedevo le luci giallo triste che lampioni altissimi proiettavano sul cavalcavia e in quel deserto di pioppi stentati, autostrade e lampioni io mi sentivo a casa. 

La sera tornavamo stanchi morti e con i piedi doloranti per le camminate e non vedevo l’ora di rifugiarmi nel mio deserto metropolitano di periferia, protetta dalle luci giallo triste e cullata dal rumore dei motori.

La mattina prendevamo il bus per piazzale Roma. 

In San Marco comprammo il granturco e babbo ci fece le foto mentre venivamo assalite da stormi di piccioni affamati. 

Una volta prendemmo un taxi, cioè un motoscafo, per andare chissà dove, forse a Murano a vedere la lavorazione del vetro.

Visitammo la basilica, il teatro della Fenice, e chissà quante altre cose che ho dimenticato per poi recuperarle negli anni della maturità, quando Venezia era diventato un posto vicino. 

Scoprimmo la pizza surgelata servita in ristoranti da turisti, un tondino di pasta con un po’ di pomodoro e briciole di mozzarella o qualcosa di simile che costava una sassata. 

Una sera successe un fatto strano. Prima di andare a cena in qualche ristorante, per poi tornare al camping col bus, babbo cominciò a rovistare nelle tasche dei pantaloni con aria preoccupata. Poi prese a confabulare con mamma, che cominciò anche lei a cercare qualcosa nella borsa.

  • Bambine, disse mamma, babbo ha dimenticato il portafogli in roulotte e siamo senza soldi. Io non li ho presi pensando che tanto li aveva lui.

Cerca cerca però intanto babbo qualche spicciolo l’aveva trovato. Ci riducemmo così a comprare qualcosa al volo in un negozio di alimentari. Un sacchetto di gioppini, un cartoccio di affettati. Per bere c’era una fontanina.

Ci sistemammo su una sporgenza in pietra sulla fiancata di una chiesa e mangiammo così, come veniva.

Babbo diceva, ora la gente ci prenderà per dei morti di fame.

E io non lo so se è la memoria che attorciglia e poi scioglie i ricordi. Ma mi pare di sentire ancora il sapore di quei gioppini e della fetta di prosciutto cotto in cui li avvolgevamo. 

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