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La notte delle gomme squarciate

Questa è una storia vecchia come il cucco, la storia di quattro amiche che un giorno d’estate di tanti, ma tanti anni fa, decidono di andare a Siena per trascorrere la serata in un locale.

Prendemmo la macchina, la mia, e andammo..

Al tempo si poteva ancora entrare liberamente in Camollia, girare verso il Campansi e cercare un posteggio lungo quella strada. Noi lo trovammo, e non ci pareva vero.

Mi pare di ricordare che passammo una serata divertente, tra chiacchiere e bicchieri, finché si fece l’ora di tornare a casa.

Tornammo alla macchina e cercammo di ripartire, ma c’era qualcosa che non andava. Le ruote non rispondevano al volante.

Scendemmo a dare un’occhiata e capimmo il perché.

Ci avevano squarciato due gomme.

Il motivo era scritto in un foglietto lasciato sul parabrezza. Avevamo posteggiato davanti a un passo carrabile.

Il messaggio però era più secco seppur infarcito di qualche parolaccia.

E ora, che si fa?

Decidemmo di tornare al locale, magari qualcuno avrebbe potuto aiutarci.

La città era deserta, la mezzanotte era passata da un bel po’. 

Di chiamare a casa, a quell’ora, non se ne parlava. Non sapevamo proprio come fare.

Nemmeno al locale sapevano come avremmo potuto fare se non aspettare la mattina dopo per chiamare qualcuno che ci aggiustasse le gomme. 

Se ne avessero squarciata una, ci avrebbero potuto aiutare con la ruota di scorta, ma con due gomme squarciate era tutto inutile.

La titolare del locale disse che magari l’architetto ci avrebbe potuto ospitare per la notte. 

L’architetto era un avventore abituale e solitario. Probabilmente non si sarebbe mai sognato di fare una proposta del genere, ma a quel punto lo avevano incastrato.

E così andammo a casa sua, un bell’appartamento in pieno centro.

Di dormire non se ne parlava, dove poteva avere spazio per sistemare quattro ragazze, un architetto solitario? Per cui trascorremmo la notte a chiacchierare con il povero architetto.

La situazione era talmente assurda che ne passammo una buona parte a ridere come pazze.

Alla fine si fece giorno, chiamai a casa e babbo ci venne in soccorso.

Eravamo stanchissime e non vedevamo l’ora di stenderci in un letto. Ma avevamo avuto la nostra avventura e alla fine, a parte la spesa delle gomme, non ci era costata nemmeno troppo. Perfino i nostri genitori non si erano accorti che non eravamo rientrate. 

Oggi sarebbe andata in tutt’altro modo, con i telefoni cellulari e i servizi h24, ma questa è una storia vecchia come il cucco e non poteva che andare così.

(Foto da immobiliare.it. Grazie Immo!)

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Lo scherzetto di Gastone

La prima casa in cui ho vissuto a Belluno era un appartamento ricavato in un palazzo nobiliare in centro. Aveva il giardino, alti soffitti, il parquet a mosaico, un lungo corridoio e due stanzone, una a sinistra, camera e salotto, e una a destra, la cucina. Dalla cucina si entrava, attraverso un maestoso portone di legno a vetri, nello sgabuzzino, da cui si accedeva al bagnetto. 

Il conte mi aveva detto, quando ero andata a vederlo, non so se le piacerà, sa, è venuto un po’ strano. Pensi, io ci sono cresciuto in questa casa e oggi ne ho ricavato diciotto appartamenti.

Il bagno aveva delle finestrine orizzontali in alto che non si aprivano ma si affacciavano sul corridoio di uno studio legale.

Una volta capitò che Vanessa, uno dei miei due setter irlandesi, fosse in calore e mamma mi chiese di tenere Gastone a Belluno per qualche mese. 

Fu un periodo un po’ faticoso ma bellissimo. Io lavoravo tutto il giorno e Gastone se ne stava chiuso nell’appartamento. Però uscivamo in ogni ritaglio di tempo, la mattina presto, la sera tardi, a pranzo mi preparavo un panino e lo mangiavo passeggiando con lui.

Una domenica che avevo il giorno libero, con un’amica, decidemmo di andare a pranzo in un agriturismo. Avremmo portato anche Gastone.

La mattina mi feci la doccia e mi lavai i capelli. Era una giornata bellissima e io ero indecisa se asciugarli col phon o andare al sole in giardino. 

A un certo punto sentii un gran trambusto e la porta del bagno si chiuse con uno schianto. Gastone doveva aver fatto cadere qualcosa. 

Cercai di uscire per vedere che cosa ma la porta non si apriva. Spingevo ma niente, c’era qualcosa dietro che la bloccava. Da uno spiraglio di pochi centimetri provai a rimuovere l’ostacolo con un braccio, ma non ci riusciii. 

Potevo solo vedere Gastone che mi guardava scodinzolando.

Mi rassegnai a passare l’ora successiva in bagno, nel frattempo avrei potuto lasciare che i capelli asciugassero, poi sarebbe passata l’amica, che aveva una copia delle chiavi, e mi avrebbe liberato.

Il telefono era rimasto fuori dalla stanza, non c’era una finestra alla quale affacciarmi per chiedere aiuto a qualcuno, lo studio legale era chiuso. 

Non avevo molte possibilità.

Aspettai e aspettai, ma della mia amica nemmeno l’ombra.

Dal rintocco delle campane capii che ormai l’ora di pranzo era arrivata. Perché lei no?

Cominciai a perdere la speranza. Avrei trascorso tutta la domenica, il mio unico giorno libero, chiusa in un bagno di due metri per due senza poter mangiare, senza poter accudire il cane, aspettando il lunedì mattina nella speranza che qualcuno mi liberasse?

Aiuto!

Cominciai a gridare. Prima con tutto il fiato che avevo in gola, poi sempre con meno convinzione. Ormai era chiaro che ero rimasta l’unica in tutto il palazzo a trascorrere quella domenica di sole in casa.

Ero affranta. Ogni tanto mi imponevo di alzare la testa e gridare aiuto al nulla.

A un tratto però sentii una voce. 

Chi sei? Dove sei?

Il mio vicino del piano di sopra… 

Sono Simona, sono bloccata in bagno.

Fortuna che c’erano le finestre della cucina aperte, almeno sentiva qualcosa.

Come posso fare per entrare in casa?

Vai dalla mia amica, lei ha le chiavi.  

Aspettai ancora, ma stavolta era diverso.

Finalmente entrarono in casa, il vicino e l’amica, e mi liberarono. 

Era successo che il tenditoio appoggiato alla parete era caduto, forse per un movimento di Gastone o chissà che, andando a chiudere la porta del bagno. Nello stesso tempo era caduto dalla direzione opposta anche un piccolo scaleo che era andato ad incastrarsi con il tenditoio. Un intreccio inestricabile.

Gastone assistette alle operazioni di liberazione con la sua aria felice, saltellando e offrendo il capo per qualche carezza.

Quando tutto fu a posto ormai era un po’ tardi. Ringraziai il vicino. Che fortuna che quel giorno non avesse seguito la famiglia in montagna. Poi con l’amica decidemmo di andare a pranzo lo stesso. Trovammo un agriturismo che ci avrebbe accolte anche a quell’ora, noi e Gastone, e partimmo, decise a rimettere a posto quella domenica partita con il piede decisamente storto.

Ma tu poi perché non sei venuta a chiamarmi? Le chiesi.

Aveva litigato col fidanzato e aveva deciso di rimettersi a letto, dove, mi disse, avrebbe voluto passare il resto della giornata.

Senza la presenza provvidenziale del vicino in quel bagno ci avrei passato anche la notte.

Però con i capelli asciuttissimi.

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La notte dell’acqua

Quando da Treviso mi trasferii a Rovigo, sempre per lo stesso giornale, ogni tanto tornavo su, nel giorno libero, per passare un po’ di tempo con i vecchi amici. Poi rimanevo a dormire e la mattina dopo ripartivo per rientrare al lavoro.

In quel periodo gli amici erano perlopiù inglesi e americani che avevo conosciuto grazie al corso di inglese che avevo fatto prima di andare a New York.

Amanda era la mia insegnante, poi c’era Meredith, che ogni tanto la sostituiva, poi Inge, Claudia, mezza italiana, una piccolina bionda che diceva sempre definitely di cui non ricordo il nome e un ragazzo. Intorno a loro gravitavano anche alcuni amici italiani. Roberto, il fidanzato di Amanda, Roberto il fidanzato di Meredith, Livio e altri. 

Facevamo sempre un sacco di cose insieme. Cene in pizzeria o nella casa di questo o di quello, feste. Ricordo un pic nic in montagna e una gita in baita nel Feltrino. Un periodo d’oro per il mio inglese.

Più volte mi hanno anche invitato a parlare di giornalismo in inglese alla International School di Treviso in cui alcune di loro insegnavano.

Quando ero subentrata nella casa bohemien di Amanda, in via Bonifacio, lei si era trasferita in un bell’appartamento al quarto piano di un palazzo ancora più in centro. Per me era sempre disponibile la camera degli ospiti, anche se in casa non c’era nessuno. 

Amanda mi lasciava le chiavi da qualche parte e io andavo.

Una sera tornai verso mezzanotte. Era una di quelle volte che Amanda non c’era.

Non appena uscii dall’ascensore mi resi conto che c’era qualcosa di strano. Nel silenzio della notte sentivo distintamente, troppo distintamente, sgocciolare dell’acqua.

Guardai a terra. Un rivolo si avvicinava verso di me, scivolando dalle scale. Alzai gli occhi. Altra acqua a cascata su dal quinto piano.

Salii le scale di corsa. Il pianerottolo del quinto era un lago. L’acqua usciva da sotto la porta dell’appartamento sulla sinistra. Suonai il campanello, nessuna risposta.

Scesi giù, entrai in casa e telefonai ai vigili del fuoco.

Ma c’è qualcuno in casa? mi chiesero.

Non lo so, io ho suonato ma non mi ha risposto nessuno.

Dopo pochi minuti sentii avvicinarsi le sirene e il cielo cominciò a riempirsi di luci blu. Mi affacciai alla finestra. La strada era piena di mezzi di soccorso. 

I vigili del fuoco avrebbero cercato di risolvere il problema dell’acqua, ma per entrare nell’abitazione forzando la porta c’era bisogno della presenza dei carabinieri. L’ambulanza del Suem, infine, avrebbe garantito il soccorso sanitario nel caso nell’appartamento qualcuno si fosse sentito male. 

Anche i pompieri provarono a suonare il campanello più volte, senza ottenere risposta. Intanto l’acqua scendeva e scendeva, guadagnando poco a poco i piani più bassi.

Temevo il momento in cui, terminato l’intervento, i vigili sarebbero scesi al mio piano, mi avrebbero chiesto i documenti per la registrazione della richiesta di intervento, e mi avrebbero informato del decesso dell’inquilino del quinto piano.

Suonò il campanello. Erano i vigili.

Dissero che alla fine ce l’avevano fatta a svegliare il signore, un anziano, che dormiva della grossa e non aveva sentito niente, né il ripetuto suono del campanello, né tutto il trambusto nel condominio.

Dissero che si era scusato perché la sera prima quando era andato a dormire aveva dimenticato il rubinetto aperto in cucina. Non avrebbe mai immaginato di poter causare un disastro del genere.

Tirai un sospiro di sollievo, diedi i miei dati ai pompieri e augurai loro la buonanotte.

La mattina dopo, prima di lasciare la casa, scrissi ad Amanda una lunga lettera per raccontarle che cos’era successo. In inglese, naturalmente.

La lasciai sul tavolo per quando fosse tornata.

Qualche giorno dopo mi telefonò. Disse che non aveva mai riso tanto in vita sua come quando aveva letto il resoconto di quel flood.

La presi come una promozione. 

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Al Cuor

Arrivai a Treviso il 21 giugno 1994. Il vice direttore del quotidiano dove avrei iniziato a lavorare il giorno dopo mi aveva detto al telefono, è una piccola città sopra a Venezia, niente a che vedere con la bellezza di Siena, ma anche noi ci difendiamo.

Mamma mi volle accompagnare così, disse, mentre io andavo a conoscere i colleghi in redazione, lei mi avrebbe aiutato a trovare un posto dove stare.

Per quella notte avremmo dormito in albergo, poi qualcosa avrei trovato. 

Cercai il nome Treviso sulla cartina del Veneto. In effetti era poco più a nord di Venezia. In autostrada però il nome non appariva mai. O Venezia, o Belluno.

In ogni caso riuscimmo ad arrivare.

Era una bella giornata di sole. La redazione era in un palazzo bianco affacciato sul Sile. Conobbi i colleghi, i segretari e la responsabile del personale. Riempiti i fogli necessari, salutai. Ci saremmo rivisti la mattina dopo.

  • Dove ti fermi stanotte? mi chiese un collega.
  • In un albergo, risposi.  
  • Hai prenotato? Credo che sia un problema trovare un posto libero…
  • No, l’ho saputo solo ieri che sarei partita.

Mamma mi raggiunse trafelata.

  • Simona, lo sai che non c’è un solo posto libero in tutti gli alberghi di Treviso?
  • Ma come è possibile?

Venne fuori che proprio in quei giorni in città c’era il concorso internazionale Toti Dal Monte e ogni camera era prenotata da mesi da musicisti e cantanti arrivati da tutto il mondo.

  • E ora, che si fa?

Un collega si offrì di cedermi la sua casa per quella notte, lui si sarebbe spostato da un’amica. 

Ma tornò mamma, tutta esultante.

  • Ho trovato l’ultima camera libera.
  • Ah, benissimo. Meno male.
  • Quindi, dove andate? chiesero i colleghi.
  • In un albergo vicino alla stazione, disse mamma.
  • Ah, probabilmente è il Cuor. 

Notai le espressioni farsi un po’ più serie e alcuni sopraccigli alzati, ma sul momento non ci feci granché caso, tanto ero sollevata dal non dover ricorrere alla generosità del collega, che mi aveva lasciato piacevolmente stupita, tanto più che non mi conosceva nemmeno, ma allo stesso tempo mi imbarazzava un po’.

L’albergo aveva l’aspetto un po’ cadente. All’interno corridoi stretti poco illuminati coperti di tappeti a fiori consunti. L’aria era stantia e puzzava di fumo vecchio. 

Non ci preoccupammo troppo, contente come eravamo di aver trovato l’ultima camera disponibile in tutta Treviso.

Andammo a mangiare una pizza in piazza dei Signori, già un po’ innamorate di quella città piccola, pulita ed elegante dove le persone sembravano tutte gentili.

Chiesi una pizza al radicchio di Treviso, già che ero lì. La cameriera mi guardò stranita.

  • Ma giugno non è tempo di radicchio!

Che cosa strana, pensai. E passai ad altro. 

Solo in seguito scoprii che il radicchio tardivo di Treviso è un ortaggio invernale e deve superare una procedura di preparazione molto lunga e complessa prima di finire sul mercato.

Dopo la pizza facemmo due passi, quindi andammo in albergo, Al Cuor, dove crollammo appena toccato il letto.

Nel cuore della notte fummo svegliate da delle urla molto vicine. Sbatterono delle porte nel corridoio, si sentirono delle voci, una maschile e una femminile, che gridavano rabbiose. 

Mamma si affacciò a controllare se qualcuno avesse bisogno di aiuto e il tizio le disse di farsi gli affari suoi.

Tornammo a dormire. Io mi sarei dimenticata anche questo sgradevole episodio notturno, non mamma che la mattina dopo fece le proprie rimostranze alla reception, cioè al tizio triste seduto al bancone all’ingresso.

  • Non so che dirle. Io non ho sentito niente, fu la sua lapidaria risposta.

Una volta in redazione lo raccontai ai colleghi. Allora mi fu chiaro perché la sera prima avessero sollevato i sopraccigli. C’entravano le signorine che passeggiavano intorno alla stazione e che usavano il Cuor come base per i loro appuntamenti.

  • E stasera dove dormi? mi chiesero.
  • Torno lì, è sempre l’unico posto disponibile.
  • Non se ne parla nemmeno. Ti do le chiavi di casa mia, puoi stare lì finché non trovi una sistemazione migliore, disse il solito collega.

Stavolta accettai l’offerta molto volentieri. 

Mamma prese il treno per tornare a casa, finalmente più tranquilla.

Anzi, a Cuor leggero.

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Capodanno in Garfagnana

Nel 1989, lo giuro, avevo un fidanzato. Un fidanzato serio, del tipo sposiamoci, facciamo quattro figli e andiamo a vivere in campagna. 

Nonostante tutto quel Capodanno mi ritrovai a passarlo da sola. 

Il giorno prima chiamai un’amica. Era incinta e anche lei avrebbe trascorso il Capodanno da sola.

  • Che fai domani sera? 
  • Niente. 
  • Vieni via con me? 
  • Dove andiamo? 
  • Boh, vediamo. Garfagnana? 
  • Ok, va bene.

Partimmo con la mia Polo bianca senza pensare al meteo e senza prenotare. Nell’autoradio una cassetta doppia di Gino Paoli con un po’ di Ricky Gianco.

Arrivammo nel primo borgo abitato che era già ora di cena. Il posto si chiamava Fornaci di Barga. Ci infilammo in un bar per fare qualche telefonata e cercare un posto in cui dormire. Non fu facile. Quando ormai temevamo di dover passare la notte in macchina, a rischio congelamento, trovammo una locanda con una camera libera. Era arredata come un vecchio ospedale, stanze bianche e letti singoli di ferro. 

La locandiera riuscì ad infilarci perfino nel veglione, in un circolo paesano, dove ricavarono un tavolino apposta per noi.

La mattina dopo partimmo per la montagna. Sulle strade strette la neve si era trasformata in ghiaccio. Ma in tempi in cui non sapevo nemmeno il significato di gomme invernali non sembrava un problema. Ci fermammo anche a giocare e a fare delle foto.

Indossavamo semplici cappotti di lana, maglioni e scarponcini. L’abbigliamento tecnico era ancora rincantucciato nel futuro. 

Salendo per tornanti e piccole gole arrivammo in un posto dal nome buffo, Fornovolasco. Per strada vedemmo diversi vasconi di pietra dove, scoprimmo poi, allevavano le trote. 

In cima c’era la Grotta del Vento, ma non c’era tempo per visitarla. Scegliemmo di andare a pranzo in un ristorantino. Era il primo dell’anno. Prendemmo una trota a testa e non credo di averne mai mangiate di così buone.  

Spendemmo una sciocchezza, tipo sedicimila lire in due. Anche il veglione e la stanza li avevamo pagati pochissimo. 

Poi nel pomeriggio ci rimettemmo in macchina per tornare a casa continuando ad ascoltare Gino Paoli e Ricky Franco.

La mia amica qualche mese dopo si sposò ed ebbe il bambino.

A me rimasero altri due capodanni da trascorrere col fidanzato.

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Lo stendino

Qualche tempo fa ospitammo una giovane coppia di francesi.

Arrivarono nel pomeriggio, mostrai loro casa e dintorni, poi li lasciai al loro riposo.

Dopo cena il tizio venne a chiamarmi. Era tutto agitato perché, mi disse, si erano chiusi fuori e le chiavi erano rimaste dentro.

– Nessun problema, dissi io. Ho la chiave di riserva.

Ma lui continuava a scuotere la testa.

In effetti la chiave non entrava nella serratura.

– Ma avete inserito la chiave all’interno?

– Sì.

– Nessun problema, dissi io. Entriamo dalla finestra della terrazza.

Il tipo scuoteva la testa.

La finestra della terrazza era chiusa dall’interno

.- Entriamo dalla finestra della cucina, anche se dovremo prendere una scala.

Niente da fare. Anche la finestra della cucina era chiusa dall’interno.

Il tizio continuava a scuotere la testa, mentre la sua compagna si aggirava tutto intorno con l’aria cupa di chi aveva subito un torto.

– Proviamo con la finestra della camera.

Chiusa.

– Quella del bagno?

Pure.

Cominciava a farsi tardi. Dove li mettevo quei due a quell’ora? Cercavo di sforzarmi di pensare a una soluzione senza farmi distrarre dal panico e dai pensieri molesti. Tipo quello sugli amanti della natura che si chiudono in casa per evitare che entrino triceratopi o anaconde giganti. Attraverso le zanzariere, magari.

– Potremmo cercare una sistemazione di emergenza per stanotte e domani mattina trovare una soluzione per aprire la porta.

– Ma abbiamo tutta la nostra roba chiusa dentro, anche le chiavi della macchina.

Esaurita ogni possibilità non rimaneva che un’ultima speranza.

I vigili del fuoco.

Arrivarono in poco tempo e si misero subito al lavoro. Ma non fu facile nemmeno per loro. Ebbero un bel daffare con la porta, difficile da forzare a causa di uno sbalzo del muro. Alla fine, quando anche loro stavano per arrendersi, finalmente si aprì.

A quel punto c’era solo da registrare i nostri dati e poi saremmo potuti andare tutti a dormire.

Dissi agli ospiti di stare tranquilli, che ci avrei pensato io.

I vigili mi seguirono sul mio terrazzino. Feci accomodare il capo partenza su una sedia intorno al tavolino di pietra su cui appoggiò i moduli da compilare.

Quel pomeriggio avevo fatto il bucato e c’erano i miei vestiti stesi. Allo stendino, una specie di torretta in metallo dell’Ikea, era appeso fra le altre cose un simil polipo di plastica da cui pendevano reggiseni e mutande.

Il vigile del fuoco si sedette e la sua testa fu immediatamente circondata dalla mia biancheria.

– Scusi, glielo sposto subito.

– Lasci stare, non c’è problema.

Fra gli altri pompieri, il tavolo e lo stendino non c’era proprio margine di manovra. Mi arresi.

Il vigile riempi il verbale d’intervento, impassibile, con la sua aureola di mutandine colorate.

Il giorno dopo dissi ai miei ospiti che per me non era successo niente e che si godessero i giorni di riposo in serenità. Purtroppo tennero per tutto il tempo un’aria fra il contrito e l’imbarazzato, che non so se per loro era naturale o se era dovuta al piccolo contrattempo.

Avessero visto il pompiere con la testa fra le mutande, gli sarebbe passata, peut-être.

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La caffettiera a fiorellini rosa

“Me la ricordo perfettamente” dice la zia di A. guardando la foto della caffettiera di ceramica a fiorellini rosa che le ha inviato il nipote sul telefonino.

La zia di A., con sorelle (tra cui la mamma di A.), fratelli, genitori e nonni, è cresciuta nella casa colonica dove da quarant’anni mi sono trasferita io con la mia famiglia. E infatti è proprio nella scarpata dietro al pozzo, quella che scende giù verso il campo, che ho trovato la caffettiera.  

La famiglia lasciò la casa nel 1976, dopo la morte del patriarca, quindi la mezza moka risale agli anni precedenti. Soddisfatta della notizia, ma non appagata, vorrei sapere ancora chi la usava e come, quando facevano il caffè e chi lo beveva e chi no.

Penso alla vecchia caffettiera come a un improbabile cavallo di Troia che mi permetta di entrare, non vista, nelle stesse stanze che oggi per me sono quotidiane ma che allora erano vissute da altri.

La casa fu poi ristrutturata da un imprenditore nel 1978 e per pochi anni ci visse in affitto un magistrato con la moglie. Poi la pretura di Colle fu chiusa e anche il giudice si trasferì a Poggibonsi.

Erano i primi anni Ottanta, io frequentavo la quinta liceo e preparai la maturità cullata dal rumore del trattore che andava avanti e indietro nel campo sotto alla finestra di camera mia.

Ricordo quando babbo ci portò a vederla. A me sembrava impossibile che potessimo andare ad abitare in un posto così.

La casa era grandissima e isolata. Ci si arrivava percorrendo una strada sterrata tutta curve e salite. Avrei potuto organizzare feste, invitare amici, avere un sacco di spazio tutto per me.

La mia sorella invece rimase delusa. “Me la immaginavo almeno la metà della Reggia di Caserta” disse, tanto per stemperare gli entusiasmi.

I vicini di Campolungo, dove abitavamo prima, si divertirono a sparlare del nostro trasferimento, raccontandosi l’un l’altro di come fossimo caduti in basso. Secondo loro eravamo andati a finire in una catapecchia semidiroccata in mezzo ai boschi. In quegli anni c’era il mito della città e la campagna era degli sfigati che ancora non ce l’avevano fatta a fuggire. Figurarsi chi andava a infilarcisi apposta.

Poi c’era anche l’eterno sport del godere di fronte alla disfatta altrui, fingendo una pena che mascherava una soddisfazione un po’ perversa e qualche volta dava anche l’opportunità di pronunciare frasi del tipo, io l’avevo detto, che ti aspettavi?

Per rimettere le cose a posto venne a trovarci il Verdiani che, constatate di persona le condizioni della nostra nuova casa, tornò in Campolungo autoinvestendosi del compito di dire a tutti la verità.

Poi sono successe molte cose, che ora non starò a dire. 

Sono diventata amica di A., senza sapere che la sua mamma viveva qui, e ogni tanto gli chiedo qualcosa della casa di quei tempi, dove facevano l’orto, dove stavano gli animali.

A loro ha portato fortuna, se si considera il destino luminoso di A. e di suo fratello.  

Non sarà possibile sapere il momento preciso in cui la caffettiera di ceramica a fiorellini rosa è finita nella scarpata. Ma se si fanno bene i conti, la signora dovrebbe aver collezionato almeno una cinquantina di anni. 

E come è giusto che sia, ha ancora tutto il tempo che vuole, davanti a sé. 

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Cose che capitano solo a me/1

Autogrill sul Grande Raccordo Anulare, sabato 10 ottobre intorno alle due.
Panino e birretta.
Chiedo al commesso che mi porge il vassoietto se può aprirmi la birra.

  • Certo, dice. Stappa e lascia il tappino sul ripiano.
    Io che non voglio perdermi nemmeno una bollicina, rimetto il tappo a pressione e ci appoggio sopra il bicchiere di plastica per portare tutto al tavolo.
    Sento un rumorino strano. Ploff. Ma non capisco da dove viene.
    Ah, ecco la mia birra senza più il tappo. Guardo un po’ in giro, Ma non lo vedo.
  • Mi scusi, dico al commesso. È sparito il tappo, non vorrei che fosse caduto fra i panini…
  • Sì sì, lo so. L’ho preso in testa.
  • Ma come…
  • Ero chinato in basso e mi è rimbalzato sul capo. Poi è caduto per terra. Per questo l’ho buttato via.
    Io. – Mi scusi. Ovviamente non volevo…
    Lui.- Non si preoccupi. Non le ho detto niente perché non avevo capito da dove arrivava.
    E sorrideva pure.
    Oltre ad avere la testa liscia.

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Di quando sono nata e di altre omonimie

Quando sono nata nonno Corrado voleva mettermi il nome di una santa. Rita era il suo preferito. Erano gli anni in cui imperversava Rita Pavone e io ero nata pel di carota. Mi mancava solo che mi chiamassero Rita.

Mamma era indecisa fra Monica e Simona. Monica fu scartato perché, essendo toscani, avrei patito per sempre un nome con la c aspirata. Simona invece non poneva di questi problemi. Poi, sempre secondo mamma, l’abbinamento con il cognome era armonioso. Stesso numero di sillabe. Simona Pacini aveva la musicalità di un Simone Martini. E, volendo cercare nell’archivio dei santi potevamo citare Simone detto Pietro, su questa pietra fonderò la mia chiesa e via dicendo. Così anche nonno era accontentato. 

A me piace chiamarmi Simona Pacini. Sono molto affezionata al mio nome. Peccato solo che non sia unico. Infatti ho un sacco di omonime. Una, che non conosco, proprio a Colle Val d’Elsa. Così ogni volta che ho a che fare con un ufficio pubblico devo snocciolare la data di nascita per distinguermi dall’altra. Mi piace molto anche la mia data di nascita, ma questa è un’altra storia.

Il fatto è che ci sono diverse Simona Pacini sparse in varie province della Toscana e in qualche modo la loro esistenza riesce a influenzare, seppur minimamente, anche la mia.

Dopo aver pubblicato il mio libro ho scoperto che un’altra Simona Pacini ha pubblicato una raccolta di poesie.

Un giorno ho ricevuto un’email da uno studio legale del nord della Toscana che mi aggiornava su una successione ereditaria. Non riguardava me.

Un’altra volta mi sono trovata in casella elettronica la cartella clinica di un’omonima che fra l’altro aveva un bel po’ di problemi di salute.

Stamani l’email di un altro avvocato, probabilmente lo stesso della volta precedente, che mi invia la perizia calligrafica sul testamento contestato.Il perito certifica che all’originale, in cui la de cuius lasciava casa e orto a due eredi, è stato aggiunto in seguito un terzo nome, scritto sempre con penna blu ma dall’inchiostro più pastoso e brillante, oltrettutto calcando sul foglio con forza maggiore rispetto al resto della scrittura. E insomma, non lo so, comincio ad appassionarmi alle vite delle mie omonime. La prossima volta magari nemmeno avviso dell’errore.

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La cacio e pepe della mia mamma

A casa mia l’odore più frequente che arriva dalla cucina è quello di bruciato. 

Si inizia la mattina con quello delle mele cotte, reso dolce dallo zucchero caramellato. Bruciato anche quello.

Poi a seconda, il latte, le verdure, le bruschette. Negli anni abbiamo bruciato verdure, pizze, focacce, risotti, petti di pollo, timballi, dolci. 

“Con tutte le cose che ho da fare” dice mamma.

“Va bene, ma allora chiedi a me”.

Alla fine, dopo Natale, quando ci siamo rotte un po’ di piedi (io uno, ma lei tutti e due), la responsabilità della cucina è passata a me. 

Io, bisogna dirlo, sono un po’  pignola. Si compra quello che serve, si cucina quello che si mangia, senza sprechi. Dopo aver regalato borse intere di pane secco, ho iniziato a tagliare a fette ogni pagnotta, e a custodirle, ben chiuse nei sacchettini di plastica, nel congelatore. Pronte alla bisogna. Niente di meno, niente di più.

Da allora, non si è visto più pane secco in casa nostra.  

Un giorno, mamma aveva da poco ricominciato timidamente a camminare, stavo preparando il pranzo, giù da me.

Mamma dice. Al pane ci penso io. Capii che aveva bisogno di tornare a fare qualcosa in cucina dopo tanto tempo e la lasciai fare.

Poco prima di metterci a tavola sentii l’inconfondibile odore. Corsi al fornino. Il pane era carbonizzato.

“Con tutte le cose che ho da fare”.

Le nostre cucine sono due mondi diversi. Io smaniavo di cucinare fin da bambina. Facevo le medie quando cossi la mia prima torta alle mele.

Al liceo trascorrevo interi pomeriggi con un’amica a preparare pasta fatta in casa, tortellini, lasagne, ragù e krapfen. 

Per mamma la cucina è un obbligo. Un posto dove si soddisfa un’esigenza primaria. Mangiare per sopravvivere. Tutto il resto è superfluo.

Per anni al ritorno da scuola ho trovato ad attendermi un hamburger o un piatto di pasta in bianco. Ogni giorno. Per anni ho odiato la nostra tavola imbandita con i cartocci degli affettati e dei formaggi. O le pentole e le padelle che arrivano direttamente dai fornelli senza incontrare un vassoio nemmeno per sbaglio. 

Non molto tempo fa dissi a mamma che avrei fatto la pasta cacio e pepe, un piatto che sembra semplice ma che richiede tempo e attenzione.

“Che ci vuole? – disse lei – Cuocio la pasta, ci grattugio sopra il formaggio e poi metto un pizzico di pepe, ed é buonissima”.

La rivisitazione delle ricette la rende euforica. 

“Non è mica necessario seguirle alla lettera” sostiene.

Secondo lei non è necessario nemmeno saltare la pasta nel sugo, i condimenti pronti sono ammessi, così come le salse confezionate e gli alimenti surgelati.

Un giorno ha ricevuto sul telefono la ricetta della pasta cacio e pepe.

“L’ho letta. Pensavo che fosse come quella che facevo io. Invece…”.

Per fortuna l’ha detto ridendo.

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