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Quando il bubbone scoppiò (6)

Per fortuna non se ne fece di niente. Nel senso che non ci fu bisogno che il Caso Umano mettesse a disposizione il “suo” appartamento per la famiglia canina, né tantomeno fu necessario che si trasferisse da me per qualche giorno.

Non riesco nemmeno a immaginare quali sarebbero potuti essere gli effetti di una soluzione del genere.

La vita procedette tranquilla, si fa per dire, nell’attesa che il Caso Umano trovasse finalmente una sistemazione, più o meno definitiva, che le permettesse di lasciare libera la casetta.

Ormai speravamo che quel giorno si avvicinasse più in fretta possibile. 

Dopo la mia serata a teatro con le amiche il Caso Umano, ovvero la Tipa della Conchiglia Sbriciolata, aveva in programma di assentarsi per qualche giorno.

La sera prima della partenza, mossa da un pericoloso spirito di compassione, bussai alla sua porta. In mano avevo una borsa di paglia foderata di tessuto bordeaux, che a sua volta conteneva un maglioncino d’angora dello stesso colore e una copia di un libriccino scritto da me.

Lei era una che faceva molti regali. Mi pareva giusto ricambiare.  

Ma soprattutto ero dispiaciuta per il suo disagio. Il fatto che io continuassi a trascorrere le giornate portando avanti il mio lavoro, pensando a mamma, alla casa, ai miei interessi, anziché metterla al centro del mondo, riusciva addirittura a scatenarmi dei sensi di colpa, per quanto cercassi di oppormi con tutta me stessa. Per questo decisi di fare un passo in avanti, nella speranza che si potesse creare un certo equilibrio, anche solo per affrontare il tempo che avrebbe trascorso ancora lì.

Il bubbone scoppiò il giorno dopo, una mattina di metà marzo, dopo un temporale da tregenda. Per colpa di un sacchetto di spazzatura.

Intorno alle 8 ricevetti un messaggio dal Caso Umano che mi informava di aver lasciato il sacchetto della spazzatura davanti casa perché, muovendosi a piedi e con una valigia, data la pioggia fortissima, non ce la faceva a portarlo con sé.

Che problema c’è? risposi. Ci penso io.

Poi però, quando andai a prenderlo successe questo. Tirai su una busta e mi si rovesciò tutto a terra. Il “sacchetto” consisteva in un accumulo di sei o sette buste per l’immondizia contenenti ogni genere di rifiuto, dall’umido alla plastica, al vetro, tutto mischiato, tutte aperte. 

Le scrissi un messaggio cercando di stare più neutra possibile. 

Lei cominciò subito a giustificarsi. 

Sai che non sapevo come differenziare? Infatti te lo avrei voluto chiedere.     

Naturalmente ne avevamo parlato, tanto che lei mi aveva detto di avere la propria tessera per i cassonetti al che io ripresi quella che lascio a disposizione degli ospiti. Poi, che vuoi chiedere? Per differenziare non ci vuole una scienza. Specialmente se in casa ti ritrovi una serie di contenitori con le etichette carta, plastica e vetro, oltre al bidoncino dell’umido. Più il normale secchio per l’indifferenziato, naturalmente.  

Purtroppo ebbi la conferma, un’altra, che probabilmente non capiva e sicuramente non ascoltava. Però si stizzì molto e, ritenendo di essere stata ripresa su una cosa di cui non aveva colpa, cominciò a buttarmi addosso tutto quello che riteneva non andasse nell’appartamento “dove era costretta a stare”. Un tubo del bidet rotto (segnalato la sera tardi e riparato la mattina dopo), una doccia che non funzionava perché, essendo protetta solo da una tenda, la prima volta che l’aveva usata aveva allagato il bagno, lo scarico della lavatrice nel water. Gli insetti. Un fornelletto a gas invece del piano cottura.

Nell’appartamento per il quale le avevo chiesto una cifra simbolica, messo a sua disposizione nello spazio di un giorno e per il tempo che le serviva, una settimana, cinque o sei, rinunciando se necessario anche agli affitti di Pasqua, e senza chiedere anticipi, caparre o altro.

Ero senza parole.  

Però cominciai ad arrabbiarmi. Le dissi che la trovavo offensiva, oltre che ingiusta. E lei cominciò a cancellare tutti i messaggi in chat. 

Quella mattina feci due cose. Indossai un paio di guanti in lattice e cercai di differenziare la sua immondizia, per quanto era possibile. Poi le dissi chiaramente quello che pensavo di lei e che il mio unico errore era stato quello di aiutarla in modo disinteressato.

Fra tutte le stupidaggini che aveva scritto, c’era qualcosa che mi aveva colpito più di tutto il resto. Lo scarico della lavatrice nel water. Chi può considerare un problema una cosa del genere? Specialmente in una casa di passaggio. 

Presi la chiave di scorta e andai a dare un’occhiata. Riuscii ad arrivare fino in bagno, dove l’occhio cadde sulla seggetta del water, spaccata, ancora appoggiata sopra al tubo di scarico della lavatrice. Cioè, veramente credeva di doverlo lasciare lì per sempre e non soltanto quando azionava la macchina? Omiodio.

Purtroppo vidi anche in che condizioni erano la doccia, il lavandino, il famoso bidet con il tubo che perdeva. Macchie dense e scure, capelli ovunque, bustine aperte di cosmetici gettate qua e là. Asciugamani completamente fradici buttati a terra…

In camera? Il disastro. Quando era arrivata aveva chiesto un posto dove poter tenere i suoi valigioni e il ragazzo che le aveva fatto il trasloco si era arrampicato sulla scala fino a un soppalco. In quel momento scoprii che lei se li era riportati giù uno per uno, saturando ogni spazio vuoto della stanza. Tra il letto e la parete nord aveva messo anche lo stendino, aperto e carico di panni. Sul tavolinetto un megatelevisore, una copia della Bhagavadgītā, vestiti ovunque, biancheria, fermagli per capelli.  

Ebbi una visione. Lei, triste e solitaria, seduta sul letto con l’unico conforto di quei valigioni stretti tutti intorno. E io che pensavo potesse starsene serena almeno per un po’. 

Non era cosa da lei. 

Dall’armadio a muro, lasciato aperto, vidi spuntare una specie di lampadina da notte, due sfere di plastica bianca l’una sull’altra, come un otto, e un piccolo schermo nero stondato sulla parte superiore. 

Non ci feci troppo caso, mentre scattavo qualche foto di tutto quel disastro.

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“Una faccia da psicopatica” (4)

Sono in un bistrot con due amiche. Ognuna di noi ha davanti un piatto, ognuna diverso, ma tutte con lo stesso bicchierone di birra.

Una è appena tornata da un superviaggio, oltreoceano e con intenti umanitari, e io avrei molta voglia di sentire il suo racconto. L’altra sta per partire per una nazione tra l’Asia e l’Europa.

Mangiamo un boccone veloce prima di andare a teatro per un concerto.

Il discorso cade sulla nuova amica (la tipa della conchiglia sbriciolata).

Quella sera ci sarebbe dovuta essere anche lei.

Lei che ripeteva di amare la musica, che senza musica non avrebbe potuto vivere.

Invece, dopo aver aderito subito alla mia proposta, qualche giorno prima, quando le ho ricordato l’appuntamento è diventata vaga.

Oddio, devo vedere… Ho da fare un po’ di cose mie… Ti faccio sapere…

Il giorno stesso, non avendo saputo più niente, le comunico che sarei partita alle sette e che avremmo mangiato in un bistrot.

Vai pure, dice, preferisco sistemare alcune cose mie, devo prepararmi per il viaggio di dopodomani.

Mi sembra di percepire che qualcosa non quadra, ma pazienza. D’altra parte già nei giorni precedenti la nuova amica, che vive nella casetta da una decina di giorni, di stranezze ce ne ha mostrate un bel po’.

In ogni caso, per me è la prima uscita con le amiche dopo i giorni del dolore, e non mi faccio turbare più di tanto.

Poi, una volta al bistrot, il discorso cade su di lei.

Le amiche chiedono, come ci siamo conosciute, com’è, che fa.

Tra l’altro ho anche alcune foto.

No, non alcune. Una intera collezione poiché la tipa a ogni passo che fa si scatta un selfie e me lo manda.

Tutti primi piani. Primo piano della tipa a teatro che assiste al balletto, primo piano della tipa sulla terrazza di casa mia (in realtà è affacciata alla finestra della cucina, ma come vedremo, per lei dire le cose che non corrispondono alla realtà, minime o importanti che siano, non sembra essere un problema). E ancora. La tipa che mangia in un ristorante vegano, la tipa accanto a un manifesto di un qualche corso yoga.

La tipa. Punto.

Che faccia da psicopatica! Dice R.

Ma dai… è un po’ particolare, questo è vero… Dico io.

No no, dammi retta – R. insiste – Questa è proprio psicopatica. Guardala bene…

Intanto L., l’altra amica, se la rideva, continuando a mangiare polpettine di melanzana.

Senti, io ti dico una cosa. Questa è pericolosa, si vede dalla faccia. Levatela di torno prima possibile…

R. è decisamente categorica.

Durante il concerto mi arriva un messaggio.

Sai, ho fatto bene a non venire. Domani sera vado via presto per dormire da un’amica e prendere il treno la mattina all’alba. Sarà per un’altra volta. Magari organizziamo qualcosa da sole, io e te.

Sì, magari.

Credetti di capire una cosa. Che l’idea di trascorrere una serata con le mie amiche la metteva a disagio.

Anche se non capivo ancora bene il perché, tutto quello che faceva cominciava a far sentire molto a disagio me.

Il giorno dopo, vedendo che all’ora che aveva detto di dover andare era sempre in casa, le chiesi se non usciva.

No, parto domani mattina prestissimo. Non è necessario che vada a disturbare la mia amica. Tanto ho trovato uno che mi dà un passaggio a quell’ora…

Sembrava un po’ strano. Tutti lei li trovava quelli pronti a ogni ora del giorno e della notte a dar passaggi per qua e per là.

La sensazione di disagio aumentava. Non capivo bene che cosa volesse dire né che cosa volesse fare. Da quando era arrivata a casa mia alternava momenti (apparentemente) di affetto e di preoccupante dipendenza da me e da quello che le offrivo, ad altri in cui sembrava offesa e risentita nei miei confronti.

Un giorno, entrando nel mio appartamento, senti una canzone alla radio e scoppiò improvvisamente a piangere, buttandosi tra le mie braccia.

Rimase lì per qualche secondo, io non dissi niente. Poi mi chiese scusa, disse che non se la sentiva di parlare, e finì lì.

Intanto i problemi che riguardavano la sua vita lievitavano come l’impasto di una pizza gigante, sovrastando tutto il resto.

Quando la incrociavo non parlava d’altro, rovesciandomi addosso situazioni che sembrava dovessi risolverle io.

Tolsi le chiavi dalla mia porta esterna, per impedirle di piombare dentro a ogni ora senza avvisare né chiedere permesso. Seppi poi che la stessa cosa la faceva anche con mamma. Con la scusa di portarle dei regalini, una tazza, due frittelle, apriva la porta e entrava.

Lascia stare – diceva mamma – non dirle niente. Tanto tra poco, si spera, se ne va.

Intanto però avevo smesso di chiamarla nuova amica, quando parlavo di lei.

Ora era diventata il Caso Umano.

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Come successe che mi misi in gabbia da sola (3)

Un’amica saggia mi consigliò di mettere un limite alla tipa della conchiglia sbriciolata, una che si prendeva fin troppo spazio. Per cui quando la rividi, l’amica saggia, qualche tempo dopo, omisi di dirle che quella tipa era già ospite a casa mia.

Mentre raccontavo della nuova conoscenza, l’amica saggia registrava segnali preoccupanti a cui io mi ostinavo a non far caso.

Dopo il giorno delle marche da bollo, la tipa della conchiglia sbriciolata entrò sempre più nella mia vita. 

Telefonava, scriveva, mi faceva domande. Certe cose, diceva, poteva chiederle solo a me perché ero l’unica persona che conoscevo. Lo sapevo che questa cosa non tornava affatto. Che di persone, almeno a quanto mi aveva fatto credere il primo giorno, ne conosceva diverse. 

Ma io ero a terra e in qualche modo mi sentivo anche gratificata a potermi occupare di una persona in difficoltà. 

Dicono che certe cose funzionano proprio così. Che certe persone sanno perfettamente a chi possono rivolgersi per ottenere quello che vogliono e in quale momento. 

Evidentemente per me, quello era proprio il “momento giusto”.

Non mi pesavano nemmeno troppo, al contrario di come sarebbe accaduto in giorni normali, le attenzioni assillanti della tipa, i suoi consigli, la pretesa di diagnosticare e guarire ogni mia possibile malattia. 

L’amica saggia disse che era una da ridimensionare.

Non l’ascoltai.

Poi all’improvviso fu troppo tardi. Successe così. Alla tipa bastarono pochi giorni. La ragazza autonoma che girava il mondo da sola, aveva il suo lavoro on line e aiutava gli altri a stare meglio, si rivelò un essere complicato, con mille dipendenze, ossessiva, paranoica e malmostosa. Aveva bisogno di tutto: attenzioni, tempo, ascolto. Soldi.

La casa. Quando la conobbi, il giorno delle marche da bollo, la casa in centro che aveva acquistato da poco, mi disse, era tutto quello che poteva desiderare.

Due settimane dopo mi chiedeva se conoscevo un geometra per fare una perizia all’appartamento. Era sicura che l’agenzia la stesse truffando, con la proprietaria. Temeva che le avessero voluto sbolognare in gran fretta una casa con un problema “strutturale” (secondo lei un tubo rotto nel muro della cucina) fingendo che fosse stato risolto. 

Mi disse che la mattina si svegliava con i vetri appannati dal vapore, viveva nell’umido, anche i vestiti nell’armadio erano bagnati e temeva per la propria salute.

La sua capacità di trasmettere angoscia e creare continue emergenze era veramente fenomenale. 

Ma tutto questo cominciai a capirlo solo dopo.

In quel momento mi sforzai di tranquillizzarla, le dissi che avrei fatto di tutto per aiutarla e scrissi un messaggio al geometra. Era un sabato pomeriggio. Mi disse di richiamare lunedì o martedì.

Mi chiederà molti soldi? Chiese lei. Perché io non posso spendere, aggiunse.

Il lunedì però lei non si fece sentire. Martedì mi comunicò di aver risolto con l’agenzia. Erano andati insieme a fare un sopralluogo e, secondo lei, anche loro si erano resi conto che il problema era reale.

Lo hanno visto con i loro occhi, disse, che l’appartamento non corrispondeva a quello per cui avevo firmato il contratto. 

Quindi le avrebbero restituito la caparra.

Ma la casa, chiesi, non l’avevi comprata?

Eh no, disse lei. Il percorso doveva ancora essere completato. 

Si inerpicò in un intreccio di spiegazioni, dai tempi della vendita di un’altra casa al nord, agli accordi per stare in quella attuale in comodato gratuito fino al momento dell’acquisto, che decisi di ascoltare senza troppa attenzione.

In ogni caso quando, qualche settimana dopo mi presentai all’immobiliare dicendo che avevo ospitato la tipa dopo che aveva lasciato la casa in centro, la loro versione fu decisamente diversa.

Non passarono molti giorni, che arrivò un’altra telefonata.

Scusa se chiedo ancora a te, ma non saprei a chi altri rivolgermi. Qui conosco solo te.

Mi aiuteresti a trovare un appartamento in affitto? Io entro il mese devo lasciare questa casa, non la sopporto più, ci sto proprio male. 

Ma prima di comprarne un’altra ci devo pensare bene. Non vorrei rischiare di sbagliare ancora una volta.

Non posso che assumermi la responsabilità di quello che avvenne dopo. Anche se, a ben vedere, la tipa aveva seminato ben bene, e soprattutto aveva giocato consapevolmente con il nostro estremo stato di fragilità. Ma di questo mi sarei resa conto soltanto quando ormai ero chiusa in gabbia. 

Inesorabilmente, tutto ciò che si era preparato in quelle tre settimane, a partire dal giorno della ricerca delle marche da bollo, le confidenze, i video musicali, le telefonate, le richieste di aiuto, i consigli per il benessere, tutto quanto, divenne una cosa sola, nell’errore (purtroppo non l’unico) più grande della mia vita.

  • In tre giorni una casa in affitto qua non la troverai mai, le dissi. 
  • Vieni a stare da me, tanto ancora i turisti non arrivano, nel caso rinvio l’inizio della stagione, così nel frattempo puoi stare tranquilla, rilassarti in campagna, e capire dove vuoi andare a stare.

La sventurata rispose.

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La conchiglia sbriciolata (1)

Eravamo appena entrate nell’aia, passato il cancellino di ferro, io stavo già aprendo la porta quando sentii chiedere. 

  • Che bella, ma è vera?

Feci qualche passo indietro.

  • Che cosa?
  • La conchiglia, disse, indicando un piccolo fossile che teneva tra le dita. 
  • Certo che è vera. Vedi lì sul tavolo c’è tutto un mucchio di sassi e conchiglie che raccolgo qui intorno e che devo ancora decidere dove mettere.
  • Anche lì stanno bene, disse lei.

Era venuta per vedere la casetta dove l’avrei ospitata nell’attesa che trovasse una sistemazione. Aveva avuto problemi con l’agenzia con cui aveva quasi concluso l’acquisto di una casa in centro e mi aveva detto che aveva bisogno di un po’ di tempo per fare la prossima scelta in tranquillità, senza fretta.

Qui, le avevo detto, puoi stare per qualche settimana. Sarai tranquilla, non dovrai pensare a nulla se non a rilassarti in mezzo alla natura prima di compiere il prossimo passo.

Quanto mi sbagliavo.

Ci sono delle cose che valgono come segnali premonitori di quello che potrebbe accadere in seguito. Ma è raro che qualcuno si tiri indietro quando li vede, facendo vincere la superstizione sulla solida razionalità.

I segnali, dicevo.  

Prima di tutto la strada. La strada per arrivare a casa nostra non è facilissima. Oggi meno di prima, poiché le persone sono abituate al Gps e prestano meno attenzione alle indicazioni.

Inviai le istruzioni su whatsapp alla tipa, una vegana del nord. Lei era a piedi, bastava che seguisse i suggerimenti, vai avanti fino a lì, gira a destra di là. Cose semplici.

La prima indicazione la toppò subito, passando oltre l’edificio indicato. Mi arrivò una foto sul telefono, indicava dove era. No no, risposi, devi girare prima, a sinistra, dove sono gli alberi.

Indossai le mie scarpe da montagna e le andai incontro. Così, pensai, intanto faccio due passi. 

Passata la prima curva, dopo aver fatto la salita da cui si vede tutta la strada, non c’era nessuno. 

Ma come era possibile? 

La chiamai.

  • Sto arrivando, – disse – ero andata a sinistra dopo l’albero. 

Ah, ecco. Quindi era finita in mezzo ai campi. 

Sarà stata attratta da qualche capriolo. Chissà.

Tornammo indietro ognuna sui suoi passi e ci incrociammo alle pozzanghere. C’è un punto, lì, dove qualche anno prima risultò esserci stato l’epicentro di una scossa di terremoto. Lì il terreno avalla qualunque cosa ci venga buttata, sassi, ghiaia, detriti, e rimangono sempre delle buche. In quei giorni pioveva spesso e si erano formate le due solite lunghe pozze d’acqua.

Lei, notai, indossava degli stivaletti di cuoio marrone con le stringhe, alla francese. 

Mi guardò e disse: 

  • Ma dove vai con quelle scarpe? Stai attenta che rischi di scivolare…
  • Veramente sono delle Salomon da montagna, dissi. Guarda che grip… e alzai il piede destro per mostrarle la suola.

Sembrò poco convinta, ma lanciò uno sguardo compiaciuto sui suoi stivaletti da città, come se fossero l’unica scelta possibile per un viottolo infangato in aperta campagna.

Quando arrivammo a casa, sulla soglia, disse che si sarebbe tolta gli stivaletti.

  • Non vorrei sporcare. 
  • Ci mancherebbe…, dissi, poi ci metti tre ore per riallacciarti le stringhe.

Accettò la mia proposta di due sacchetti di plastica da legare ai piedi, come un poliziotto della scientifica sulla scena del crimine.

  • Questa casa è bellissima, disse.

Salimmo da mamma, lei sempre con i sacchetti ai piedi, io scalza. 

Le dissi: ora puoi toglierli.

E lei, no no, preferisco non sporcare. Non ti preoccupare, sono abituata.

A mamma disse che la casetta dove sarebbe stata per qualche settimana, era il suo posto ideale. 

  • Ci starei tutta la vita, la comprerei.

Lei disse qualcosa su bere un caffè, vidi mamma girarsi dall’altra parte con aria indifferente. 

Andiamo giù, che te lo faccio io, dissi, cogliendo il messaggio.

Mamma poi mi ringrazierà per non averle tenuto l’ospite d’intorno.

Dopo aver bevuto il caffè, disse: ora vado. 

  • Bene, così puoi toglierti quei cosi dai piedi…

Nei prossimi giorni avremmo definito il suo ingresso nella casetta, intanto doveva chiarire la situazione con l’agenzia.

  • Ho tanta paura che non mi restituiscano la caparra, disse, mentre eravamo sul vialetto.
  • Però sono molto felice di averti conosciuta e di venire a stare qui. Sono sicura che ci starò benissimo. 
  • Sai, continuò, le cose non succedono a caso e io ho sentito subito che questo posto mi stava aspettando.

Aprii il cancello con il telecomando per farla uscire e mi diressi verso casa. 

Arrivata alla porta, mi venne di tornare indietro di qualche passo, fino al tavolino in pietra sull’aia. 

Qualcosa aveva attirato la mia attenzione. Non capii subito cosa.

Poi cercai di non dare troppa importanza al campanellino che cominciava a suonare nella mia testa.

Dove c’era la piccola conchiglia fossile, quella che la tipa voleva sapere se fosse stata vera, ora c’era un mucchietto di detriti calcarei. 

Come se qualcuno l’avesse sbriciolata tra le dita.

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Il parco dei bambini perduti

Qua vicino c’è un piccolo parco giochi per bambini. Ci passo davanti quando vado a camminare. Da anni scatto delle foto, ogni volta che ci passo. Ma finora mai, a qualsiasi ora, giorno, stagione, ci ho visto un bambino.

Il parchetto è perfetto. Ci sono scivolini, altalene, casette delle bambole. Ogni anno c’è qualcosa in più. Il totem degli indiani, un tepee, il tirassegno. 

Deserto.

A pochi metri, diviso dalla strada del passeggio, su un altro piccolo pezzo di terra, c’è l’area sportiva. Una piccola piscina, un campetto da basket, una rete da volley, un ombrellone.

Deserta, anche quella.

Queste immagini, con il potenziale di vitalità e l’effettiva situazione, creano uno stridìo, che da anni mi porto dentro. 

Cerco di immaginare la storia che potrebbe esserci dietro. Un figlio mancato, un figlio perduto. Una tragedia che si trasforma in ossessione.

Una tragedia privata, da lasciare dov’è, senza coltivare la pretesa di conoscerla e interpretarla.

Però, non c’è niente da fare, il richiamo di quel parchetto resta irresistibile.

Da anni penso a come scrivere delle storie ambientate lì.

Qualcosa di horror, qualcosa che parla di bambini morti, scomparsi, di ossessioni, paura e mistero.  

Una cosa difficile per me, che non leggo storie horror.

Qualcosa però l’ho pensato. 

Ho pensato che quel parchetto, deserto di giorno, si vada popolando di notte, quando la terra rilascia il calore accumulato nelle ore calde e il vapore acqueo sale nell’aria, formando una nebbiolina rada.

Un’atmosfera spettrale dove a poco a poco ogni gioco viene occupato da un bambino. O da una bambina. 

Allora, anche se è notte, quel parchetto diventa un parco giochi come tutti gli altri. Spettralità e nebbia permettendo.

Tra un bambino che si dondola, uno che scivola, l’altro che gioca agli indiani o si arrampica su un tronco, dove nascono amicizie e avversioni.

Nella storia che immagino però quei bambini non sono veramente lì. Sono spiriti. Gli spiriti dei bambini ricoverati in ospedale, con i loro piccoli corpi fiaccati da malattie gravi, costretti a letto, immobili, spesso a occhi chiusi, impossibilitati a correre, ridere e gridare.

Quei bambini, quando le luci dell’ospedale si spengono, quando rimane solo quell’orrida luce bluastra a velare il bianco delle stanze con il sottofondo del rumore cadenzato delle macchine, si svegliano e si alzano per andare a giocare al parco.

Poi al mattino sono di nuovo lì, nel letto. E i dottori, le infermiere, le mamme e i babbi non immaginano minimamente quello che accade con il buio.

Per scrivere questa storia, per crearla, anzi, perché questa non è ancora una storia, ho chiesto aiuto a Stephen King.

Ho trovato un romanzo breve, La bambina che amava Tom Gordon. L’ho letto, ho studiato la scrittura, la trama per prendere ispirazione. E alla fine mi sono depressa un po’. 

Non mi ero resa conto che a Stephen King per dipingere un personaggio e renderlo interessante bastano due righe. Forse anche meno.

“Il mondo aveva i denti e in qualsiasi momento ti poteva morsicare”. Questo Trisha McFarland scoprì a nove anni. Alle dieci di una mattina di giugno era sul sedile posteriore della Dodge Caravan di sua madre con addosso la sua maglietta blu dei Red Sox (quella che ha 36 Gordon sulla schiena) a giocare con Mona, la sua bambola. Alle dieci e mezzo era persa nel bosco. Alle undici cercava di non essere terrorizzata, cercava di non pensare: ‘Questa è una cosa seria, questa è una cosa molto seria’. Cercava di non pensare che certe volte a perdersi nel bosco ci si poteva fare anche molto male. Certe volte si moriva”.

E comunque La bambina che amava Tom Gordon non è un racconto horror. Però…

Qualche tempo fa, ho scritto un raccontino per un concorso. Visto che era lì, ho ripreso la storia del bambino in coma in ospedale che col pensiero la notte usciva per andare al campetto giochi di cui gli aveva parlato una compagna di classe. Solo che il tema del concorso era la Vespa. E allora per farci entrare la Vespa, la storia del bambino che si alza di notte è diventata la cornice di un’altra storia, quella della zia che aveva un fidanzato morto in un incidente col trattore che nel capanno aveva una Vespa con tutta una lunga storia. La vicenda si svolgeva in uno stato rurale americano, Kansas, Wyoming, Nebraska, Dakota, tra distese di campi coltivati a grano e mais e la Vespa doveva essere arrivata fin lì per un motivo. Infatti il babbo del fidanzato della zia l’aveva ricevuta in regalo da un italiano che lui aveva salvato durante la Seconda Guerra Mondiale. 

Poi il bambino si risvegliava in ospedale, il dottore gli guardava gli occhi con la penna luce e la mamma urlava incredula.

Insomma, le battute a disposizione erano poche e di roba ce ne doveva stare fin troppa. 

Non è andata bene. 

Però questa storia del racconto horror non mi passa mica. Non so se dovrei leggere ancora qualcosa di Stephen King o di qualcun altro. 

Oppure. Se chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui dovesse avere anche qualche buona idea per sviluppare la trama, io l’ascolto.

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Il tizio col cappello di paillettes

Un bel po’ di tempo fa in tribunale a Belluno girava una coppia che attirava l’attenzione. Lui, un ragazzo piuttosto alto e di corporatura normale, indossava un cappello alla Stanlio e Ollio coperto di paillettes d’argento sopra un completo verde. La signora, una vecchina piccola e dall’aspetto fragile, pareva la Fatina dei Boschi, con ai piedi delle pantofole in lana cotta e il vestito dello stesso materiale. 

Probabilmente erano madre e figlio. 

Ogni tanto li vedevo uscire, o entrare, dal palazzo di giustizia. Avrei voluto fermarli e cercare di capire chi erano e per quale motivo fossero là, ma ero sempre o troppo lontana o impegnata.

Da giorni annunciavo in redazione l’intervista ai due, chissà che storia interessante avevano da raccontare. 

Ogni mattina, nella mia lista di cose da seguire, c’era anche un appunto su di loro, accanto ad altre notizie da approfondire o scoprire. 

Chiesi a qualche amico avvocato di avvisarmi per tempo quando si vedevano in giro. 

Un giorno qualcuno mi disse che erano appena entrati nel corridoio della Sezione Civile. 

Non c’era molto da fare in quel momento per cui partii di corsa, e li trovai.

Mi avvicinai e mi presentai. Loro non parvero affatto infastiditi dal mio interesse. Anzi.

Era da un po’, disse lui, che cercavano un contatto a cui esporre il Problema, ma ogni volta c’era qualcosa che si metteva in mezzo e non riuscivano a trovare la persona giusta.

Quale sarebbe questo Problema, chiesi.

Il tizio dal cappello di paillettes aprì una borsa di plastica della spesa e ne trasse una cartelletta piena di fogli. Appoggiò il quadernetto su una superficie e cominciò a sfogliarlo mentre mi spiegava.

Ci misi un secondo a pensare, “ahi, chi me l’ha fatto fare…”.

Il quaderno era pieno di foto. Foto di condomini di periferia, palazzoni o palazzine col giardinetto e il cancello, come se ne vedono un po’ dappertutto. Ma c’era qualcosa che non andava.    

Dai condomini spuntavano delle antenne. 

Mentre lui parlava, la vecchina ripeteva le ultime parole, come a dare una conferma. Aveva una vocina sottile sottile.

Lui parlava a ruota sciolta, indicando le foto delle antenne. La cosa era molto complessa. Loro infatti usavano quelle antenne per arrivare a Noi. 

Loro chi?

Eh… sorriso misterioso e occhi al cielo. Loro. 

C’erano le onde elettromagnetiche, la Loro arma contro di Noi. Noi umani? Forse.  

Molto bene. Non solo il mio articolo stava andando a farsi friggere, proprio come i nostri cervelli sotto le onde elettromagnetiche. Ma avanzava in me la consapevolezza che io questi li avevo rincorsi per settimane, solo perché uno indossava un cappello di paillettes e l’altra le pantofole di lana cotta. 

Il tizio non mi mollava più, aveva trovato un pubblico, e la vecchina continuava a balbettare qualche parola di fine frase. Io intanto cominciavo a sentirmi male.

Sentivo come se avessi dentro di me qualcosa di nero, denso, amaro. Sofferenza, tanta, scura, profonda. Altro che onde elettromagnetiche. 

Più stavo loro vicina e più mi avvolgevano nelle loro sabbie mobili. 

Dovevo uscirne il prima possibile.

Passò il presidente del tribunale, un tipo alto e scherzoso, che veniva dalla Toscana.

Paillettes fece uno scarto e lo avvicinò, chiedendogli di ascoltarlo.

Il presidente gli spiegò che non poteva farlo, non per mancanza di volontà, ma per il suo ruolo. Avrebbe dovuto rivolgersi alla procura. Lui doveva mantenersi obiettivo e distaccato di fronte a ogni caso, senza conoscerlo prima. 

Lo invidiai. 

Ma colsi la palla al balzo. 

Loro sembravano spaesati. Anche quel tentativo andava a vuoto. 

Dissi che dovevo scappare, grazie, grazie davvero, è stato molto interessante.

Scriverà qualcosa?

Devo sentire la redazione, dissi, girando a sinistra per prendere il corridoio verso le aule giudiziarie.

Qualsiasi processo, i soliti maltrattamenti in famiglia, lo spaccio di droga, una lite tra vicini per i confini, era meglio di quell’abisso su cui mi ero appena affacciata.

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Alice in Wonderland, la sindrome

Qualche tempo fa venne a stare da noi per alcuni giorni una coppia di tedeschi. Erano due tranquilli signori di mezza età, marito e moglie. Lei bionda e un po’ in carne, lui magro con i capelli grigi.

Mi sembrarono fin da subito gli ospiti ideali. Trascorrevano le loro giornate in relax, leggendo sulle poltrone a sdraio sulla terrazza. A una certa ora cucinavano e mangiavano all’aperto.Ogni tanto decidevano di visitare un paese, un museo, e stavano fuori una mattinata o un pomeriggio.

Era un piacere vedere come apprezzavano la campagna che circondava la casa e come si trovavano a proprio agio nel silenzio e nell’ambiente naturale.

Ogni volta che ci incrociavamo, ci scambiavamo un cortese saluto. Le nostre conversazioni avvenivano in inglese, ma loro avevano imparato ad azzardare qualche parola in italiano e io ricambiavo con le due e mezzo che conoscevo di tedesco.

Dal momento che erano arrivati con un giorno di ritardo, avvisandomi per tempo, spostai la loro prenotazione in avanti. Avrei perso il pagamento di una notte, ma in effetti loro non avevano usufruito dell’appartamento.

L’uomo mi pregò di rimettere tutto come era prima, perché il ritardo era dipeso da loro e non era giusto che ci rimettessi io.

Quando mancava ormai poco alla fine della loro vacanza mi dissero che sarebbero dovuti andare via il giorno dopo per un’emergenza familiare.

La moglie, una signora dal viso aperto e luminoso, mi spiegò che la loro figlia, che non aveva mai manifestato alcun tipo di problema, si era sentita poco bene. Qualcuno li aveva avvisati e loro avevano deciso di partire prima per vederla il prima possibile.

La donna mi raccontò che la ragazza era a un raduno yoga, quando aveva cominciato ad avere alcuni problemi. Ma nessuno si sarebbe mai aspettato una cosa simile da lei.

Capii che la situazione era piuttosto seria e mi dispiacque sinceramente.

Poi, a un certo punto, la donna mi disse che sua figlia era come Alice nel Paese delle Meraviglie, Alice in Wonderland. E allora mi sembrò che tutto fosse molto più leggero.

E risi. Come se fossi sollevata.

Capii subito, dall’espressione attonita, che la mia non era stata una reazione felice.

Mentre caricavano i bagagli nell’auto, cercai on line. Quella di Alice nel Paese delle Meraviglie, scoprii, era una sindrome neurologica che si manifestava con disturbi visivi, dissociazione della personalità, allucinazioni.

E in effetti lei mi aveva descritto una situazione simile. Solo che quando aveva nominato Alice mi era sembrato tutto ridimensionato. Che stupida…

I signori erano sempre più agitati e non sapevo come rimediare. Non aveva senso andare da loro a profondermi in scuse in una conversazione inglese reciprocamente zoppicante sul disturbo neurologico di una figlia lontana.

In ogni caso, la signora durante la permanenza aveva manifestato un certo interesse per le piante di mamma, così decidemmo di regalarle un vaso. Mamma ne preparò due e mi disse di far loro scegliere quella che volevano.

Probabilmente non ci capimmo bene o forse avevano la mente ormai altrove, ma i signori presero entrambe le piante e le sistemarono nel bagagliaio, in mezzo alle valigie.

Poi ci salutammo, e augurai loro buon viaggio e il meglio per la figlia.

Quindi mi misi alla finestra per vedere quando era il momento di aprire il cancello.

L’auto era ferma davanti alla porta. Sembrava che avessero finito di caricare, ma non partivano. Non volevo mettere loro fretta. Rimasi ad aspettare un altro po’.

Poi scesi e chiesi all’uomo se avessero qualche problema.

Sì, aveva posteggiato l’auto proprio davanti a un grande vaso con uno dei fichi d’India di mamma, appoggiato su un pianerottolo della scala di mattoni che sale dietro la casa. La moglie, passandoci davanti per aprire lo sportello, ci aveva sfregato la spalla e lui cercava di toglierle le spine una a una.

Alla fine partirono.

Non seppi più nulla di loro né della ragazza con la sindrome di Alice in Wonderland.

Ogni tanto ci penso, però.

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Il mio primo Capodanno a Roma

Una volta invece per l’ultimo dell’anno si andò a Roma da zio Fonso e zia Lucia. Babbo prenotò lo stesso motel dove si erano fermati per qualche giorno con mamma durante il viaggio di nozze. Io ero piccoletta, facevo le elementari e non avevo mai sentito dire motel. Allora imparai che era un albergo, un hotel, dove però arrivavi direttamente con la macchina. Ma la cosa più nuova e che non riuscivo proprio a spiegarmi è che babbo ci disse che avevano una pantera, o forse un giaguaro, un leopardo non so, chiuso in una gabbia.

Chissà se c’è ancora, disse babbo.

Quando arrivammo a casa di zio Fonso a me parve grandissima. C’era un salotto enorme, pieno di poltrone, divani, cuscini e tappeti. Era calda e accogliente, come lo erano loro.

Zia insisteva che almeno io e Paola restassimo a dormire da loro. Ma quello era il nostro primo vero viaggio e figuriamoci se rinunciavamo ad andare in motel.

Però ogni giorno eravamo lì, a casa, a pranzo o a cena, o andavamo in giro accompagnati da zio, che ci teneva sempre a mostrare quant’era bella Roma.

Zia disse che prima di ripartire dovevamo passare per piazza Navona dove c’erano le bancarelle della Befana. Mi pare che lì ci venne anche lei.

Altri giri li facemmo da soli, come quello in San Pietro, dove babbo mi spiegò la storia del Mosè di Michelangelo, del perché non parli con la martellata sul ginocchio, e del piede tutto liscio da quanti baci gli dava la gente che passava. Gliene volevo dare uno anche io ma mi fermarono in tempo.

Una sera che eravamo a casa, dopo cena, zio aprì una scatola di polistirolo che gli avevano mandato dalla Sicilia. Era piena di dolci di Natale. Il marzapane della frutta Martorana, gli ossi di morto. Cose mai viste né assaggiate prima. E così imparammo che c’era tanto altro oltre ai nostri ricciarelli e panforti, ai pandori e ai panettoni.

Una volta, tornando a casa in macchina sotto la pioggia, in una rotatoria che girava intorno a dei pini trovammo una enorme pozzanghera. Zio non se ne accorse in tempo e la prese in pieno.

La macchina si fermò lì, in mezzo alla strada. Allora succedeva spesso, quando l’acqua entrava nel motore.

Non ricordo come ne uscimmo. Sicuramente zio andò a cercare aiuto in un locale, per telefonare ai soccorsi. Io ricordo solo tutta quell’acqua che veniva giù, l’isola con i pini, dove probabilmente ci riparammo, la strada larghissima con la pozzanghera che pareva un lago e la Lancia Fulvia (o Flavia?) di zio ferma nel mezzo.

Qualsiasi cosa a Roma era immensa. I Fori Imperiali, gli Archi, le chiese… tutto. Tornai a Colle con un senso di magnificenza nel cuore che dovevo manifestare in qualche modo.

Avevo un piccolo quaderno che qualcuno mi aveva regalato in non so quale occasione. Le pagine erano completamente bianche, senza righe né quadretti, la copertina rigida, era foderata di una specie di gomma porosa con una fantasia astratta: sfondo bianco e pennellate rosse e nere in qua e in là.

Mi parve l’occasione giusta per inaugurarlo e cominciai a scrivere poesie su tutto quello che avevo visto a Roma. I gatti del Colosseo, i tetti delle case che si stendevano davanti agli occhi all’infinito, la maestosità di San Pietro.

La maestra a scuola, ne fu entusiasta e mi fece leggere qualcosa ai compagni di classe. Ma non credo di aver ricevuto tanti apprezzamenti da loro.

La cosa che più mi dispiace è che quel quadernino sia andato perduto, buttato via durante un trasloco o in qualche operazione di pulizia casalinga. Sarei proprio curiosa, oggi, di vedere come se l’era cavata quella bambina…

A un certo punto la vacanza finì e tornammo a casa. La pantera del motel non c’era più, in compenso però quando disfacemmo le valigie babbo si accorse di averci dimenticato il pigiama.

Zio Fonso, appena lo seppe, si offrì di andare a recuperarlo. Poi lo mise in una busta e ce lo spedì.

Quando il pacco arrivò, capii che l’esperienza romana era finita per davvero.

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Archiviato in diario minimo, la recherche du temps perdu

A Belluno passeggiavo tantissimo

A Belluno passeggiavo tantissimo. Uscivo di casa la mattina presto, attraversavo piazza Duomo, prendevo le scalette dietro a Palazzo Rosso e scendevo giù. A volte uscivo al parcheggio di Lambioi, altre volte giravo a destra per andare verso la piscina, o a sinistra verso borgo Piave o su per Castion. 

Mi trovavo spesso a passare vicino al grande fiume, lungo le sponde, dalla parte della strada, o attraversando un ponte. Dove l’acqua scorreva più veloce respiravo quell’aria fresca, guardando le montagne all’orizzonte, osservando quello che c’era intorno, gli alberi, le case, i giardini, gli orti. Ogni tanto un cane abbaiava col muso tra le sbarre di un cancello o un fiore giallo spuntava da una crepa dell’asfalto.

Gli edifici abbandonati erano quelli che più attiravano la mia attenzione. Una vecchia villa vicino al fiume, che fino a poco tempo prima era stata una birreria molto frequentata, diventava il mio ristorante toscano. Avevo il nome già pronto, la Ribollita. Una costruzione lunga tutta scrostata affacciata sul fiume, che una volta era stata una tipografia, si trasformava in un centro per la pratica dello yoga e della meditazione. 

Insieme alle gambe anche la mia mente si rilassava, immaginando e sognando progetti e vite diverse da quella che avevo. 

Qualche anno fa, quando ormai non stavo più a Belluno, la vecchia tipografia è diventata la sede di un atelier di moda. Non poteva capitarle niente di più bello. 

Davanti a quell’atelier ci passavo spesso, prima che si trasferisse sul fiume, andando a fare una visita medica o per trovare un’amica nel suo negozio etnico. 

La vetrina era molto semplice. Erano esposti un abito o due su un manichino sartoriale, con il busto, senza testa. Ma sbirciando attraverso il vetro si intuivano i colori e le trame delle stoffe che custodiva prima di scendere al piano di sotto, dove c’era la sartoria. 

La stilista puntava molto sulle stoffe, anche vintage, che componeva in abiti dalla forma geometrica giocando con il patchwork. 

Quegli abiti non costavano poco ma non erano nemmeno carissimi. Per cui una volta mi decisi a varcare la soglia e a farmi prendere le misure per un vestito tutto mio. Quando finalmente fu pronto e lo andai a ritirare, riposto in una borsina di shantung, dai colori in tono con l’abito e l’etichetta cucita a mano, l’emozione fu grande. 

In seguito ci sono tornata a comprare piccole cose. Una bustina tipo borsello per un regalo a un’amica. Quella volta non potei resistere e ne presi una anche per me, con i bordi da posta aerea, l’indirizzo e i francobolli da tutto il mondo. 

La stilista non l’ho mai incontrata in negozio, c’erano sempre le sue ragazze. Ma la cosa non mi dispiaceva perché l’avevo conosciuta diversi anni prima, tramite un’amica comune, e non ci eravamo proprio rimaste simpatiche. 

Però la vedevo spesso, mentre sfrecciava per il centro in bicicletta, da sola o con un bambino dietro, e la sua testa di riccioli rossi fiammanti. 

Una volta, per fare una promozione o non ricordo bene perché, l’atelier decise di regalare una borsina, La Divina Borsina, fatta di scampoli a sorpresa, a chiunque la richiedesse tramite email. Io e la mia amica corremmo subito a scrivere lasciando il nostro indirizzo. Quella borsina la consegnavano direttamente a casa, a mano, nella cassetta della posta. Quando la ricevetti fui contentissima e la confrontai subito con quella che era arrivata alla mia amica. 

Quando lasciai Belluno continuai a ricevere le newsletter dell’atelier. Non ho più comprato niente, ma ogni volta sognavo guardando i colori e le consistenze delle stoffe e dei tulle trasformati in pantaloni trombetta, impalpabili maglioncini, seducenti coprivestiti, cappottini dalla forma geometrica ed essenziale, immaginando come avrei potuto indossarli. Leggevo i racconti della stilista, sui suoi viaggi in cerca di stoffe, colori e ispirazioni.

Una volta fece sfilare in piazza dei Martiri le donne operate al seno, bellissime, con i loro abiti pieni di fiori e di colori. Tra loro c’era anche una mia amica. 

Ma io non vivevo già più a Belluno e non avevo capito che cosa sarebbe potuto accadere. 

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I bambini e il Presidente

Per l’8 ottobre 2003 era prevista la visita del presidente della Repubblica a Belluno. Il viaggio di Carlo Azeglio Ciampi, oltre alla puntata nel capoluogo, prevedeva anche una cerimonia a Longarone, il giorno dopo, per il quarantesimo anniversario della tragedia del Vajont, e un appuntamento a Feltre.

In un momento abbastanza piatto per la cronaca, in redazione ci barcamenavamo tra le succinte comunicazioni ufficiali che arrivavano dal Quirinale tramite la Prefettura e la necessità di riempire un bel po’ di spazio dedicato all’evento. C’erano da scovare notizie, nonostante le rigide regole del Protocollo e le bocche cucite di tutti i personaggi, amministratori e politici, coinvolti in prima persona. 

Una collega si era concentrata sul lato culinario. Ma nessuno voleva rischiare rivelando quale ristorante fosse stato chiamato a preparare il pranzo di gala a Palazzo dei Rettori. Figurarsi per quanto riguardava il menu.

La ricerca però alla fine qualche risultato l’aveva portato. La collega si era imbattuta in un camioncino con le insegne di un ristorante che si allontanava da piazza Duomo, sede della Prefettura, nei giorni prima dell’arrivo del Presidente. Con una telefonata era riuscita a farsi confermare l’ingaggio, ma per la lista dei piatti che sarebbero stati serviti non ci fu niente da fare.

Ricordo ancora le telefonate che fece a tutti gli invitati, politici e amministratori perlopiù, per strappare la promessa di rivelare il menu non appena si fossero seduti a tavola. 

Riuscì anche a montare una piccola polemica sui gusti della signora Franca in fatto di acqua minerale. La First Lady infatti beveva un determinato tipo di acqua in bottiglia di vetro che non era facilissima da trovare sul posto e doveva essere presa in un magazzino del Trentino.

Io invece, chiamavo le scuole. C’era da capire come si erano organizzati gli insegnanti per preparare i bambini all’arrivo del Presidente della Repubblica, se avevano fatto temi, disegni, ritagliato bandierine tricolori da sventolare.

Niente. Non avevano fatto niente.

Anzi, nessuno sapeva niente.

“Ma a noi non ci hanno mica avvertito”, era la risposta che arrivava dalle scuole elementari cittadine. 

Non c’è bisogno che nessuno vi avverta, dicevo io. Il Presidente arriva in piazza, è un fatto, e chiunque può vederlo e salutarlo. 

“Sì, ma noi mica si può uscire da scuola con i bambini a nostro piacimento, occorre il permesso della direzione, e ormai…”. 

“Ormai” voleva dire che era già tardi e Ciampi sarebbe arrivato la mattina dopo alle 10. Non c’erano i tempi per organizzare l’uscita straordinaria dei ragazzi.

Il babbo di uno dei collaboratori del giornale però, era direttore di una scuola. Provammo a giocare quella carta, sperando che fosse sufficiente perché i bambini delle scuole potessero assistere alla visita del Presidente. Dopodiché non rimaneva altro che aspettare e vedere che cosa sarebbe accaduto l’indomani.

La mattina dopo, prima delle 10, piazza Duomo era tutto un brulicare di bambini accompagnati dalle loro maestre. Ne fui contenta. E pensai che in fondo non c’era voluto un grande sforzo perché tutto ciò accadesse.

Intanto si avvicinava il corteo presidenziale, con Ciampi che passava attraverso piazza dei Martiri, con intorno tutto il codazzo di sindaci e politici vari, salutando le persone assiepate dietro alle transenne. 

Finalmente arrivò in piazza Duomo, sotto la Prefettura, dove fu accolto dagli strilli entusiasti dei bambini. 

Il Presidente si avvicinò e cominciò ad abbracciarli, a chinare la testa verso di loro, a stringere le loro manine. 

Fui molto contenta anche di questo. Ma non sapevo ancora di preciso che cosa fosse successo in realtà. Lo seppi poco dopo, quando qualcuno della Prefettura o qualche collega, non ricordo, disse che lui, Ciampi, non era la prima volta che lo faceva, però sicuramente in quell’occasione lo aveva fatto. Aveva infranto il Protocollo.

Non era previsto, secondo le rigide regole presidenziali, che si avvicinasse ai bambini (che infatti avrebbero anche potuto non esserci), né che interagisse con loro. 

Appena mi fu tutto chiaro, piagnona come ero all’epoca, mi spuntarono subito due lacrime di commozione.

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