La Settimana del Vino

Un bel po’ di tempo fa ho lavorato in modo piuttosto intenso nel settore della comunicazione del vino. In particolare, insieme a un gruppo di colleghi, curavo l’ufficio stampa e l’organizzazione degli eventi per l’Enoteca italiana di Siena. 

Quando c’era la Settimana del Vino era tutta una cena di gala, una degustazione. Arrivavano giornalisti, produttori e altre persone legate al mondo del vino.

Al tempo fumavamo quasi tutti e non c’era ancora nessun divieto all’interno di ristoranti e spazi chiusi. 

Per cui a cena, tra una portata e l’altra, accendevamo le nostre sigarette suscitando evidente fastidio nei sommeliers, che provavano a istituire dei divieti sul momento.

Non c’è degustazione, dicevano, così non c’è degustazione.

Un giorno andammo a Montalcino da Biondi Santi dove portammo le telecamere della Rai per la cerimonia della ricolmatura delle vecchie bottiglie. Un rito quasi religioso. Ebbi modo di visitare le cantine e di conoscere il grande vecchio, Franco Biondi Santi, che al momento di salutarci volle regalarmi due bottiglie del suo Brunello. 

In quegli anni il vino italiano aveva già fatto passi da gigante e alcune bottiglie, molte delle quali toscane, figuravano nella classifica mondiale dei cento migliori vini redatta da Wine Spectator.

Quell’anno nella top ten c’era il Cepparello di Isole e Olena.

E tanti altri tra i restanti novanta.

Noi seguivamo i convegni, intervistavamo i vari personaggi e scrivevamo comunicati a nastro, spesso anche in piena notte, in macchina, sul mio portatile.

Un mercoledì sera non c’era niente in programma e io mi pregustavo una cenetta tranquilla a casa, una doccia calda e via a letto, quando ci chiamò il direttore dell’Enoteca e ci chiese di accompagnarlo a Mercatale dai Corsini. Cercai di sganciarmi, chiedendo a un collega di andare da solo, ma non ci fu verso. Ci toccò la cena di gala alla villa, con invitati importanti e chiacchierate in inglese e tutto quanto.

Tra gli ospiti c’erano anche due tizi, un uomo e una donna, arrivati da Londra. Lavoravano entrambi per Sotheby’s dove si occupavano delle vendite dei vini all’asta.

Nei giorni successivi sarebbero stati a Siena, all’Enoteca, per un convegno sul tema.

Intervistammo l’uomo, rigorosamente in inglese. Ci preparammo le domande e via. 

Io ho sempre avuto un certo timore a parlare con i londinesi. Avendo viaggiato soprattutto negli Stati Uniti mi trovo molto più a mio agio con gli americani, mentre gli inglesi, specialmente quelli di Londra, mi sembrano difficili da comprendere.

In ogni caso quella sera l’intervista filò liscia. 

Almeno fino a quando chiedemmo all’esperto di Sotheby’s quali fossero secondo lui i vini toscani su cui puntare. 

Sassicaia lo capimmo bene (anche perché in quegli anni non si parlava d’altro). A Tig-nanello ci arrivammo per istinto. Ma Montcivertcini, che lui indicava come un’azienda emergente di grande qualità, non riuscivamo proprio a catalogarla. 

Ci appuntammo tutto e, finita l’intervista, corremmo a fare le verifiche con un esperto di casa nostra. 

L’azienda misteriosa era Montevertine, di Radda in Chianti. E a guardare bene, la pronuncia, se fosse stata una parola inglese, era perfetta.

Da allora per noi è rimasta quella. Montcivertcini e Tig-nanello.

What else? 

(Foto di Rosemarie da Pixabay)

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