L’Atala verde

Da ragazzetta avevo un’Atala verde. Era venuta dopo la Fausto Coppi Italia, non so di quale marca, sulla quale avevo imparato a stare in equilibrio, prima con le ruotine poi senza. 

L’Atala era una biciclettina tipo Graziella, solo più piccola.

D’estate si portava con noi al mare, in campeggio.

Il campeggio era molto grande, in una pineta vicina alla spiaggia, e le piazzole erano separate dalla macchia mediterranea, oltre che dai pini. Pini altissimi.

Era un posto molto silenzioso, non fosse stato per le cicale e per qualche annuncio dagli altoparlanti.

Quell’anno lo stavano allargando, il campeggio. Erano state ricavate delle piazzole nella parte più in fondo, quella più selvaggia, con molto più verde rispetto alle altre e, anche se i servizi igienici erano ancora in costruzione, scegliemmo di stare nella zona nuova.

Muoversi nel campeggio non era difficile. Una volta individuati i viali principali e tenuto presente dove erano la direzione, l’ingresso e lo spaccio (che era il supermarket), bastava ricordare il nome della stradina dove avevamo messo la roulotte ed era fatta.

Un giorno andai a fare la spesa con mamma in bicicletta, lei sulla sua Graziella da grande, io sulla mia Atala verde. 

Al ritorno io pedalavo un po’ indietro, mentre mamma apriva la strada davanti. I viali del campeggio erano tranquilli, quasi deserti. Trovammo giusto un gruppo di sei o sette tedeschi, tutti belli grossi, che marciavano nella nostra stessa direzione portando una specie di barella sulle spalle, piena di taniche di acqua, dandosi il ritmo mentre cantavano. 

Mamma li superò e girò a destra, nella stradina subito dopo, quella dove, tre o quattro piazzole più avanti, si trovava la nostra roulotte.

Io mi affrettai a seguirla ma mi trovai a girare quando ero ormai all’altezza dei tedeschi.

Sterzai e il pedale destro sfiorò uno degli enormi polpacci teutonici.

“Scusi” dissi, continuando a pedalare.

Ma mi trovai improvvisamente a terra. Qualcuno aveva dato una spinta alla bici facendomi cadere e ora quegli omoni enormi, c’era anche una donna, anche lei molto grossa, fra loro, mi si avvicinavano urlando parole incomprensibili.

Erano rossi in volto, avevano gli occhi fuori dalle orbite e la bocca distorta per la rabbia. Il ferito mi mostrava il polpaccio, indicando il segno lasciato dal pedale.

Un graffietto.

“Scusate, non l’ho fatto apposta”

Continuavano a venirmi addosso, mi spintonavano urlando.

Ero terrorizzata. Non capivo che cosa stava succedendo e perché. Non riuscivo a respirare. Ripetevo scusate scusate non l’ho fatto apposta ma la mia preghiera non funzionava con loro.

Mamma non c’era già più e sicuramente non si era accorta di niente. Io ero piccola e sola nelle mani di quei giganti che ribollivano per l’onta del mio graffietto.

Anche la donna mi urlava addosso.

Ogni volta che cercavo di alzarmi mi ributtavano giù. A forza di arretrare mi ritrovai vicina alla casetta dei servizi ancora in costruzione. Tutto intorno c’era il fossetto per le tubature.

I tizi mi presero per le spalle e mi buttarono lì dentro. 

Ebbi paura che mi ci volessero seppellire, in mezzo a tutta quella terra.
Poi, se Dio vuole, continuando ad urlare e a inveire, si rimisero in marcia con la loro acqua sulle spalle. 

Non appena furono scomparsi recuperai la mia Atala verde e, con il viso sporco di terra e lacrime, cominciai a pedalare come una forsennata.

Quando arrivai alla piazzola, babbo e mamma dissero, ah eccoti. Ci chiedevamo quanto ci avresti messo ad arrivare.

Piangendo, raccontai quello che mi era successo. 

Babbo andò a riferire tutto in direzione.

Il giorno dopo gli dissero che non era possibile rintracciare quel gruppo, che secondo loro era partito al mattino presto. Certo, come no. Immagino che riempissero le taniche per portarsi l’acqua in Germania.

Babbo commentò che probabilmente prima di mettersi contro dei turisti tedeschi, pur sempre i migliori clienti (all’epoca avevano i marchi), sarebbero passati sopra a qualunque cosa.

L’episodio rimase sospeso, irrisolto, senza alcuna giustizia e senza una scusa, se non le mie da bambina terrorizzata.

Il mio battesimo di fuoco con la prepotenza di certi adulti.   

E con il lato assurdo della vita.   

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