Che cosa c’è di sbagliato nel silenzio, di grazia?

Mi piace e mi diverte leggere quello che giornalisti e scrittori stranieri scrivono di noi italiani e dei nostri comportamenti. Rimettendo a posto alcuni fogli è tornato alla luce questo articolo apparso sul Times di Londra il 31 luglio 1995, a firma Libby Purves. Credo che la traduzione non sia troppo fluida ma non ho il testo originale per cui, oltre a limare un po’ il senso in italiano, non so che cos’altro fare. Ma il messaggio appare chiaro.

venezia

 

Che cosa c’è di sbagliato nel silenzio, di grazia?

Da Venezia, come un gran suono di campana, arriva un messaggio che ispira ogni parroco, capitolo, vescovo e cardinale, su come essere cristiani. I responsabili della chiesa hanno ridotto, nella Basilica di San Marco, il numero di visitatori permessi contemporaneamente. Di più, hanno impedito di scattare foto e imposto a tutti la regola del silenzio.

Bene, non esattamente imposto, ma più precisamente reintrodotto. Da sempre è stabilito in tutta l’Europa cattolica che non si possa parlare ad alta voce in chiesa se non per le risposte liturgiche.. I cattolici fin da piccoli, come me che venni via da un convento francese a 10 anni, sono profondamente scioccati dal modo anglicano di chiacchierare e socializzare nelle loro chiese, mai a bassa voce, cosicché si potrebbe pregare meglio ad un cocktail party. Il modo dei cattolici europei era quello di stare in silenzio, di sentire il calpestio dei passi e lo strisciare del vestito nella genuflessione. Il sommesso schiarirsi della gola, il mormorio del confessionale nell’angolo. Tutte queste cose erano parte dell’edificio, come le vetrate istoriate.

Ma nelle chiese che sono “stelle del turismo” come San Marco, le autorità lasciano correre. Notre Dame e il Sacro Cuore, Chartres a Rouen, non hanno mai troppo rumore perché i francesi sono duri e non si preoccupano di essere rudi con gli stranieri. (Ho visto un vescovo in piena porpora fermare un bambino che correva in Notre Dame, sgridarlo e benedirlo per poi restituirlo ai suoi attoniti genitori americani). Gli italiani invece sono più malleabili e disposti ad accettare fatalisticamente le intemperanze degli stranieri senza Dio; così ci sono stati anni in cui sono stati molto gentili e tolleranti, “molto inglesi” su queste cose.

Ora a San Marco padre Antonio Meneguolo, il delegato del Patriarca, è ritornato a essere un cattolico italiano quasi sputafuoco.

Prevedibilmente egli tiene questa linea solo perché rifiuta di accettare il suggerimento delle autorità cittadine di far pagare l’entrata – sacrilegio: trattare la casa di Dio come un museo o un night club – ma ora sta andando oltre. “Non è possibile più a lungo – dice padre Meneguolo – che la chiesa sia così maltrattata e offesa. Non può più essere dilazionata una più severa regolamentazione dei turisti. “Le compagnie turistiche si sentono oltraggiate. Come possono fare i loro commenti registrati? Come possono dare la loro valutazione? La risposta, naturalmente, è che potrebbero suggerire ai loro turisti se vogliono avvicinarsi con amore a San Marco di andare alla Messa o alla Benedizione e cercare di pregare. La partecipazione alla messa della mattina presto è aumentata anche in estate (e in ogni caso la gente sensibile va a Venezia d’inverno).

Poiché i visitatori non in gruppo non sono più di venti per ogni minuto, questi devono fare la coda. Bene. Se tu vuoi trattare una chiesa come un’attrazione turistica la coda è una cosa dovuta e se protesti che vuoi entrare per pregare vi sono dozzine di altre chiese aperte a Venezia, la maggior parte delle quali gradevolmente vuote e fresche.

Io spero, spero ardentemente che padre Meneguolo non ceda e non sia obbligato a cedere da questa sua nuova rigida posizione. Spero inoltre che egli ispiri i manager – uno può difficilmente trovare altri nomi in questi giorni – di alcune delle nostre cattedrali. Al momento, in certi giorni della piena estate, si potrebbe pregare in un supermarket bene come nella cattedrale di Canterbury, York Minster o St. Paul. Questi vogliono dirmi che hanno bisogno di soldi; ma riducono a poco e in rovina l’unica cosa che offrono, la meraviglia e il senso della fede e di un mondo superiore, le cattedrali presto non prenderanno neppure più i soldi del biglietto di ingresso.

Dateci silenzio, dignità, libertà dalle macchine fotografiche e dalle videocamere specialmente, rendete a Dio ciò che è di Dio e vendete i gioielli di Cesare (e biglietti di ingresso, se volete), fuori. Chissà, potrebbe anche aumentare il vantaggio. Dopotutto le moschee e i templi dell’Est sopravvivono senza il consenso secolare. Se puoi toglierti le scarpe in Thailandia puoi smettere di chiacchierare in basilica di San Marco. O no?

Libby Purves

Times (Londra) – 31 luglio 1995

(L’immagine è stata tratta da http://www.flickr.com. Se soggetta a copyright mi scuso con l’autore e sono pronta a cancellarla, basta che mi si faccia sapere. E’ un precisazione che faccio per correttezza considerata la limitata diffusione di questo blog)

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2 commenti

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2 risposte a “Che cosa c’è di sbagliato nel silenzio, di grazia?

  1. Paola

    Il silenzio è d’oro! Non è solo un assioma. Io adoro il silenzio. Non entrò in chiesa da fedele da più di 40 anni, ma se c’è qualcosa che apprezzo nell’ambiente dell’edificio chiesa è il silenzio e l’odore d’ incenso.. Da turista spesso diserto le grandi cattedrali perché aborro le code è l’atteggiamento sguaiato dei turisti. Da atea quando entro in un luogo sacro spengo sempre il cellulare e non do mai le spalle all’altare

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