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La conchiglia sbriciolata (1)

Eravamo appena entrate nell’aia, passato il cancellino di ferro, io stavo già aprendo la porta quando sentii chiedere. 

  • Che bella, ma è vera?

Feci qualche passo indietro.

  • Che cosa?
  • La conchiglia, disse, indicando un piccolo fossile che teneva tra le dita. 
  • Certo che è vera. Vedi lì sul tavolo c’è tutto un mucchio di sassi e conchiglie che raccolgo qui intorno e che devo ancora decidere dove mettere.
  • Anche lì stanno bene, disse lei.

Era venuta per vedere la casetta dove l’avrei ospitata nell’attesa che trovasse una sistemazione. Aveva avuto problemi con l’agenzia con cui aveva quasi concluso l’acquisto di una casa in centro e mi aveva detto che aveva bisogno di un po’ di tempo per fare la prossima scelta in tranquillità, senza fretta.

Qui, le avevo detto, puoi stare per qualche settimana. Sarai tranquilla, non dovrai pensare a nulla se non a rilassarti in mezzo alla natura prima di compiere il prossimo passo.

Quanto mi sbagliavo.

Ci sono delle cose che valgono come segnali premonitori di quello che potrebbe accadere in seguito. Ma è raro che qualcuno si tiri indietro quando li vede, facendo vincere la superstizione sulla solida razionalità.

I segnali, dicevo.  

Prima di tutto la strada. La strada per arrivare a casa nostra non è facilissima. Oggi meno di prima, poiché le persone sono abituate al Gps e prestano meno attenzione alle indicazioni.

Inviai le istruzioni su whatsapp alla tipa, una vegana del nord. Lei era a piedi, bastava che seguisse i suggerimenti, vai avanti fino a lì, gira a destra di là. Cose semplici.

La prima indicazione la toppò subito, passando oltre l’edificio indicato. Mi arrivò una foto sul telefono, indicava dove era. No no, risposi, devi girare prima, a sinistra, dove sono gli alberi.

Indossai le mie scarpe da montagna e le andai incontro. Così, pensai, intanto faccio due passi. 

Passata la prima curva, dopo aver fatto la salita da cui si vede tutta la strada, non c’era nessuno. 

Ma come era possibile? 

La chiamai.

  • Sto arrivando, – disse – ero andata a sinistra dopo l’albero. 

Ah, ecco. Quindi era finita in mezzo ai campi. 

Sarà stata attratta da qualche capriolo. Chissà.

Tornammo indietro ognuna sui suoi passi e ci incrociammo alle pozzanghere. C’è un punto, lì, dove qualche anno prima risultò esserci stato l’epicentro di una scossa di terremoto. Lì il terreno avalla qualunque cosa ci venga buttata, sassi, ghiaia, detriti, e rimangono sempre delle buche. In quei giorni pioveva spesso e si erano formate le due solite lunghe pozze d’acqua.

Lei, notai, indossava degli stivaletti di cuoio marrone con le stringhe, alla francese. 

Mi guardò e disse: 

  • Ma dove vai con quelle scarpe? Stai attenta che rischi di scivolare…
  • Veramente sono delle Salomon da montagna, dissi. Guarda che grip… e alzai il piede destro per mostrarle la suola.

Sembrò poco convinta, ma lanciò uno sguardo compiaciuto sui suoi stivaletti da città, come se fossero l’unica scelta possibile per un viottolo infangato in aperta campagna.

Quando arrivammo a casa, sulla soglia, disse che si sarebbe tolta gli stivaletti.

  • Non vorrei sporcare. 
  • Ci mancherebbe…, dissi, poi ci metti tre ore per riallacciarti le stringhe.

Accettò la mia proposta di due sacchetti di plastica da legare ai piedi, come un poliziotto della scientifica sulla scena del crimine.

  • Questa casa è bellissima, disse.

Salimmo da mamma, lei sempre con i sacchetti ai piedi, io scalza. 

Le dissi: ora puoi toglierli.

E lei, no no, preferisco non sporcare. Non ti preoccupare, sono abituata.

A mamma disse che la casetta dove sarebbe stata per qualche settimana, era il suo posto ideale. 

  • Ci starei tutta la vita, la comprerei.

Lei disse qualcosa su bere un caffè, vidi mamma girarsi dall’altra parte con aria indifferente. 

Andiamo giù, che te lo faccio io, dissi, cogliendo il messaggio.

Mamma poi mi ringrazierà per non averle tenuto l’ospite d’intorno.

Dopo aver bevuto il caffè, disse: ora vado. 

  • Bene, così puoi toglierti quei cosi dai piedi…

Nei prossimi giorni avremmo definito il suo ingresso nella casetta, intanto doveva chiarire la situazione con l’agenzia.

  • Ho tanta paura che non mi restituiscano la caparra, disse, mentre eravamo sul vialetto.
  • Però sono molto felice di averti conosciuta e di venire a stare qui. Sono sicura che ci starò benissimo. 
  • Sai, continuò, le cose non succedono a caso e io ho sentito subito che questo posto mi stava aspettando.

Aprii il cancello con il telecomando per farla uscire e mi diressi verso casa. 

Arrivata alla porta, mi venne di tornare indietro di qualche passo, fino al tavolino in pietra sull’aia. 

Qualcosa aveva attirato la mia attenzione. Non capii subito cosa.

Poi cercai di non dare troppa importanza al campanellino che cominciava a suonare nella mia testa.

Dove c’era la piccola conchiglia fossile, quella che la tipa voleva sapere se fosse stata vera, ora c’era un mucchietto di detriti calcarei. 

Come se qualcuno l’avesse sbriciolata tra le dita.

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Il parco dei bambini perduti

Qua vicino c’è un piccolo parco giochi per bambini. Ci passo davanti quando vado a camminare. Da anni scatto delle foto, ogni volta che ci passo. Ma finora mai, a qualsiasi ora, giorno, stagione, ci ho visto un bambino.

Il parchetto è perfetto. Ci sono scivolini, altalene, casette delle bambole. Ogni anno c’è qualcosa in più. Il totem degli indiani, un tepee, il tirassegno. 

Deserto.

A pochi metri, diviso dalla strada del passeggio, su un altro piccolo pezzo di terra, c’è l’area sportiva. Una piccola piscina, un campetto da basket, una rete da volley, un ombrellone.

Deserta, anche quella.

Queste immagini, con il potenziale di vitalità e l’effettiva situazione, creano uno stridìo, che da anni mi porto dentro. 

Cerco di immaginare la storia che potrebbe esserci dietro. Un figlio mancato, un figlio perduto. Una tragedia che si trasforma in ossessione.

Una tragedia privata, da lasciare dov’è, senza coltivare la pretesa di conoscerla e interpretarla.

Però, non c’è niente da fare, il richiamo di quel parchetto resta irresistibile.

Da anni penso a come scrivere delle storie ambientate lì.

Qualcosa di horror, qualcosa che parla di bambini morti, scomparsi, di ossessioni, paura e mistero.  

Una cosa difficile per me, che non leggo storie horror.

Qualcosa però l’ho pensato. 

Ho pensato che quel parchetto, deserto di giorno, si vada popolando di notte, quando la terra rilascia il calore accumulato nelle ore calde e il vapore acqueo sale nell’aria, formando una nebbiolina rada.

Un’atmosfera spettrale dove a poco a poco ogni gioco viene occupato da un bambino. O da una bambina. 

Allora, anche se è notte, quel parchetto diventa un parco giochi come tutti gli altri. Spettralità e nebbia permettendo.

Tra un bambino che si dondola, uno che scivola, l’altro che gioca agli indiani o si arrampica su un tronco, dove nascono amicizie e avversioni.

Nella storia che immagino però quei bambini non sono veramente lì. Sono spiriti. Gli spiriti dei bambini ricoverati in ospedale, con i loro piccoli corpi fiaccati da malattie gravi, costretti a letto, immobili, spesso a occhi chiusi, impossibilitati a correre, ridere e gridare.

Quei bambini, quando le luci dell’ospedale si spengono, quando rimane solo quell’orrida luce bluastra a velare il bianco delle stanze con il sottofondo del rumore cadenzato delle macchine, si svegliano e si alzano per andare a giocare al parco.

Poi al mattino sono di nuovo lì, nel letto. E i dottori, le infermiere, le mamme e i babbi non immaginano minimamente quello che accade con il buio.

Per scrivere questa storia, per crearla, anzi, perché questa non è ancora una storia, ho chiesto aiuto a Stephen King.

Ho trovato un romanzo breve, La bambina che amava Tom Gordon. L’ho letto, ho studiato la scrittura, la trama per prendere ispirazione. E alla fine mi sono depressa un po’. 

Non mi ero resa conto che a Stephen King per dipingere un personaggio e renderlo interessante bastano due righe. Forse anche meno.

“Il mondo aveva i denti e in qualsiasi momento ti poteva morsicare”. Questo Trisha McFarland scoprì a nove anni. Alle dieci di una mattina di giugno era sul sedile posteriore della Dodge Caravan di sua madre con addosso la sua maglietta blu dei Red Sox (quella che ha 36 Gordon sulla schiena) a giocare con Mona, la sua bambola. Alle dieci e mezzo era persa nel bosco. Alle undici cercava di non essere terrorizzata, cercava di non pensare: ‘Questa è una cosa seria, questa è una cosa molto seria’. Cercava di non pensare che certe volte a perdersi nel bosco ci si poteva fare anche molto male. Certe volte si moriva”.

E comunque La bambina che amava Tom Gordon non è un racconto horror. Però…

Qualche tempo fa, ho scritto un raccontino per un concorso. Visto che era lì, ho ripreso la storia del bambino in coma in ospedale che col pensiero la notte usciva per andare al campetto giochi di cui gli aveva parlato una compagna di classe. Solo che il tema del concorso era la Vespa. E allora per farci entrare la Vespa, la storia del bambino che si alza di notte è diventata la cornice di un’altra storia, quella della zia che aveva un fidanzato morto in un incidente col trattore che nel capanno aveva una Vespa con tutta una lunga storia. La vicenda si svolgeva in uno stato rurale americano, Kansas, Wyoming, Nebraska, Dakota, tra distese di campi coltivati a grano e mais e la Vespa doveva essere arrivata fin lì per un motivo. Infatti il babbo del fidanzato della zia l’aveva ricevuta in regalo da un italiano che lui aveva salvato durante la Seconda Guerra Mondiale. 

Poi il bambino si risvegliava in ospedale, il dottore gli guardava gli occhi con la penna luce e la mamma urlava incredula.

Insomma, le battute a disposizione erano poche e di roba ce ne doveva stare fin troppa. 

Non è andata bene. 

Però questa storia del racconto horror non mi passa mica. Non so se dovrei leggere ancora qualcosa di Stephen King o di qualcun altro. 

Oppure. Se chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui dovesse avere anche qualche buona idea per sviluppare la trama, io l’ascolto.

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