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Il mio primo Capodanno a Roma

Una volta invece per l’ultimo dell’anno si andò a Roma da zio Fonso e zia Lucia. Babbo prenotò lo stesso motel dove si erano fermati per qualche giorno con mamma durante il viaggio di nozze. Io ero piccoletta, facevo le elementari e non avevo mai sentito dire motel. Allora imparai che era un albergo, un hotel, dove però arrivavi direttamente con la macchina. Ma la cosa più nuova e che non riuscivo proprio a spiegarmi è che babbo ci disse che avevano una pantera, o forse un giaguaro, un leopardo non so, chiuso in una gabbia.

Chissà se c’è ancora, disse babbo.

Quando arrivammo a casa di zio Fonso a me parve grandissima. C’era un salotto enorme, pieno di poltrone, divani, cuscini e tappeti. Era calda e accogliente, come lo erano loro.

Zia insisteva che almeno io e Paola restassimo a dormire da loro. Ma quello era il nostro primo vero viaggio e figuriamoci se rinunciavamo ad andare in motel.

Però ogni giorno eravamo lì, a casa, a pranzo o a cena, o andavamo in giro accompagnati da zio, che ci teneva sempre a mostrare quant’era bella Roma.

Zia disse che prima di ripartire dovevamo passare per piazza Navona dove c’erano le bancarelle della Befana. Mi pare che lì ci venne anche lei.

Altri giri li facemmo da soli, come quello in San Pietro, dove babbo mi spiegò la storia del Mosè di Michelangelo, del perché non parli con la martellata sul ginocchio, e del piede tutto liscio da quanti baci gli dava la gente che passava. Gliene volevo dare uno anche io ma mi fermarono in tempo.

Una sera che eravamo a casa, dopo cena, zio aprì una scatola di polistirolo che gli avevano mandato dalla Sicilia. Era piena di dolci di Natale. Il marzapane della frutta Martorana, gli ossi di morto. Cose mai viste né assaggiate prima. E così imparammo che c’era tanto altro oltre ai nostri ricciarelli e panforti, ai pandori e ai panettoni.

Una volta, tornando a casa in macchina sotto la pioggia, in una rotatoria che girava intorno a dei pini trovammo una enorme pozzanghera. Zio non se ne accorse in tempo e la prese in pieno.

La macchina si fermò lì, in mezzo alla strada. Allora succedeva spesso, quando l’acqua entrava nel motore.

Non ricordo come ne uscimmo. Sicuramente zio andò a cercare aiuto in un locale, per telefonare ai soccorsi. Io ricordo solo tutta quell’acqua che veniva giù, l’isola con i pini, dove probabilmente ci riparammo, la strada larghissima con la pozzanghera che pareva un lago e la Lancia Fulvia (o Flavia?) di zio ferma nel mezzo.

Qualsiasi cosa a Roma era immensa. I Fori Imperiali, gli Archi, le chiese… tutto. Tornai a Colle con un senso di magnificenza nel cuore che dovevo manifestare in qualche modo.

Avevo un piccolo quaderno che qualcuno mi aveva regalato in non so quale occasione. Le pagine erano completamente bianche, senza righe né quadretti, la copertina rigida, era foderata di una specie di gomma porosa con una fantasia astratta: sfondo bianco e pennellate rosse e nere in qua e in là.

Mi parve l’occasione giusta per inaugurarlo e cominciai a scrivere poesie su tutto quello che avevo visto a Roma. I gatti del Colosseo, i tetti delle case che si stendevano davanti agli occhi all’infinito, la maestosità di San Pietro.

La maestra a scuola, ne fu entusiasta e mi fece leggere qualcosa ai compagni di classe. Ma non credo di aver ricevuto tanti apprezzamenti da loro.

La cosa che più mi dispiace è che quel quadernino sia andato perduto, buttato via durante un trasloco o in qualche operazione di pulizia casalinga. Sarei proprio curiosa, oggi, di vedere come se l’era cavata quella bambina…

A un certo punto la vacanza finì e tornammo a casa. La pantera del motel non c’era più, in compenso però quando disfacemmo le valigie babbo si accorse di averci dimenticato il pigiama.

Zio Fonso, appena lo seppe, si offrì di andare a recuperarlo. Poi lo mise in una busta e ce lo spedì.

Quando il pacco arrivò, capii che l’esperienza romana era finita per davvero.

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strani giorni

strani i giorni. ti alzi al mattino e pensi che non farai niente di che. è o non è il tuo giorno libero? sì una piccola cosa ci sarebbe, un’amica a pranzo, un progetto da portare avanti, ma rientra nella sfera piacere, non dovere. quindi relax. poi ti chiama un’amica. e’ in lacrime. anzi, piange a dirotto. uno dei suoi tre gatti è morto, avvelenato dice, e un altro è scomparso. ma che cazzo!
anche perché sai che per lei quei gatti sono qualcosa di più di tre semplici gatti.
la giornata va avanti scandita dalle telefonate all’amica. novità? trovato l’altro? come stai? qualcuno le dice che hanno gettato dall’alto le esche antirabbia, altri (anche io) pensano all’avvelenamento da parte di un vicino un po’ stronzo.
ma c’è qualcosa che non quadra. per niente. quel posto là è pieno di gatti, perché colpire i suoi. due, poi.
il mistero si svela quando incrocia gli operai che stanno rifacendo la strada per il giro d’italia. sì, le dicono, un gatto è stato schiacciato da un camion ieri mattina proprio qui. e lì ci sono ancora le macchie di sangue. è quello scomparso. scomparso perchè quelli della nettezza urbana l’hanno recuperato e buttato.
e l’altro, forse, è stato colpito anche lui ma di striscio, e ce l’ha fatta ad arrivare fino all’albero davanti a casa. e poi non ce l’ha fatta più.
che, se vuoi, è una spiegazione ancora più assurda dell’avvelenamento.
così ascolti le telefonate disperate dell’amica, cerchi di rispondere alle domande senza risposta, vai a vedere i luoghi della disgrazia, così tanto per condividere questo dolore con lei e starle vicina.
ecco, sì proprio un giorno strano.

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