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Pablo Trincia e il bambino scomparso

La prima volta che ho sentito Pablo Trincia ero a Belluno, in redazione, sommersa dalle telefonate di giornalisti da tutta Italia. Avevo scritto la notizia di un imbianchino bosniaco che viveva in provincia, morto in Siria in uno scontro con l’esercito di Assad.
Poi mi aveva chiamato la ex moglie, una cubana, per chiederci se sapevamo niente di suo figlio, un bambino di due anni che il babbo aveva portato con sé.
Aveva letto che l’uomo era morto ma non sapeva più niente del bimbo, da quando era partito per trascorrere le vacanze di Natale dai nonni in Bosnia. Forse, chiedeva disperata, noi sapevamo qualcosa in più…
Pablo mi chiamò sul cellulare. Non gli chiesi nemmeno come lo avesse avuto.
Mi disse, ciao sono Pablo Trincia, un collega. Collaboro con Le Iene. Sono rimasto molto colpito dalla storia che hai scritto. Vorrei parlare con quella mamma, potresti darmi il numero?
Glielo detti. Poi registrai il suo telefono nella rubrica.
Nei giorni successivi il mio telefono prese a chiamarlo, da solo.
Alcune volte riuscivo a vedere la telefonata in corso e a spengerla subito. Altre, partiva senza che nemmeno me ne accorgessi.
Lui ogni volta richiamava, sempre gentile.
Ciao Simona, sono Pablo. Che volevi dirmi?
Questa storia andò avanti un bel po’, gli chiedevo scusa ma non capivo perché il mio telefono si fosse fissato con lui. In ogni caso quella sarebbe stata l’ultima volta che succedeva perché avrei cancellato il suo numero dalla rubrica.
Qualche tempo dopo lessi di un giornalista che aveva intrapreso un viaggio sulle tracce del bambino scomparso, insieme alla madre, arrivando fino ai confini con la Siria.
Il giornalista era lui, Pablo Trincia.
Il bambino non fu trovato. Nel frattempo però iniziò ad occuparsi del caso anche la magistratura italiana con un’indagine internazionale. A un certo punto si seppe che il piccolo era morto in Siria, come il babbo.
Rimasi molto impressionata dal modo di fare giornalismo di quel ragazzo.
Chi altri si sarebbe lanciato in un’impresa del genere, tra pericoli e difficoltà?
Nel frattempo ero rientrata a casa, in Toscana, e mi ero iscritta di nuovo all’università per perfezionare il piano di studi per l’insegnamento nelle scuole. Tra gli esami che mi mancavano c’era quello di linguistica.
Non ricordo come, ma durante lo studio, da una ricerca on line emerse il nome di Pablo Trincia. Era citato in un articolo che descriveva la sua conoscenza delle lingue, che già all’epoca era un numero incredibile, quasi una ventina. Il padre era italiano e la madre iraniana, ma lui era nato e cresciuto in Germania, quindi le L1, le lingue madri, erano tre. Poi aveva studiato prima a Londra, poi in Italia lingue orientali e africane, e il numero era cresciuto.
Ricordo che ne parlai con il prof in sede di esame. Lui disse che si trattava di uno dei rari casi di super poliglotti. Si sarebbe dovuto stabilire quante lingue fossero L1 e quante L2, quelle acquisite. Le lingue madri, sostiene la linguistica, possono arrivare fino a 4-5 e devono essere acquisite nell’infanzia, entro gli undici anni. Le L2, una volta che la capacità di apprendere le lingue è stata attivata, possono essere invece moltissime.
Poi glielo feci sapere, scrivendogli su Messenger, perché quando avevo deciso di cancellare il suo numero, con lo stress e gli impegni di quel periodo, non avevo avuto nemmeno la forza di copiarlo su carta.
Rispose subito.

“Ciao Simo!!!
Ma dai, che bello che studi la linguistica!!!
Io mi sono appena accorto di aver purtroppo sbagliato tutto nella vita, avrei dovuto studiare quello anch’io!!!”

Ma come, gli dissi, con tutte le cose belle che fai?

Noooo, avrei dovuto fare il professore di lingue!!!
Sto studiando un libro bellissimo chiamato “Empires of the Word”, te lo straconsiglio!”

Non ho più comprato quel libro ma molti anni dopo ho iniziato ad ascoltare i podcast di Pablo, divenendone subito dipendente. Il suo modo di fare giornalismo, andando a fondo nella ricerca delle fonti, facendole parlare grazie a questa forma bellissima del podcast, la sensibilità e l’attenzione che mostra per ogni persona con cui interagisce, mi ha veramente aperto un nuovo sprazzo di mondo.
L’ho ascoltato mentre facevo colazione insieme ai bambini di Satana della Bassa Padana, ho rimesso a posto la libreria e l’armadio con il dramma della Costa Concordia e il disastro di Rigopiano. Ho imparato tante cose nuove, dei fatti di cronaca (di Elisa Claps o della stagione degli attentati palestinesi in Italia) ma anche nel modo di raccontarli. Ho pianto, anche, quando nelle situazioni in cui l’insipienza umana si è elevata all’ennesima potenza causando dolore e distruzione, inatteso, spuntava una testimonianza di vera umanità.
Poi ho comprato il suo libro, “Come nascono le storie”, e a pagina 104 ho letto: “Lo scenario ideale è quello in cui riusciamo a fare in modo di incontrarla e giocarcela dal vivo. Ma non avevo idea di dove vivesse Lidia. Dopo aver chiamato un giornalista della cronaca locale di Belluno ed essermi fatto dare il suo numero, le avevo parlato al telefono”.
E lì mi sono emozionata, anche se mi ha trasformato in un maschio.

Ora ascolto tanti altri podcast, ma mi mancano quelli di Pablo. Ha già detto che sta lavorando al caso di Donato (Denis) Bergamini, il calciatore ucciso in Calabria nel 1989 la cui morte era stata fatta passare per suicidio.
Non resta che attendere…

Per chi fosse interessato, qui trova tutti i podcast di Pablo Trincia
https://tg24.sky.it/…/approfo…/pablo-trincia-podcast/amp

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senza titolo

eccoci qua. con la voglia di scrivere e nemmeno un’idea.
o forse anche troppe.
vorrei scrivere una considerazione sulle persone che finalmente subiscono ciò che in genere fanno subire agli altri, ma quando lo fanno loro è giusto e quando lo subiscono diventano invece le vittime universali.
ma non posso farlo.
in realtà, l’avevo detto, avrei voluto scrivere un diario, ma questo, è inutile far finta, è un foglio che vola nel vento.
e allora certe considerazioni è meglio tenerle per sé

avrei voluto scrivere di un’idea, un regalo, che mi è venuto in mente di fare e che ha tutto un suo significato. ma non posso fare nemmeno questo perché sennò non è più una sorpresa.

non è la prima volta che mi capita.
nella cartella bozze è già da un po’ che stazionano elucubrazioni su temi diversi che mi sono girati in testa per un sacco di tempo e poi, quando ho cominciato a scriverle, anziché organizzarsi in un filo logico, si sono disperse, moltiplicate in una serie di pensieri e sottopensieri cui ormai era diventato difficile dare un senso compiuto.

sulla versione di Simona, ispirata alla versione di Barney, ho lavorato un bel po’.
all’inizio era tutto chiaro e c’era un filo logicissimo. poi, man mano che scrivevo, le cose da dire sono diventate così tante, complesse e anche personali, che ho scritto e riscritto per poi lasciare tutto in sospeso.

la tristezza del tricolore, cavolo, mi è venuta in mente girovagando per le venete strade in macchina. e quando la vista di quelle bandiere sventolanti alle finestre o ai cancelli dei villini isolati mi ha fatto venire in mente solo la bosnia, una nazione divisa, profondamente ferita e forzosamente ricompattata, ho deciso che lo avrei scritto. anzi, ho deciso che avrei aperto un blog per scriverlo.
e allora ho chiesto consiglio a carlo, l’ho aperto ed eccomi qui… sarebbe dovuto essere il primo post, ma poi non è andata così. si è arenato anche quello

vabbè, mi pare che senza dire niente ho detto anche troppo. la voglia di scrivere si è acquietata e ora si può pure andare a dormire che domani sarà un giorno bello tosto.

intanto qui a belluno fulmina e tuona.
ma sarà comunque una bella notte

buona notte

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