Alice in Wonderland, la sindrome

Qualche tempo fa venne a stare da noi per alcuni giorni una coppia di tedeschi. Erano due tranquilli signori di mezza età, marito e moglie. Lei bionda e un po’ in carne, lui magro con i capelli grigi.

Mi sembrarono fin da subito gli ospiti ideali. Trascorrevano le loro giornate in relax, leggendo sulle poltrone a sdraio sulla terrazza. A una certa ora cucinavano e mangiavano all’aperto.Ogni tanto decidevano di visitare un paese, un museo, e stavano fuori una mattinata o un pomeriggio.

Era un piacere vedere come apprezzavano la campagna che circondava la casa e come si trovavano a proprio agio nel silenzio e nell’ambiente naturale.

Ogni volta che ci incrociavamo, ci scambiavamo un cortese saluto. Le nostre conversazioni avvenivano in inglese, ma loro avevano imparato ad azzardare qualche parola in italiano e io ricambiavo con le due e mezzo che conoscevo di tedesco.

Dal momento che erano arrivati con un giorno di ritardo, avvisandomi per tempo, spostai la loro prenotazione in avanti. Avrei perso il pagamento di una notte, ma in effetti loro non avevano usufruito dell’appartamento.

L’uomo mi pregò di rimettere tutto come era prima, perché il ritardo era dipeso da loro e non era giusto che ci rimettessi io.

Quando mancava ormai poco alla fine della loro vacanza mi dissero che sarebbero dovuti andare via il giorno dopo per un’emergenza familiare.

La moglie, una signora dal viso aperto e luminoso, mi spiegò che la loro figlia, che non aveva mai manifestato alcun tipo di problema, si era sentita poco bene. Qualcuno li aveva avvisati e loro avevano deciso di partire prima per vederla il prima possibile.

La donna mi raccontò che la ragazza era a un raduno yoga, quando aveva cominciato ad avere alcuni problemi. Ma nessuno si sarebbe mai aspettato una cosa simile da lei.

Capii che la situazione era piuttosto seria e mi dispiacque sinceramente.

Poi, a un certo punto, la donna mi disse che sua figlia era come Alice nel Paese delle Meraviglie, Alice in Wonderland. E allora mi sembrò che tutto fosse molto più leggero.

E risi. Come se fossi sollevata.

Capii subito, dall’espressione attonita, che la mia non era stata una reazione felice.

Mentre caricavano i bagagli nell’auto, cercai on line. Quella di Alice nel Paese delle Meraviglie, scoprii, era una sindrome neurologica che si manifestava con disturbi visivi, dissociazione della personalità, allucinazioni.

E in effetti lei mi aveva descritto una situazione simile. Solo che quando aveva nominato Alice mi era sembrato tutto ridimensionato. Che stupida…

I signori erano sempre più agitati e non sapevo come rimediare. Non aveva senso andare da loro a profondermi in scuse in una conversazione inglese reciprocamente zoppicante sul disturbo neurologico di una figlia lontana.

In ogni caso, la signora durante la permanenza aveva manifestato un certo interesse per le piante di mamma, così decidemmo di regalarle un vaso. Mamma ne preparò due e mi disse di far loro scegliere quella che volevano.

Probabilmente non ci capimmo bene o forse avevano la mente ormai altrove, ma i signori presero entrambe le piante e le sistemarono nel bagagliaio, in mezzo alle valigie.

Poi ci salutammo, e augurai loro buon viaggio e il meglio per la figlia.

Quindi mi misi alla finestra per vedere quando era il momento di aprire il cancello.

L’auto era ferma davanti alla porta. Sembrava che avessero finito di caricare, ma non partivano. Non volevo mettere loro fretta. Rimasi ad aspettare un altro po’.

Poi scesi e chiesi all’uomo se avessero qualche problema.

Sì, aveva posteggiato l’auto proprio davanti a un grande vaso con uno dei fichi d’India di mamma, appoggiato su un pianerottolo della scala di mattoni che sale dietro la casa. La moglie, passandoci davanti per aprire lo sportello, ci aveva sfregato la spalla e lui cercava di toglierle le spine una a una.

Alla fine partirono.

Non seppi più nulla di loro né della ragazza con la sindrome di Alice in Wonderland.

Ogni tanto ci penso, però.

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Il bambino scomparso e come andò a finire

Credo di capire, ora, che cosa spinse Pablo Trincia a cercare il mio numero di telefono e chiamarmi quel giorno di una decina di anni fa. C’era una storia irrisolta, un bambino di due anni strappato alla madre con l’inganno dal padre, un bosniaco che viveva in Italia e che aveva scelto di lasciare tutto per arruolarsi nell’Isis. Tutto, eccetto il figlio.
Per la cronaca di Belluno, all’epoca, la storia era fin troppo grossa. Ma neanche i colleghi del nazionale avevano inquadrato bene la situazione.
Tanto per cominciare la notizia era rimasta sulla scrivania del capo per almeno un mese. E pensare che non era solo verificata, ma anche corredata di fonti e prove.
C’era un gruppo Facebook che gravitava intorno alla moschea della provincia in cui si scriveva di pregare “per i nostri fratelli morti in Siria” sotto all’ultima foto scattata insieme al martire. C’era un giornale on line che riportava la storia dell’imbianchino del Bellunese e dei compagni uccisi con lui dall’esercito di Assad con i loro volti ormai senza vita. C’era una foto sul profilo Facebook dell’uomo, in cui giocava con il figlio, facendolo volare in aria. Una collega lo riconobbe come l’imbianchino che aveva lavorato a casa sua pochi mesi prima.
Ma in tutto questo, il bambino che c’entrava?
I colleghi si lanciavano in interpretazioni e risposte azzardate.
“Ormai sarà in una madrasa, la mamma non lo rivede più”. “Lo avrà lasciato in Bosnia e sarà partito per la Siria da solo…”.
L’unica cosa vera, purtroppo, anche se si sarebbe saputo solo qualche anno dopo, era che la mamma non lo avrebbe rivisto più.
Intanto sui giornali, oltre alle cronache di quanto stava accadendo in Siria, cominciavano a uscire anche reportage fotografici. Come quelli sui “cuccioli” dell’Isis.
Fu pubblicata la foto di un bambino armato, in piedi accanto a una moto. La madre credette di riconoscere in lui il figlio perduto e forse fu anche sulla scorta di quell’immagine che la donna intraprese il viaggio della speranza insieme a Pablo Trincia.
Intanto la magistratura aveva aperto un fascicolo per il reato di rapimento sulla scomparsa del bambino, che era nato in Italia.
Tutta quella storia, in ogni suo aspetto, aveva dell’incredibile. Già la nazionalità della donna, cubana, strideva con il fatto che avesse sposato un bosniaco di religione islamica. La coppia era separata e aveva già conosciuto le aule di tribunale, dove lui era stato a processo per maltrattamenti sulla ex. Il bambino era stato affidato alla madre. Purtroppo lei si era fidata dell’ex marito e glielo aveva lasciato portare in Bosnia per Natale a conoscere la famiglia.
Un errore fatale, nato dall’inganno.
Il piccolo, si saprà qualche tempo dopo, era stato dato in custodia alle donne del Califfato e nel 2018 morirà sotto un bombardamento, cinque anni dopo il padre.
Ascoltando i suoi podcast, ho capito quali sono le storie che piacciono a Pablo Trincia. E quella del ragazzino rapito dal padre combattente dell’Isis, era perfetta. C’era il mistero ma anche una forte implicazione dal punto di vista umano, la madre disperata e il bambino perduto. In più lui conosce il farsi, la lingua persiana, grazie alla mamma e ai nonni iraniani.
Del podcast sul disastro di Rigopiano, per esempio, una tragedia assurda, in cui malintesi, inefficienza, disorganizzazione si sono intrecciati fino all’ineluttabile, un aspetto mi ha colpito in modo particolare.
È stato quando Pablo, dopo aver raccontato la storia di ogni protagonista, di ogni vittima, di ogni sopravvissuto, è andato fino in Senegal a trovare i familiari del tuttofare dell’albergo, morto anche lui nell’hotel distrutto dalla valanga.
Li ha abbracciati, ha pianto con loro, li ha ascoltati.
Avrebbe potuto raccontare la sua storia a distanza e nessuno avrebbe avuto da ridire. Invece ha scelto di dare al giovane rifugiato africano la stessa importanza di tutte le altre vittime.
L’ho trovato un messaggio molto forte. 

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Pablo Trincia e il bambino scomparso

La prima volta che ho sentito Pablo Trincia ero a Belluno, in redazione, sommersa dalle telefonate di giornalisti da tutta Italia. Avevo scritto la notizia di un imbianchino bosniaco che viveva in provincia, morto in Siria in uno scontro con l’esercito di Assad.
Poi mi aveva chiamato la ex moglie, una cubana, per chiederci se sapevamo niente di suo figlio, un bambino di due anni che il babbo aveva portato con sé.
Aveva letto che l’uomo era morto ma non sapeva più niente del bimbo, da quando era partito per trascorrere le vacanze di Natale dai nonni in Bosnia. Forse, chiedeva disperata, noi sapevamo qualcosa in più…
Pablo mi chiamò sul cellulare. Non gli chiesi nemmeno come lo avesse avuto.
Mi disse, ciao sono Pablo Trincia, un collega. Collaboro con Le Iene. Sono rimasto molto colpito dalla storia che hai scritto. Vorrei parlare con quella mamma, potresti darmi il numero?
Glielo detti. Poi registrai il suo telefono nella rubrica.
Nei giorni successivi il mio telefono prese a chiamarlo, da solo.
Alcune volte riuscivo a vedere la telefonata in corso e a spengerla subito. Altre, partiva senza che nemmeno me ne accorgessi.
Lui ogni volta richiamava, sempre gentile.
Ciao Simona, sono Pablo. Che volevi dirmi?
Questa storia andò avanti un bel po’, gli chiedevo scusa ma non capivo perché il mio telefono si fosse fissato con lui. In ogni caso quella sarebbe stata l’ultima volta che succedeva perché avrei cancellato il suo numero dalla rubrica.
Qualche tempo dopo lessi di un giornalista che aveva intrapreso un viaggio sulle tracce del bambino scomparso, insieme alla madre, arrivando fino ai confini con la Siria.
Il giornalista era lui, Pablo Trincia.
Il bambino non fu trovato. Nel frattempo però iniziò ad occuparsi del caso anche la magistratura italiana con un’indagine internazionale. A un certo punto si seppe che il piccolo era morto in Siria, come il babbo.
Rimasi molto impressionata dal modo di fare giornalismo di quel ragazzo.
Chi altri si sarebbe lanciato in un’impresa del genere, tra pericoli e difficoltà?
Nel frattempo ero rientrata a casa, in Toscana, e mi ero iscritta di nuovo all’università per perfezionare il piano di studi per l’insegnamento nelle scuole. Tra gli esami che mi mancavano c’era quello di linguistica.
Non ricordo come, ma durante lo studio, da una ricerca on line emerse il nome di Pablo Trincia. Era citato in un articolo che descriveva la sua conoscenza delle lingue, che già all’epoca era un numero incredibile, quasi una ventina. Il padre era italiano e la madre iraniana, ma lui era nato e cresciuto in Germania, quindi le L1, le lingue madri, erano tre. Poi aveva studiato prima a Londra, poi in Italia lingue orientali e africane, e il numero era cresciuto.
Ricordo che ne parlai con il prof in sede di esame. Lui disse che si trattava di uno dei rari casi di super poliglotti. Si sarebbe dovuto stabilire quante lingue fossero L1 e quante L2, quelle acquisite. Le lingue madri, sostiene la linguistica, possono arrivare fino a 4-5 e devono essere acquisite nell’infanzia, entro gli undici anni. Le L2, una volta che la capacità di apprendere le lingue è stata attivata, possono essere invece moltissime.
Poi glielo feci sapere, scrivendogli su Messenger, perché quando avevo deciso di cancellare il suo numero, con lo stress e gli impegni di quel periodo, non avevo avuto nemmeno la forza di copiarlo su carta.
Rispose subito.

“Ciao Simo!!!
Ma dai, che bello che studi la linguistica!!!
Io mi sono appena accorto di aver purtroppo sbagliato tutto nella vita, avrei dovuto studiare quello anch’io!!!”

Ma come, gli dissi, con tutte le cose belle che fai?

Noooo, avrei dovuto fare il professore di lingue!!!
Sto studiando un libro bellissimo chiamato “Empires of the Word”, te lo straconsiglio!”

Non ho più comprato quel libro ma molti anni dopo ho iniziato ad ascoltare i podcast di Pablo, divenendone subito dipendente. Il suo modo di fare giornalismo, andando a fondo nella ricerca delle fonti, facendole parlare grazie a questa forma bellissima del podcast, la sensibilità e l’attenzione che mostra per ogni persona con cui interagisce, mi ha veramente aperto un nuovo sprazzo di mondo.
L’ho ascoltato mentre facevo colazione insieme ai bambini di Satana della Bassa Padana, ho rimesso a posto la libreria e l’armadio con il dramma della Costa Concordia e il disastro di Rigopiano. Ho imparato tante cose nuove, dei fatti di cronaca (di Elisa Claps o della stagione degli attentati palestinesi in Italia) ma anche nel modo di raccontarli. Ho pianto, anche, quando nelle situazioni in cui l’insipienza umana si è elevata all’ennesima potenza causando dolore e distruzione, inatteso, spuntava una testimonianza di vera umanità.
Poi ho comprato il suo libro, “Come nascono le storie”, e a pagina 104 ho letto: “Lo scenario ideale è quello in cui riusciamo a fare in modo di incontrarla e giocarcela dal vivo. Ma non avevo idea di dove vivesse Lidia. Dopo aver chiamato un giornalista della cronaca locale di Belluno ed essermi fatto dare il suo numero, le avevo parlato al telefono”.
E lì mi sono emozionata, anche se mi ha trasformato in un maschio.

Ora ascolto tanti altri podcast, ma mi mancano quelli di Pablo. Ha già detto che sta lavorando al caso di Donato (Denis) Bergamini, il calciatore ucciso in Calabria nel 1989 la cui morte era stata fatta passare per suicidio.
Non resta che attendere…

Per chi fosse interessato, qui trova tutti i podcast di Pablo Trincia
https://tg24.sky.it/…/approfo…/pablo-trincia-podcast/amp

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Il negozio di babbo

Del negozio di babbo, quando era in piazza, ricordo due cose: il soppalco in legno e un cartonato di Patty Pravo a grandezza naturale. Da qualche parte devono esserci ancora le foto che ci scattavamo insieme come se fosse vera. 

Patty aveva i capelli biondi con il ricciolo piegato all’insù e una riga nera sul confine tra la palpebra e le ciglia che si allungava oltre gli occhi. La bocca semiaperta, come se sorridesse ma non troppo, indossava un vestito cortissimo bianco e stivali di cuoio. 

Sul soppalco c’erano gli elettrodomestici, come di sotto, solo che tra le scale e le travi che coprivano tutto il resto quando ci saliva qualcuno era tutto un rimbombo. 

Il negozio in realtà era di zio. Babbo insegnava, a un certo punto faceva anche il tempo pieno a Sant’Andrea, e dal negozio ci passava quando finiva la scuola.

Diceva, vado a bottega. 

Prima del negozio grande col soppalco, c’era stato quello piccolo con le scalette che scendevano e l’acquario con i pesci. Ma io ero piccina e non me lo ricordo. Il negozio piccolo era a pochi metri da quello col soppalco. Bastava attraversare la strada ed era lì, dove per anni c’è stato l’ingresso di un ristorante che ora è diventato pizzeria, nello stabile che aveva ospitato una delle cartiere di Colle. Alle medie il prof di storia e geografia ci portò proprio lì a vedere la lavorazione della carta. 

Quando visitai la cartiera con la scuola il negozio piccolo era già stato chiuso, credo. Quindi la bottega era stata aperta con la cartiera ancora funzionante e con l’acqua della gora che arrivava dal rialzo in pietra davanti all’edificio per far muovere tutti i macchinari.

Nel negozio piccolo una volta successe una piccola tragedia. Una notte ci fu un corto circuito e i pesci dell’acquario morirono tutti.  

Ero alle medie anche ai tempi del negozio col soppalco.

A me quel negozio piaceva tantissimo e da allora ho continuato a sognare una casa con un soppalco che però non ho mai avuto.

A un certo punto il negozio si trasferì di nuovo, nei locali tra la piazza e via Roma, dove prima c’era la Posta, e al posto di quello vecchio fu aperta una banca.

E questo cambierà del tutto i ricordi piacevoli che avevo di quel posto. 

Parecchi anni dopo infatti, quando ormai stavo per finire gli esami all’università, iniziai a collaborare con un giornale locale. Scrivevo articoli su Colle, seguivo il consiglio comunale, facevo interviste. 

Erano i miei primi articoli e la paga era molto bassa. Ma il problema vero era quello che creava la banca quando andavo a riscuotere il mio misero assegno. Andavo lì perché babbo mi aveva detto che erano amici suoi e di zio. Bastava che facessi i loro nomi, quando mi presentavo alla cassa, e non avrei avuto problemi.

Non era così. Loro li conoscevano, ma me no. E ogni volta ci rimanevo malissimo. Erano tempi, a Colle, in cui si faceva tutto per conoscenza diretta. Oggi non potrebbe succedere niente del genere, basta mostrare il documento. 

Una volta babbo mi accompagnò e fu tutta una festa. Ogni impiegato lo salutava e scambiava due battute con lui. .

  • Questa è la mi’ figliola, c’ha da cambiare un assegno.
  • E che problema c’è? Mandala da me, disse uno in cassa. 

Quella volta andò tutto liscio. Quando ci tornai da sola però non si ricordavano più di me e successe tutto come al solito.

Alla fine cambiai banca. Nel frattempo ero stata assunta in redazione e l’assegno non era più quello dei primi tempi. Ma non mi è più successo quello che capitava di là.

Peccato. Non so nemmeno che cosa è successo al soppalco. 

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Il mio primo Capodanno a Roma

Una volta invece per l’ultimo dell’anno si andò a Roma da zio Fonso e zia Lucia. Babbo prenotò lo stesso motel dove si erano fermati per qualche giorno con mamma durante il viaggio di nozze. Io ero piccoletta, facevo le elementari e non avevo mai sentito dire motel. Allora imparai che era un albergo, un hotel, dove però arrivavi direttamente con la macchina. Ma la cosa più nuova e che non riuscivo proprio a spiegarmi è che babbo ci disse che avevano una pantera, o forse un giaguaro, un leopardo non so, chiuso in una gabbia.

Chissà se c’è ancora, disse babbo.

Quando arrivammo a casa di zio Fonso a me parve grandissima. C’era un salotto enorme, pieno di poltrone, divani, cuscini e tappeti. Era calda e accogliente, come lo erano loro.

Zia insisteva che almeno io e Paola restassimo a dormire da loro. Ma quello era il nostro primo vero viaggio e figuriamoci se rinunciavamo ad andare in motel.

Però ogni giorno eravamo lì, a casa, a pranzo o a cena, o andavamo in giro accompagnati da zio, che ci teneva sempre a mostrare quant’era bella Roma.

Zia disse che prima di ripartire dovevamo passare per piazza Navona dove c’erano le bancarelle della Befana. Mi pare che lì ci venne anche lei.

Altri giri li facemmo da soli, come quello in San Pietro, dove babbo mi spiegò la storia del Mosè di Michelangelo, del perché non parli con la martellata sul ginocchio, e del piede tutto liscio da quanti baci gli dava la gente che passava. Gliene volevo dare uno anche io ma mi fermarono in tempo.

Una sera che eravamo a casa, dopo cena, zio aprì una scatola di polistirolo che gli avevano mandato dalla Sicilia. Era piena di dolci di Natale. Il marzapane della frutta Martorana, gli ossi di morto. Cose mai viste né assaggiate prima. E così imparammo che c’era tanto altro oltre ai nostri ricciarelli e panforti, ai pandori e ai panettoni.

Una volta, tornando a casa in macchina sotto la pioggia, in una rotatoria che girava intorno a dei pini trovammo una enorme pozzanghera. Zio non se ne accorse in tempo e la prese in pieno.

La macchina si fermò lì, in mezzo alla strada. Allora succedeva spesso, quando l’acqua entrava nel motore.

Non ricordo come ne uscimmo. Sicuramente zio andò a cercare aiuto in un locale, per telefonare ai soccorsi. Io ricordo solo tutta quell’acqua che veniva giù, l’isola con i pini, dove probabilmente ci riparammo, la strada larghissima con la pozzanghera che pareva un lago e la Lancia Fulvia (o Flavia?) di zio ferma nel mezzo.

Qualsiasi cosa a Roma era immensa. I Fori Imperiali, gli Archi, le chiese… tutto. Tornai a Colle con un senso di magnificenza nel cuore che dovevo manifestare in qualche modo.

Avevo un piccolo quaderno che qualcuno mi aveva regalato in non so quale occasione. Le pagine erano completamente bianche, senza righe né quadretti, la copertina rigida, era foderata di una specie di gomma porosa con una fantasia astratta: sfondo bianco e pennellate rosse e nere in qua e in là.

Mi parve l’occasione giusta per inaugurarlo e cominciai a scrivere poesie su tutto quello che avevo visto a Roma. I gatti del Colosseo, i tetti delle case che si stendevano davanti agli occhi all’infinito, la maestosità di San Pietro.

La maestra a scuola, ne fu entusiasta e mi fece leggere qualcosa ai compagni di classe. Ma non credo di aver ricevuto tanti apprezzamenti da loro.

La cosa che più mi dispiace è che quel quadernino sia andato perduto, buttato via durante un trasloco o in qualche operazione di pulizia casalinga. Sarei proprio curiosa, oggi, di vedere come se l’era cavata quella bambina…

A un certo punto la vacanza finì e tornammo a casa. La pantera del motel non c’era più, in compenso però quando disfacemmo le valigie babbo si accorse di averci dimenticato il pigiama.

Zio Fonso, appena lo seppe, si offrì di andare a recuperarlo. Poi lo mise in una busta e ce lo spedì.

Quando il pacco arrivò, capii che l’esperienza romana era finita per davvero.

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La volta che sono stata intervistata io…

Qualche tempo fa sono stata contattata, su Linkedin (cosa piuttosto particolare), da un docente colligiano che mi chiedeva notizie di Giulia Sarno, alias di Giuliana Rosso, la mia cara amica Signora Giuliana. Il docente, Enzo Linari, mi confidava la sua intenzione di aprire un blog dedicato al romanzo giallo e, avendo trovato in rete un mio articolo sulla scrittrice di Gialli per Ragazzi Mondadori, la Signora Giuliana appunto, voleva qualche aggiornamento su di lei.

In particolare aveva scritto due post sulla sua attività e voleva verificarne la correttezza. Li ho inviati direttamente a lei (che all’epoca soggiornava in un albergo di montagna del Bellunese, dopo aver subito un’operazione di protesi all’anca alla veneranda età di 94 anni) grazie alla collaborazione della gentile receptionist a cui ho inviato i testi via email e che ha stampato per la signora, che ci ha risparmiato una procedura più complicata via posta ordinaria.

Dopo questo scambio, il blogger mi ha chiesto un’intervista perché raccontassi come avevo riscoperto la Signora Giuliana che all’epoca, nel 2012, viveva tranquillamente a Belluno dove nessuno conosceva la sua passata attività di giallista per ragazzi.

Ecco che, dopo una vita di interviste fatte ad altri, mi sono ritrovata a mia volta intervistata. E devo ammettere che non è stato proprio sgradevole…

(di seguito il blog “Tutto tranne che” di Enzo Linari con la mia intervista e tanti altri post dedicati a scrittori di gialli).

Intervista a Simona Pacini

Posted on August 24, 2024 by enzolinari

Simona Pacini è la giornalista colligiana che mi ha aggiornato sulla situazione attuale della scrittrice Giulia Sarno, che lei stessa aveva riportato all’attenzione dei lettori con un articolo del 2012 pubblicato su “Il Gazzettino”. Ai ringraziamenti per la preziosa collaborazione si aggiungono ora quelli per aver accettato di farsi intervistare su questo blog.

Anzitutto volevo chiederti cosa facevi nel 2012 a Belluno e in quali circostanze hai conosciuto la giallista Giulia Sarno. Come l’hai “scoperta”?

“È stata una serie di fortunate coincidenze. La signora Giuliana Rosso (questo è il suo vero nome) ha un appartamento nel condominio in cui ho vissuto anche io a Belluno, dove mi ero trasferita per lavorare nella redazione locale di un quotidiano regionale. La conobbi un giorno in ascensore e ci mettemmo a parlare. Lei sentì che ero toscana e mi raccontò di aver vissuto a Siena. Fui molto contenta di averla conosciuta. La socievolezza non era proprio di casa in quel condominio. Poi accadde che durante un giorno di riposo dal lavoro, era un 14 febbraio, San Valentino, feci dei dolcetti a forma di cuore e per non mangiarli tutti io decisi di regalarli ad alcuni vicini. Così, quando fu il suo turno, mi invitò ad entrare e ci mettemmo a parlare. Fu così che scoprii che tanti anni prima era stata una scrittrice importante nella narrativa gialla per ragazzi”.

Conoscevi già i suoi racconti?

“No, anche se da ragazzina ero una lettrice di Gialli Mondadori per ragazzi, e la mia eroina era Nancy Drew. Ammetto però di avere conosciuto soltanto quelli tradotti da autori stranieri. Ma non so dire il perché”.

Come è andata poi con lei?

“Essendo giornalista, avevo intravisto una storia bellissima da raccontare. Per i lettori del giornale era una notizia interessante il fatto che a Belluno viveva, praticamente in incognito, una autrice dei Gialli Mondadori. Lei però era un po’ titubante. Alla mia richiesta di farle un’intervista rispose che non voleva mettersi troppo in mostra con le sue amiche del posto e che avrebbe accettato solo per aiutarmi professionalmente. Belluno è un capoluogo di provincia grande come Poggibonsi, per numero di abitanti. È un posto molto chiuso e il pettegolezzo è obbligatorio. La signora Giuliana, come la chiamiamo io e i miei amici, aveva già sperimentato la cattiveria delle persone a lei più vicine, che mettevano in dubbio il suo passato di scrittrice per non darle soddisfazione. Per cui temeva che addirittura un’intervista sul più importante quotidiano cittadino l’avrebbe riportata in modo sgradevole sotto i riflettori”.

La Sarno ha parlato con te delle storie gialle, sue o di altri?

“In quel periodo tenevo dei piccoli corsi di scrittura creativa nel tinello di casa per pochi amici. Ogni tanto invitavo alcuni scrittori del posto, più scrittrici a dire il vero, per farli conoscere ai miei allievi. La signora Giuliana, così la chiamiamo in quel gruppetto, è diventata ben presto l’ospite d’onore. Ogni conversazione a cui si è prestata è sempre stata fonte di grande interesse. Sia che parlasse della struttura narrativa in tre atti di Aristotele, sia che approfondisse le differenze tra il giallo e il noir. È una donna di grande cultura, in grado di parlare di tantissimi argomenti da un punto di vista originale. Riguardo alle sue storie ogni tanto usciva un aneddoto simpatico. Una volta ci raccontò di quando era in vacanza al mare con i nipoti e fu chiamata al telefono da Mondadori perché volevano sapere il titolo della storia che stava ancora scrivendo. In quel momento arrivò la nipotina, che si scoprì il collo e le disse: ‘Guarda, il segno della medusa!’. Lei non perse tempo, riferì all’editore proprio quel titolo. Poi però dovette cambiare un po’ la storia, che mi pare si svolgesse in Sardegna, per poterlo giustificare”.

Ho visto che ti sei interessata alla storia ambientata a Belluno…


“L’Uomo Pietrificato, sì. È ispirato alla figura di Girolamo Segato, naturalista ed egittologo bellunese che aveva scoperto il segreto della mummificazione e che è sepolto tra i grandi nella chiesa di Santa Croce a Firenze. Un interesse dovuto a un motivo essenzialmente giornalistico, dal momento che lavoravo in una redazione locale e ogni cosa che si scriveva doveva sempre avere legami con il territorio bellunese”.

Tu sei stata a lungo una cronista di nera. Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Oddio, a parte una certa consuetudine nel parlare con chi si occupa di soccorso e con le forze dell’ordine, c’è un aspetto che probabilmente non è molto positivo. Non solo sei sempre a contatto con dolore e sofferenza o sei costretto a scrivere notizie che i diretti interessati non vorrebbero mai vedere pubblicate (soprattutto per quanto riguarda i casi giudiziari), ma c’è anche altro. Quando analizzi le cause di un incidente, anche il più assurdo, ti rendi conto di come spesso basti veramente poco a provocare una tragedia. Un attimo di distrazione, un gesto superficiale. Per tanti anni, specialmente mentre guidavo, ho rivissuto nella mia mente centinaia di dinamiche di cui avevo scritto o che avevo ricostruito nei miei articoli. Per fortuna ora questo non mi accade più…”.

Che cosa pensi dei molti Autori, talvolta anche con relativi personaggi, nati nell’ambito della cronaca nera?

“Mi piacciono molto i podcast di Carlo Lucarelli, in cui ricostruisce storie gialle raccontandole in modo sublime. Tempo fa mi ero appassionata alle storie del Commissario Soneri di Valerio Varesi, giornalista di Parma. C’è questo filone, che funziona sempre, delle indagini accompagnate dalla passione del cibo. Più che dai cronisti di nera, sembrano ispirate dai romanzi di Vàzquez Montalbàn con il suo Pepe Carvalho, e dal commissario Montalbano di Andrea Camilleri. Anche Varesi, ambientando le sue storie a Parma, ci fa venire spesso l’acquolina in bocca. Anzi, non so se qualcuno lo ha già fatto. Sarebbe interessante una lettura trasversale dei gialli attraverso il cibo preferito dai protagonisti”.

Quali sono oggi le tue preferenze nell’ambito molto vasto della letteratura di genere “giallo noir”, ampliando il panorama anche alla fiction televisiva o cinematografica?


“Negli ultimi anni ho spostato i miei interessi più verso i classici e la narrativa, scostandomi un po’ dai romanzi di genere. Con questo non voglio assolutamente dire che non ce ne siano di qualità, sia chiaro. Ma è diverso l’orizzonte della storia, diciamo. In tv trovo molto divertente la serie dedicata a Imma Tataranni e quella di Lolita Lobosco. Tra l’altro quest’ultima l’avevo scoperta tantissimi anni fa, quando per caso acquistai il libro La circonferenza delle arance, di Gabriella Genisi. Molto leggero. Però fu utile una volta che finii sotto i ferri e la mia mamma se lo lesse tutto nelle lunghe ore di attesa in ospedale. Poi ci sono gli irrinunciabili, sia in volume che in tv: Antonio Manzini con Rocco Schiavone e Maurizio De Giovanni con il commissario Ricciardi e l’ispettore Lojacono. L’ultima scoperta è quella della serie con ‘protagonista’ l’ex Cancelliera Angela Merkel. Molto divertente”.

Hai in mente in particolare qualche storia di genere ambientata in Toscana, dato che proprio questo è il tema a cui è dedicato al blog?

“Allora, di primo acchito non posso non nominare Marco Vichi e il suo commissario Bordelli. Una delle storie che più ha lasciato il segno, mi pare che il titolo sia Morte a Firenze, si svolge proprio nei giorni dell’alluvione del ‘66. Poi Rosa Elettrica di Giampaolo Simi, che non so se definire proprio di genere, comunque è molto bello, che in parte si svolge all’Eremo di Camaldoli. Il primo nella mia classifica personale però è Enigma in luogo di mare di Fruttero&Lucentini. Ora ho anche scoperto dove è ambientato, nella pineta di Roccamare a Castiglion della Pescaia, buen retiro di Italo Calvino. Per anni ho pensato che la Gualdana di cui parlano fosse invece a Punta Ala, dove c’è il centro Il Gualdo”.

Infine ti chiederei qualcosa sulle passioni di cui sono al corrente: la cucina, se ben vedo, dove magari ricorri al giallo dello zafferano o degusti la gialla paglierina Vernaccia, e la ricerca storico-memorialistica…

“La cucina è una mia passione fin dalle scuole medie, quando scoprii la magia di mescolare insieme degli ingredienti e ottenere una cosa del tutto diversa, in quel caso un dolce alla frutta. Ho avuto poi un periodo di grande passione per le spezie e la cucina indiana, ma ora che sono tornata in famiglia non posso più sbizzarrirmi perché le ricette asiatiche non vengono apprezzate. Più che sul giallo zafferano, punterei su quello della curcuma e al posto della Vernaccia scelgo il Timorasso, un vino piemontese giallo paglierino, meraviglioso, riscoperto da Walter Massa, produttore visionario e personaggio molto particolare. Per quanto riguarda la ricerca storico-memorialistica credo che ti riferisca a due libri che ho scritto, raccogliendo testimonianze su alcuni eventi familiari. La Guerra di Pietro, che ricostruisce la storia di una parte della famiglia Nencini di Castiglioni, è stato ispirato dal ritrovamento di alcune lettere di uno zio della mia mamma morto nel ‘43 a causa di una malattia mai diagnosticata. Un altro volumetto, a diffusione privata, Il Riscatto di Nonziatina, lo scrissi su richiesta della mia amica Nina Baldi, che voleva lasciare la bellissima storia della sua famiglia in eredità ai suoi discendenti. Purtroppo in quel caso, nonostante le ricerche all’Archivio di Stato a Siena, all’Anagrafe comunale di Colle e all’Archivio Diocesano, non ho trovato un solo documento che parlasse di quelle persone. La ‘trama’ e i protagonisti erano però talmente avvincenti che alla fine è venuto fuori un libretto, a detta di chi l’ha letto, molto piacevole”.

Perdona un’ultima curiosità: cosa pensi del filone dei “gialli storici”?

“Per quanto riguarda i personaggi e i casi della storia preferisco affrontarli in versione romanzata, dove c’è almeno il tentativo di delineare caratteri e passioni, dando loro una parvenza di vita che mi è difficile trovare nei resoconti storici. Ammetto che questa visione potrebbe anche essere un mio limite, purtroppo a scuola non ho avuto incontri memorabili con la materia. In fatto di gialli storici citerei invece un libro molto interessante, scritto dall’ex coordinatore del Ris di Parma Luciano Garofalo con l’antropologo Giorgio Gruppioni e lo storico Silvano Vinceti. Il titolo è Delitti e misteri del passato. Sei casi da Ris e analizza casi come l’agguato a Giulio Cesare o l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, ma anche le morti misteriose di Pico della Mirandola, Giacomo Leopardi e Angelo Poliziano, alla luce dei passi fatti dalla scienza e dalla tecnologia”.

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A Belluno passeggiavo tantissimo

A Belluno passeggiavo tantissimo. Uscivo di casa la mattina presto, attraversavo piazza Duomo, prendevo le scalette dietro a Palazzo Rosso e scendevo giù. A volte uscivo al parcheggio di Lambioi, altre volte giravo a destra per andare verso la piscina, o a sinistra verso borgo Piave o su per Castion. 

Mi trovavo spesso a passare vicino al grande fiume, lungo le sponde, dalla parte della strada, o attraversando un ponte. Dove l’acqua scorreva più veloce respiravo quell’aria fresca, guardando le montagne all’orizzonte, osservando quello che c’era intorno, gli alberi, le case, i giardini, gli orti. Ogni tanto un cane abbaiava col muso tra le sbarre di un cancello o un fiore giallo spuntava da una crepa dell’asfalto.

Gli edifici abbandonati erano quelli che più attiravano la mia attenzione. Una vecchia villa vicino al fiume, che fino a poco tempo prima era stata una birreria molto frequentata, diventava il mio ristorante toscano. Avevo il nome già pronto, la Ribollita. Una costruzione lunga tutta scrostata affacciata sul fiume, che una volta era stata una tipografia, si trasformava in un centro per la pratica dello yoga e della meditazione. 

Insieme alle gambe anche la mia mente si rilassava, immaginando e sognando progetti e vite diverse da quella che avevo. 

Qualche anno fa, quando ormai non stavo più a Belluno, la vecchia tipografia è diventata la sede di un atelier di moda. Non poteva capitarle niente di più bello. 

Davanti a quell’atelier ci passavo spesso, prima che si trasferisse sul fiume, andando a fare una visita medica o per trovare un’amica nel suo negozio etnico. 

La vetrina era molto semplice. Erano esposti un abito o due su un manichino sartoriale, con il busto, senza testa. Ma sbirciando attraverso il vetro si intuivano i colori e le trame delle stoffe che custodiva prima di scendere al piano di sotto, dove c’era la sartoria. 

La stilista puntava molto sulle stoffe, anche vintage, che componeva in abiti dalla forma geometrica giocando con il patchwork. 

Quegli abiti non costavano poco ma non erano nemmeno carissimi. Per cui una volta mi decisi a varcare la soglia e a farmi prendere le misure per un vestito tutto mio. Quando finalmente fu pronto e lo andai a ritirare, riposto in una borsina di shantung, dai colori in tono con l’abito e l’etichetta cucita a mano, l’emozione fu grande. 

In seguito ci sono tornata a comprare piccole cose. Una bustina tipo borsello per un regalo a un’amica. Quella volta non potei resistere e ne presi una anche per me, con i bordi da posta aerea, l’indirizzo e i francobolli da tutto il mondo. 

La stilista non l’ho mai incontrata in negozio, c’erano sempre le sue ragazze. Ma la cosa non mi dispiaceva perché l’avevo conosciuta diversi anni prima, tramite un’amica comune, e non ci eravamo proprio rimaste simpatiche. 

Però la vedevo spesso, mentre sfrecciava per il centro in bicicletta, da sola o con un bambino dietro, e la sua testa di riccioli rossi fiammanti. 

Una volta, per fare una promozione o non ricordo bene perché, l’atelier decise di regalare una borsina, La Divina Borsina, fatta di scampoli a sorpresa, a chiunque la richiedesse tramite email. Io e la mia amica corremmo subito a scrivere lasciando il nostro indirizzo. Quella borsina la consegnavano direttamente a casa, a mano, nella cassetta della posta. Quando la ricevetti fui contentissima e la confrontai subito con quella che era arrivata alla mia amica. 

Quando lasciai Belluno continuai a ricevere le newsletter dell’atelier. Non ho più comprato niente, ma ogni volta sognavo guardando i colori e le consistenze delle stoffe e dei tulle trasformati in pantaloni trombetta, impalpabili maglioncini, seducenti coprivestiti, cappottini dalla forma geometrica ed essenziale, immaginando come avrei potuto indossarli. Leggevo i racconti della stilista, sui suoi viaggi in cerca di stoffe, colori e ispirazioni.

Una volta fece sfilare in piazza dei Martiri le donne operate al seno, bellissime, con i loro abiti pieni di fiori e di colori. Tra loro c’era anche una mia amica. 

Ma io non vivevo già più a Belluno e non avevo capito che cosa sarebbe potuto accadere. 

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I bambini e il Presidente

Per l’8 ottobre 2003 era prevista la visita del presidente della Repubblica a Belluno. Il viaggio di Carlo Azeglio Ciampi, oltre alla puntata nel capoluogo, prevedeva anche una cerimonia a Longarone, il giorno dopo, per il quarantesimo anniversario della tragedia del Vajont, e un appuntamento a Feltre.

In un momento abbastanza piatto per la cronaca, in redazione ci barcamenavamo tra le succinte comunicazioni ufficiali che arrivavano dal Quirinale tramite la Prefettura e la necessità di riempire un bel po’ di spazio dedicato all’evento. C’erano da scovare notizie, nonostante le rigide regole del Protocollo e le bocche cucite di tutti i personaggi, amministratori e politici, coinvolti in prima persona. 

Una collega si era concentrata sul lato culinario. Ma nessuno voleva rischiare rivelando quale ristorante fosse stato chiamato a preparare il pranzo di gala a Palazzo dei Rettori. Figurarsi per quanto riguardava il menu.

La ricerca però alla fine qualche risultato l’aveva portato. La collega si era imbattuta in un camioncino con le insegne di un ristorante che si allontanava da piazza Duomo, sede della Prefettura, nei giorni prima dell’arrivo del Presidente. Con una telefonata era riuscita a farsi confermare l’ingaggio, ma per la lista dei piatti che sarebbero stati serviti non ci fu niente da fare.

Ricordo ancora le telefonate che fece a tutti gli invitati, politici e amministratori perlopiù, per strappare la promessa di rivelare il menu non appena si fossero seduti a tavola. 

Riuscì anche a montare una piccola polemica sui gusti della signora Franca in fatto di acqua minerale. La First Lady infatti beveva un determinato tipo di acqua in bottiglia di vetro che non era facilissima da trovare sul posto e doveva essere presa in un magazzino del Trentino.

Io invece, chiamavo le scuole. C’era da capire come si erano organizzati gli insegnanti per preparare i bambini all’arrivo del Presidente della Repubblica, se avevano fatto temi, disegni, ritagliato bandierine tricolori da sventolare.

Niente. Non avevano fatto niente.

Anzi, nessuno sapeva niente.

“Ma a noi non ci hanno mica avvertito”, era la risposta che arrivava dalle scuole elementari cittadine. 

Non c’è bisogno che nessuno vi avverta, dicevo io. Il Presidente arriva in piazza, è un fatto, e chiunque può vederlo e salutarlo. 

“Sì, ma noi mica si può uscire da scuola con i bambini a nostro piacimento, occorre il permesso della direzione, e ormai…”. 

“Ormai” voleva dire che era già tardi e Ciampi sarebbe arrivato la mattina dopo alle 10. Non c’erano i tempi per organizzare l’uscita straordinaria dei ragazzi.

Il babbo di uno dei collaboratori del giornale però, era direttore di una scuola. Provammo a giocare quella carta, sperando che fosse sufficiente perché i bambini delle scuole potessero assistere alla visita del Presidente. Dopodiché non rimaneva altro che aspettare e vedere che cosa sarebbe accaduto l’indomani.

La mattina dopo, prima delle 10, piazza Duomo era tutto un brulicare di bambini accompagnati dalle loro maestre. Ne fui contenta. E pensai che in fondo non c’era voluto un grande sforzo perché tutto ciò accadesse.

Intanto si avvicinava il corteo presidenziale, con Ciampi che passava attraverso piazza dei Martiri, con intorno tutto il codazzo di sindaci e politici vari, salutando le persone assiepate dietro alle transenne. 

Finalmente arrivò in piazza Duomo, sotto la Prefettura, dove fu accolto dagli strilli entusiasti dei bambini. 

Il Presidente si avvicinò e cominciò ad abbracciarli, a chinare la testa verso di loro, a stringere le loro manine. 

Fui molto contenta anche di questo. Ma non sapevo ancora di preciso che cosa fosse successo in realtà. Lo seppi poco dopo, quando qualcuno della Prefettura o qualche collega, non ricordo, disse che lui, Ciampi, non era la prima volta che lo faceva, però sicuramente in quell’occasione lo aveva fatto. Aveva infranto il Protocollo.

Non era previsto, secondo le rigide regole presidenziali, che si avvicinasse ai bambini (che infatti avrebbero anche potuto non esserci), né che interagisse con loro. 

Appena mi fu tutto chiaro, piagnona come ero all’epoca, mi spuntarono subito due lacrime di commozione.

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La vendetta dei bagels

Ho notato che in queste memorie  tendo a non parlare molto bene di me. Penso alla me di quel tempo come a una persona superficiale, pronta all’avventura sì, ma con una certa incoscienza e fondamentalmente ingenua. Non che non sia vero. Se guardo le foto di quell’esperienza, vedo una ragazza dal viso fresco, incorniciato da bellissimi ricci naturali rossi, illuminato da un sorriso spontaneo. Non è poco.

Oggi sono decisamente più matura, saggia e purtroppo anche molto più provata dai casi della vita. In foto vengo orribile, i lineamenti risultano deformati, il sorriso è più raro e non ha più la luce di un tempo.

Insomma, ho quasi il doppio dell’età che avevo quando ero a New York. Forse è normale che sia così.

Penso a una foto in particolare. Sono con Sarah, la ragazza spagnola, Carmen, la mia amica brasiliana e la giapponese, in posa sulla terrazza interna del Metropolitan Museum. Non ricordo chi l’abbia scattata, di preciso. Io appaio molto a mio agio, naturalmente sorridente e molto in sintonia con le altre ragazze. Sono magrissima. Indosso la minigonna di velluto a coste grosse blu Benetton, delle calze blu trasparenti, gli stivalini eroici con le stringhe, un dolcevita viola con il collo a cerniera. 

Mi piaccio. Tutto sommato questo viaggio nel passato lo trovo piacevole e probabilmente mi fa anche bene. In fondo nella me di oggi è contenuta anche la me di ieri, comprese le parti che allora amavo.

L’ultima settimana della mia permanenza a New York, Carmen e Misako erano già partite, in classe arrivò una giovane coreana. Fin dall’inizio dimostrò una decisa avversione nei miei confronti. Controbatteva sempre alle mie affermazioni, passava il tempo in classe con il volto rivolto verso il basso e gli occhi che mi scrutavano di sottecchi. Insomma, sembrava ossessionata da me e piena di rancore. Rimasi molto turbata da questo atteggiamento che non riuscivo a spiegarmi. Fino ad allora avevamo trascorso delle bellissime mattine di studio con i compagni di ogni nazionalità, eravamo stati insieme al museo e in discoteca. Come in ogni gruppo c’era chi si sentiva più o meno affine all’altro, ma in fondo si trattava di rapporti con persone che vedevamo per alcune settimane e che in seguito, probabilmente, non avremmo incontrato mai più. Mi sembrava la condizione ottimale per avere relazioni amichevoli improntate sulla leggerezza e la cordialità. Per questo rimasi spiazzata dalle frasi taglienti che la nuova arrivata indirizzava verso di me. 

Un giorno l’insegnante ci chiese di raccontare alla classe la cosa che preferivamo di New York, quella che avremmo rimpianto quando saremmo tornati a casa. Io non ebbi dubbi. I bagels, dissi. Da quando avevo scoperto le ciambelline di pane, che fra l’altro sono il simbolo della città, non potevo stare senza. Cercavo le bakeries dove li facevano più buoni e con maggiore assortimento. Li assaggiavo con il sale, con i semi di papavero, le spezie, la cipolla, l’origano, il pepe. 

E una volta tornata a casa, dopo essermi procurata un bel librone sulla cucina americana, li ho fatti io stessa per amici e familiari.

Ognuno disse la sua e non credo di ricordarmi la preferenza di nessuno degli altri compagni di corso. Quando fu il turno della nuova coreana lei disse con tono sprezzante che c’era una cosa che sicuramente non avrebbe rimpianto di New York. I bagels. E guardando di sbieco nella mia direzione, iniziò a spiegare i motivi per cui quegli innocenti panini le facevano immensamente schifo e di come dopo averli assaggiati la prima volta decise che non ne avrebbe mangiato più nemmeno uno.

Si accalorò molto nell’impresa della distruzione del povero bagel.

Era evidentemente una ragazza un po’ squilibrata oltre che fastidiosa. Per fortuna la incrociai soltanto negli ultimi giorni.

Non sarebbe stata l’ultima volta, però, che avrei avuto a che fare con ragazze problematiche che tutto all’improvviso manifestavano sentimenti di odio e rancore nei miei confronti.

Ma queste sono storie diverse e le sperimenterò diversi anni dopo quel viaggio a New York.

(10 – continua)

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La nevicata dell’85

Quando nevicò a Colle, nell’85, eravamo venuti a vivere in campagna da pochi anni, e io facevo l’università a Siena. La nostra casa allora era bellissima. C’erano da fare ancora tanti lavori, mancavano i radiatori, il pozzo dell’acqua, e forse io stavo sempre nella camerina microscopica su al terzo piano. E l’aia era vecchia e con il cotto rotto qua e là. La vegetazione era rara, c’erano pochi fiori, non c’era la piscina e nemmeno il cancello. Dietro casa c’erano dei ciliegi e qualche amareno in mezzo alla vegetazione intricata ed erano più le ciliegie col baco di quelle buone. Babbo ogni tanto chiamava un qualche esperto a fare degli innesti ma non andavano mai a buon fine. Con le amarene invece andò meglio e un anno, o forse anche più d’uno, riempimmo dei barattoloni di vetro e le mettemmo sotto spirito. 

Quando nevicò eravamo del tutto impreparati e rimanemmo bloccati in casa con quello che avevamo, soli in mezzo al mondo, nel silenzio ovattato.

Una sera babbo e mamma andarono in Piano a piedi a fare un po’ di spesa. Comprarono un grande catino azzurro di plastica e ci misero dentro diverse cose da mangiare. Quando tornarono a casa Iadi, il nostro pastore tedesco, gli andò incontro tutto festoso. Annusando nel catino puntò il cartoccio del prosciutto e lo divorò in un baleno. Mamma e babbo non se ne accorsero fino a quando scaricarono la spesa in casa. 

Poi ci chiamò zio Osvaldo e ci chiese se avevamo bisogno di qualcosa. Con i suoi fuoristrada era l’unico che poteva muoversi in auto per le nostre salite e discese.

Così il pane e altre cose di emergenza cominciò a portarcele lui.

La neve l’avevo vista in montagna e mi pareva normale di trovarla ogni volta che ci andavo. Ma averla a Colle era tutta un’altra cosa. 

Mi piaceva guardarmi intorno e osservare le cose di tutti i giorni ridotte a profili appena accennati. A volte del tutto scomparse. Le macchine, gli alberi, il muretto, la mattina presto quando nessuno ancora ha lasciato le impronte dei suoi passi e la neve è soffice e intatta e vorresti che rimanesse sempre così. 

A Belluno, tanti anni dopo, l’avrei incontrata più spesso. Avrei imparato anche i diversi nomi delle formazioni di ghiaccio in quota dai bollettini meteo che mettevano in guardia dal pericolo valanghe. Mai quanti ne conosceva Smilla e in più io me li sono pure dimenticati. 

Una volta, era il gennaio 2006, erano annunciate abbondanti nevicate in pianura. Dal giornale mi chiesero di fare un pezzo con le previsioni meteo del giorno dopo per tutto il Veneto. Cominciai a guardare dei siti e a prendere appunti per il mio articolo. Mi imbattei anche in uno che annunciava neve a Venezia per il giorno dopo alle 13 in punto. Fui tentata di passare oltre. L’idea di scriverlo però non mi dispiaceva. Se poi non fosse successo non avrebbe mica fatto male a nessuno. Capita con le previsioni. 

Quel fatto di mettere l’ora precisa era un rischio che qualcuno si era preso e che in qualche modo andava premiato. Ci pensai ancora un po’, mentre scrivevo quanto sarebbe successo su tutte le altre zone della regione, e alla fine decisi di metterlo nell’articolo. In fondo, nell’ultima riga, ben visibile: a Venezia è prevista neve alle 13 in punto.

Il giorno dopo Belluno era imbiancata come non si vedeva da un po’. Dalla grande finestra del salotto, guardando tutto a sinistra, dietro il Palazzo Rosso del Comune, vedevo il colle del Nevegal come un piattino di panna montata in casa, liscia e piatta, senza le righette dello spruzzatore del bar. Davanti, lo Schiara, con il dito alzato della Gusela del Vescovà, con le rocce coperte di bianco. Sulla destra, spostandomi alla finestra di camera, mi avvicinavo al Serva, che sembrava stare lì, ben piantato e a portata di mano come un panettone sulla tavola di Natale. 

Subito dopo pranzo mi chiamarono dalla redazione.

“Simona, ma come hai fatto? È incredibile… Oggi alle 13 in punto è caduto il primo fiocco di neve su Venezia. Qui ci stanno chiamando tutti. Una radio vuole farti un’intervista. Posso dare il tuo numero?”.

Non amavo la radio e ancor meno la tv, nel senso che avevo difficoltà ad apparire. Preferivo stare al sicuro dietro alla mia penna, che già anche quello ti espone abbastanza.

Quindi, quando dalla radio mi chiamarono per intervistarmi non feci una gran figura. Anzi, per la timidezza e l’imbarazzo mi sforzai quasi di sembrare antipatica.

Invece quella volta a casa, nell’85, con la neve che copriva tutta la campagna, a un certo punto mi venne in mente un’idea. Presi un cuscino e lo misi in un sacco della spazzatura di quelli neri e resistenti, chiudendolo bene. Andai in cima alla discesa che va verso la grande quercia, mi sedetti sul cuscino e scesi giù, libera, come su uno slittino. 

Quel gioco funzionava benissimo. Arrivata in fondo, ripresi il sacco e risalii, per scivolare giù di nuovo. Dalla seconda o terza volta, però, non ero più sola. 

Iadi, il pastore tedesco che si era pappato il cartoccio di prosciutto, mi aveva scoperto e ora si voleva divertire anche lui.

Scendemmo giù insieme. Io con il mio cuscino-slittino, e lui che mi rincorreva felice abbaiando.

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