Quando ero piccola i gatti vivevano liberi per le strade e non andava molto di moda tenerli in casa. C’era Braciolina, la gatta dei miei vicini, che faceva eccezione, ma lei era una bellissima Siamese dal pelo sfumato e gli occhi di ghiaccio e non poteva essere altrimenti.
Così, quando cominciai a vedere un bel po’ di gattini che giravano intorno casa, affamati e senza affetto, pensai che sarebbe stato bellissimo ospitarli e darmi da fare per nutrirli e offrir loro una cuccia.
Per l’appunto avevamo un micro pezzetto di terra dietro casa che fungeva da posteggio invernale per la roulotte. Qui cresceva il salice piangente regalato dagli alunni alla mia mamma e c’era un’aiuola lunga e stretta sull’altro lato dove erano stati piantati dell’uva spina e qualche giaggiolo. I gatti potevano stare lì.
Costruii una casetta mettendo insieme qualche scatolone e un po’ di stracci e preparai loro una cuccia morbida e riparata.
Soldi per comprare il cibo non ne avevo ma concordai con mamma una retribuzione per ogni lavoretto che avessi fatto in casa. Lavare i piatti 25 lire, sparecchiare 10 lire, spazzare 15 lire.
Il mangime per gli animali all’epoca era basico. Per i gatti c’erano le lattine come quelle dei pomodori pelati, piene di sbobba generica.
Però costava poco, per cui, a forza di lavoretti riuscivo sempre a comprarne quanto bastava per accudire i miei gattini. Tra l’altro erano i tempi in cui ancora si pensava che ai gatti il latte non facesse male, per cui un piattino con la zuppetta di pane raffermo c’era sempre. Anche per la gioia delle formiche.
Ero molto orgogliosa del lavoro che mi permetteva di nutrire tutti quei gatti.
Mi sentivo nel giusto e mi piaceva raccontare quello che facevo per sentirmi dire quanto ero brava.
Invece c’era gente che non lo apprezzava affatto.
La vicina del salice piangente, per esempio. Quella che non poteva sopportare che le fronde andassero a cadere dentro il suo spicchietto di terra.
A lei i gatti davano fastidio.
Perché sporcavano, perché portavano malattie, perché attiravano le formiche, perché il cibo puzzava. Perché perché.
Stava sempre lì a brontolare e a dire frasette un po’ sottovoce un po’ no, del tipo, vedrai che gli fo un giorno o l’altro a quei gatti.
La mattina passava il bussino giallo che ci portava a scuola. Sopra, insieme all’autista, c’era una signorina antipatica che assomigliava a Lucio Battisti.
Un giorno, mentre aspettavo il bussino giallo sotto casa, vidi che il gatto grosso, quello a macchie bianche e nere, era a terra rigido.
Non è possibile, pensai.
Lo presi in collo. Non si muoveva, era duro come uno stoccafisso.
Cominciai a piangere e decisi che non sarei andata a scuola. Dovevo controllare la situazione dei gatti, cercare di capire che cosa fosse successo.
Arrivò il pulmino e io ero lì con il gatto rigido che tenevo per la coda e piangevo.
La signorina mi disse di salire, ma io non volevo.
Dicevo, mi hanno ammazzato il gatto, non lo vede, mi hanno ammazzato il gatto.
Sul dopo i ricordi si fanno un po’ confusi.
Spuntò un sacco nero per l’immondizia e qualcuno mi disse che ci avrei dovuto mettere dentro il gatto.
Ma io volevo fare una buca in terra e metterci sopra una piccola croce per ricordarlo.
Non ricordo se scesero giù mamma e babbo a risolvere la situazione.
È probabile che furono proprio loro a farmi buttare via il gatto e a farmi andare a scuola.
Così tra le lacrime fui costretta a salire sul bussino giallo insieme agli altri bambini, mentre la signorina antipatica si lamentava che avevo fatto perdere tempo a tutti e ora eravamo in ritardo.
Non riuscivo a capire il perché, ma intuivo che i gatti ti fanno restare da sola e fanno anche arrabbiare le persone. Come la vicina che chissà se era stata lei, poi, a mettere il veleno.
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Storia dei miei gatti randagi
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Venezia e la cena dei cartocci
In un’estate delle scuole medie, quando eravamo tornati dal mare e potevo finalmente passare i pomeriggi a giocare con gli amici di Campolungo, babbo e mamma se ne vennero fuori con la novità che avremmo trascorso qualche giorno a Venezia.
- Io non vengo, dissi.
Babbo cercò di convincermi elencandomi le cose belle che avremmo visto a Venezia, ma io continuavo a dire che a me di vedere Venezia non me ne importava proprio nulla e volevo continuare a giocare con i miei amici.
Si partì una mattina con la roulotte, alla volta di Mestre, dove sembrava ci fosse un campeggio.
Lo trovammo e rimanemmo subito delusi. Primo, era attaccato all’autostrada e sai la notte, disse babbo, come avremmo dormito con il rumore di tutte quelle macchine, secondo, aveva pochi alberi, dei pioppetti ancora giovani, stenterelli, che non facevano ombra nemmeno a una formica.
Prendemmo una piazzola e ci sistemammo.
- Tanto staremo tutto il giorno fuori, disse babbo, che ci importa di com’è il campeggio.
Semmai c’era il discorso della notte, così vicini all’autostrada e con tutte quelle macchine che passavano.
La prima notte dormii benissimo.
Di macchine, a dire il vero, non ne passavano tante, ma a me quel rumore, scoprii, mi cullava.
Dal finestrino, prima di addormentarmi, vedevo le luci giallo triste che lampioni altissimi proiettavano sul cavalcavia e in quel deserto di pioppi stentati, autostrade e lampioni io mi sentivo a casa.
La sera tornavamo stanchi morti e con i piedi doloranti per le camminate e non vedevo l’ora di rifugiarmi nel mio deserto metropolitano di periferia, protetta dalle luci giallo triste e cullata dal rumore dei motori.
La mattina prendevamo il bus per piazzale Roma.
In San Marco comprammo il granturco e babbo ci fece le foto mentre venivamo assalite da stormi di piccioni affamati.
Una volta prendemmo un taxi, cioè un motoscafo, per andare chissà dove, forse a Murano a vedere la lavorazione del vetro.
Visitammo la basilica, il teatro della Fenice, e chissà quante altre cose che ho dimenticato per poi recuperarle negli anni della maturità, quando Venezia era diventato un posto vicino.
Scoprimmo la pizza surgelata servita in ristoranti da turisti, un tondino di pasta con un po’ di pomodoro e briciole di mozzarella o qualcosa di simile che costava una sassata.
Una sera successe un fatto strano. Prima di andare a cena in qualche ristorante, per poi tornare al camping col bus, babbo cominciò a rovistare nelle tasche dei pantaloni con aria preoccupata. Poi prese a confabulare con mamma, che cominciò anche lei a cercare qualcosa nella borsa.
- Bambine, disse mamma, babbo ha dimenticato il portafogli in roulotte e siamo senza soldi. Io non li ho presi pensando che tanto li aveva lui.
Cerca cerca però intanto babbo qualche spicciolo l’aveva trovato. Ci riducemmo così a comprare qualcosa al volo in un negozio di alimentari. Un sacchetto di gioppini, un cartoccio di affettati. Per bere c’era una fontanina.
Ci sistemammo su una sporgenza in pietra sulla fiancata di una chiesa e mangiammo così, come veniva.
Babbo diceva, ora la gente ci prenderà per dei morti di fame.
E io non lo so se è la memoria che attorciglia e poi scioglie i ricordi. Ma mi pare di sentire ancora il sapore di quei gioppini e della fetta di prosciutto cotto in cui li avvolgevamo.
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Rovigo, Stazione di Rovigo
Parecchi anni fa, un po’ prima del Duemila, feci delle sostituzioni estive a Rovigo. Si trattava di lavorare per tre mesi, seguendo la cronaca nera e la giudiziaria, mentre i colleghi a turno andavano in ferie. Avevo un giorno libero alla settimana, ed era sempre e solo la domenica. Una volta, giunta quasi alla fine del percorso travagliato per la preparazione della mia tesi di laurea, sarei dovuta andare a Firenze a definire gli ultimi particolari con il relatore, ma non ci fu verso di avere un giorno libero infrasettimanale.
Chiesi a mamma di andare lei al posto mio per farsi dare istruzioni e spiegare la situazione al prof.
Lui commentò, “ma in che razza di posto lavora sua figlia?”.
Insomma, a parte questo in generale andava tutto bene. Ormai avevo costruito legami con i colleghi, anche di altre testate, e con le forze dell’ordine. Per cui alla fine i tre mesi passavano veloci, tra l’afa appiccicosa e le zanzare grandi come elicotteri.
Però quando arrivavo alla fine avevo solo voglia di tornare a casa.
Un anno, il penultimo, stavo in una casetta minuscola, una stanzina sottotetto di una ventina di metri quadri con un divano letto, un armadio cucina e un bagnetto. La sera prima dell’ultimo giorno di lavoro avevo messo alcuni panni a rinvenire in un secchio con acqua e sapone all’interno della doccia. Mentre finivo di sistemare le mie cose mi chiamò un amico, uno con cui facevamo sempre lunghe telefonate.
Chiacchiera chiacchiera, mi ricordai che dovevo sciacquare i panni per averli asciutti il giorno dopo, per cui, con il telefono tra l’orecchio e la spalla, mi piegai sul secchio.
Purtroppo il telefono mi scivolò e ci finì dentro. Lo ripresi subito e lo aprii, era uno di quei vecchi Motorola con lo sportellino, ma non dava segni di vita. Tentai di asciugarlo in ogni modo ma non c’era nulla da fare, non funzionava più.
Questa non ci voleva proprio. Comunque, il giorno dopo era l’ultimo in cui avrei lavorato e me la sarei potuta prendere un po’ più calma.
La mattina uscii prima del solito per andare in un negozio di elettrodomestici. Un commesso prese il telefono, lo aprì, lo guardò e scosse la testa.
“Ci spero poco – disse – lei ha provato con il phon?”.
No, non avevo provato.
“Comunque me lo lasci, vedrò che si può fare. Ma sarebbe un miracolo… Ripassi nel pomeriggio”.
Andai in redazione pronta ad affrontare il mio ultimo giro di nera e l’ultima visita in tribunale, con la mente già predisposta verso il ritorno a casa in Toscana e alle mie vacanze.
Non appena oltrepassai la porta, sentii che l’aria non era quella sonnacchiosa di sempre. Il vice capo servizio, agitatissimo, quasi mi piombò addosso.
“Ma dove eri finita, è un’ora che ti chiamo…”
“Mi si è ro…”
“Chiama subito il fotografo e fila. C’è un treno fermo in mezzo ai campi. Corri!”
“Ma come…”
“Vai!”
Nell’ufficio del capo della Squadra Mobile, in Questura, c’era un quadretto con incorniciata una poesia dedicata alla stazione di Rovigo, descritta come una virgola, una lettera cancellata. Se quella era la stazione, figuriamoci un binario in mezzo a una distesa di campi di barbabietole da zucchero o di mais.
Fermammo l’auto nel posto più vicino possibile ai vagoni fermi, dove c’erano già un sacco di persone. Qualche collega della carta stampata e della tv, con fotografi e operatori. Forze dell’ordine, addetti delle ferrovie, amministratori pubblici.
Non era un incidente. Non era stato messo sotto nessuno, né essere umano né animale. Era probabilmente solo un guasto, al locomotore o alla linea. Ma per il Polesine, una striscia di terra racchiusa tra l’Adige e il Po, quella era la notizia del giorno.
Al giornale erano in fibrillazione. Volevano sapere che cosa era successo, perché il treno si era fermato, quando sarebbe ripartito. Come stavano i passeggeri, che cosa pensavano.
“Intervistali!” gridava il vice capo al telefono del fotografo.
Il guasto del mio cellulare contribuiva a complicare la situazione. Ogni chiamata convergeva sul fotografo, costretto ogni volta a passarmi il suo apparecchio. Limitava anche i nostri movimenti. Se mi allontanavo troppo da lui per girare intorno ai vagoni, alla prima chiamata della redazione doveva cercarmi e raggiungermi per passarmi il telefono.
Non era successo niente di grave, ma tutto, dal treno bloccato nel nulla al mio telefono morto, era talmente impallato da restarmi nella memoria come una delle situazioni più disagiate e snervanti vissute nel mio lavoro.
Alla fine il treno ripartì e noi potemmo tornare a Rovigo. Un salto a casa per un pranzo veloce e poi in redazione.
Intanto i colleghi avevano saputo della disavventura del mio cellulare e ognuno diceva la sua. Per lo più erano concordi nel prevedere che non si sarebbe potuto recuperare.
Appena scoccarono le quattro corsi al negozio di elettrodomestici per il verdetto.
“Un miracolo, guardi… non ce lo spieghiamo nemmeno noi”.
Insomma, il telefono si era ripreso e aveva ricominciato a funzionare, che fosse merito del phon o del fatto che il salto in acqua era stato veramente breve. O anche della bravura dei tecnici del negozio.
In ogni caso li ringraziai tantissimo. Tornai in ufficio, finii di scrivere i miei pezzi.
Finalmente arrivò il momento di chiudere il computer per l’ultima volta, di salutare tutti e schizzare verso la casa minuscola, dove avrei dormito per l’ultima notte prima di tornare nella mia casa vera.
***
“… Rovigo non si distingueva per nulla di particolare era
un capolavoro di mediocrità strade diritte case non belle
soltanto prima o dopo la città (secondo la direzione del treno)
spuntava all’improvviso dalla piana di un monte – solcato da una cava rossa
simile a un prosciutto della festa guarnito di cavolo crespo
oltre a ciò nulla che allietasse attristasse attirasse lo sguardo
Eppure era un città in carne e pietra – come tante
una città dove qualcuno ieri è morto qualcuno è impazzito
qualcuno disperatamente per tutta la notte ha tossito
AL SUONO DI QUALI CAMPANE COMPARI ROVIGO
Ridotta a una stazione a una virgola a una lettera cancellata
nulla soltanto una stazione – “arrivi” – “partenze”
e perché penso a te Rovigo Rovigo”.
Zbigniew Herbert, Rovigo
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Il delitto del Central Park
Una giovane donna corre in Central Park. Quando arriva vicina ad Harlem, nella parte nord est del parco, viene aggredita da un gruppo di teen agers che la prendono a sassate, la picchiano, la accoltellano e la lasciano agonizzante in un fosso quasi dissanguata. Il suo corpo rimarrà a terra finché qualcuno, passando di lì, non lo vedrà e chiamerà i soccorsi. La donna sarà ricoverata in ospedale, rimanendo in coma per 12 giorni.
Questa notizia mi si è conficcata dentro e ogni volta che penso a Central Park l’episodio si sovrappone a tutte le cose belle lette nei libri e viste nei film.
Quando, con la scuola, andammo a visitare il museo della televisione, The Paley Center for Media, sulla 52esima, dopo il giro di rito ci offrirono la possibilità di accedere agli archivi. Ognuno avrebbe potuto scegliere l’avvenimento che gli interessava e vedere il materiale che lo riguardava.
Io chiesi il materiale sull’aggressione di Central Park. Ricordo che c’era addirittura una specie di quadretto appeso alla parete che raffigurava come una mappa con tanto di disegni le varie fasi dell’aggressione. Devo avere ancora la foto da qualche parte.
Carmen scelse l’omicidio di John Lennon, anche quello avvenuto vicino al Central Park, sotto il Dakota Building, dove viveva con Yoko Hono. Passammo anche dallo Strawberry Fields, il Memorial inaugurato alla fine del 1985 in Central Park, poco distante da dove John Lennon fu ucciso l’8 dicembre 1980.
Nel 1993 Josie Barnard, nella sua guida per donne in viaggio a New York, scrive a proposito di Central Park: “Nel 1876 la rivista Harper’s scrisse che emanava ‘un’atmosfera e un gusto magici’. I suoi creatori, Olmsted e Vaux, volevano che contribuisse alla ‘più grande felicità di chiunque… ricco o povero, giovane o vecchio, ebreo o gentile’. Oggi compare regolarmente nella cronaca nera per stupri di gruppo e delitti efferati”.
Il caso della jogger di Central Park è del 19 aprile 1989. Trisha Meili, che fu data per morta, è invece sopravvissuta all’inferno che visse quella sera mentre faceva la sua corsetta serale. Da allora, da economista di belle speranze si è trasformata in una speaker motivazionale e lavora con le vittime di aggressioni sessuali al Mount Sinai. Continua a soffrire di amnesie e altri postumi dopo l’aggressione. Nel 2003 ha pubblicato un libro, I am the Central Park Jogger. Quel giorno di tanti anni fa le vittime di violenza furono moltissime con una trentina di giovani scatenati in un’apoteosi di aggressioni, attacchi e rapine nella zona più a nord del parco.
Con Liz mi trovavo bene anche se non era facile intendersi a causa del mio blocco nel capire la parlata e nell’esprimermi. Quello era lo scopo del viaggio. Dopo tanto studio, avrei finalmente potuto sciogliermi e rendere viva la lingua che avevo studiato.
Quando me la trovai davanti, fuori dalla porta di legno color avorio del suo appartamento, rimasi sorpresa. Al telefono avevo pensato a una signora di mezza età o più, del tipo professoressa. Un po’ seria e anche rigida.
Invece mi trovai di fronte a questa biondina dai capelli corti, taglio sbarazzino, bocca grande, gran sorriso, alta qualche centimetro in meno di me.
Il suo modo di fare era spiccio e diretto. Non mi nascondeva il suo fastidio per la mia difficoltà di espressione ma era anche collaborativa, e faceva in modo di spiegarmi le cose.
Appena arrivata, vista l’ora, mi spedì a dormire. Il giorno dopo avremmo parlato. Mi mostrò quindi gli spazi della casa a mio uso e quelli comuni e mi fece vedere dove avrei potuto mettere le mie cose in frigo. Qualche tempo prima aveva ospitato un altro italiano, un ragazzo, che pare si allargasse un po’. “Mi chiedeva sempre il mio deodorante! – mi disse una volta – e io gli spiegavo che non potevo prestarglielo. Ma lui ogni volta insisteva”.
Non capii dove fosse il problema finché non andai in uno di quei mega negozi di profumeria, integratori e varie, a cercarne uno per me. All’epoca usavo il Breeze, con la confezione che si premeva verso l’ascella senza bisogno di venire a contatto con la pelle. Non ci fu verso di trovarne uno simile, erano tutti roll-on. Quella sembrava l’unica possibilità con cui intendevano il deodorante a New York
Ecco perché la richiesta dell’italiano era così fuori luogo.
(6 – continua)
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All’ombra delle Due Torri
Prima di partire cerco di prepararmi al meglio. In libreria trovo un libro di Josie Barnard, “New York, una guida per donne in viaggio”. Titolo originale: Virago Woman’s Guide to New York.
Lo leggevo a casa prima di addormentarmi. Una sera lessi il capitolo dedicato ai consigli su che cosa fare e a chi rivolgersi in caso di violenza sessuale. Devo ammettere che questa cosa mi mise un po’ di apprensione. Dovetti parlarne con qualcuno perché ricordo un tizio, una specie di guru motivazionale con il quale avevo fatto un seminario, che mi disse. “Sapete che dovete fare se qualcuno cerca di violentarvi? Ditegli: vieni qua che ti faccio un pompino. È l’unico modo per farli scappare”.
A parte il fatto che con il mio inglese tirar fuori una frase del genere nel corso di un tentativo di violenza sarebbe stato impossibile. Se poi l’aggressore fosse stato tedesco, olandese, indiano o cinese non avrei saputo proprio come dirlo. In ogni caso all’epoca ero timidissima e complessata, anche se sembravo pronta a spaccare il mondo. Quindi feci quello che facevo di solito in occasioni simili. In risposta alla frase del guru rimasi in silenzio e la mia faccia divenne paonazza.
Se penso alla faccia che dovevo avere mentre girellavo spensierata per le strade di Manhattan, credo che oggi mi verrebbe voglia di prendermi a schiaffi. In foto mi vedo carina, con il mio visetto magro e sorridente, incorniciato dai capelli ricci e rossi.
Sono sicura di aver avuto stampata in faccia un’espressione trasognata e assurdamente felice. E insopportabile. Camminavo felice, osservavo curiosa, sorridevo a tutti, ringraziavo, sperimentavo il mio inglese, scoprivo nuovi negozietti con vestiti fantastici a prezzi stracciati. Ero a tre metri da terra, minimo.
Eccetto i pusher che ogni tanto mi si avvicinavano mentre ero intenta a scrutare una vetrina e mugugnavano frasi incomprensibili, che non capivo nemmeno se fossero rivolte proprio a me, riscontravo la stessa attitudine anche nei volti di chi incrociavo, o nei commessi dei negozi. Sorridi e il mondo ti sorriderà.
Solo un giorno, curiosando fra le casse di frutta e verdura di un negozietto vicino casa, mi incrociai con una tipa che voleva passare dal piccolo corridoio in cui ero io. Ne nacque il solito balletto, avanti io, indietro lei, vado a destra, no a sinistra. Una cosa che mi fece ridere e che avrei trovato divertente. Se non fossi stata gelata da lei con un “allora, ti vuoi decidere o no?” detto con un tono tanto glaciale e sgarbato che ancora oggi lo ricordo.
Ricordo soprattutto il senso di disagio di essermi trovata lì sorridente come una scema.
A pensarci bene, nemmeno il mio primo incontro con la metropolitana fu il massimo della gentilezza. Arrivai di buon’ora pronta a cambiare un po’ di linee per arrivare fin sotto alle Torri Gemelle dove ci sarebbe stato il primo incontro della scuola. Lì ci saremmo presentati uno ad uno, avremmo risposto a un questionario e ci avrebbero assegnato la classe dopo aver stabilito quale fosse il livello della nostra lingua.
In linea d’aria era piuttosto vicino all’appartamento sulla First Avenue dove vivevo in quei giorni con Liz, ma attraversare l’isola in direzione orizzontale era un po’ complicato. Sicuramente lo era meno che andare a piedi nel mio primo giorno a New York con un appuntamento e un orario preciso da rispettare, secondo Liz. Il primo scoglio lo trovai alla biglietteria dove chiesi venti token (le monetine di metallo bucate che allora erano i gettoni della metro) con un foglio da 100 dollari. La donna di colore di là dal vetro mi disse. No. Cercai di capire perché. Lei continuava a dire No. Mentre dietro di me la fila si allungava. Non poteva nemmeno spicciarmi il foglio. No. Finché per mia fortuna un gentile signore, compresa la situazione, mi dette dei fogli cambiandomi i 100. Oddio, ma che gente gentile che c’è a New York! Wow! Come sono fortunata…
Così rinfrancata misi il mio primo token nell’apposita fessura e mi inoltrai nel groviglio del trasporto sotterraneo di New York, armata di cartina e del foglio di istruzioni scritto da Liz.
Il World Trade Center fu il primo vero monumento di New York che mi trovai davanti, in una fresca mattina di fine febbraio. Non ci salii mai. Anzi, mi irritavo quando qualcuno mi consigliava di andare a cena al ristorante in cima a una delle due torri per vedere il panorama di New York dall’alto. È imperdibile, dicevano. A me sembrava una cosa banale, scontata, da turisti in gita organizzata. Ma dalla strada, in quella mattina tersa in cui passai qualche ora seduta all’aperto nell’attesa del mio turno sotto ai due mostri, non posso negare che faceva un certo effetto vedere tutto quel vetro e quel cristallo brillare contro il cielo azzurro.
Cinque anni e mezzo dopo, quando ci furono i fatti dell’11 settembre, babbo mi chiese se fossi salita sulle torri gemelle, con il tono orgoglioso di chi può dire mia figlia c’è stata.
No, babbo. Non ci sono mai salita. Però ci ho girellato sotto con il naso all’insù.
(5 – continua)
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Sulle tracce del giovane Holden
New York per me rappresentava a quel tempo tutto quello che uno poteva voler fare o desiderare nella vita. Una città dove si concentrava una sintesi del mondo. Il posto in cui tutto accadeva e dove volevo essere perché le cose non accadessero senza di me.
Il fatto che lo skyline fosse visto e rivisto o che ogni strada raccontasse la scena di un film o la pagina di un romanzo mi sembrava, più che un ripercorrere situazioni già vissute da altri, la possibilità infinita, aperta e sorprendente di viverne di mie. A New York anche una banale passeggiata aveva il sapore di un film. O quantomeno lo scenario. Il giorno che attraversai Central Park per la prima volta quasi mi scoppiava il cuore dall’emozione. Avrei voluto che le persone a me care fossero con me o mi potessero vedere, proprio me, camminare in quel posto. Ero ancora nel parco quando trovai una cabina telefonica e chiamai a casa. Rispose babbo. “Sono a Central Park” gli dissi, con la voglia di condividere tutta quella gioia che mi esplodeva nel petto.
Non è stato facile negli anni spiegare la mia passione viscerale per New York. Molti amici la interpretavano in modo ideologico, prendendo a pretesto la politica imperialista americana o stupidaggini simili. Non per l’imperialismo in sé, ma per il legame che poteva avere con il mio amore per questa città. Nullo. Per qualcuno invece amare New York voleva dire approvare in toto tutto quello che la politica americana aveva fatto negli anni. Come se andare in vacanza in Thailandia giustificasse in automatico la prostituzione minorile.
A dirla tutta, alla me di allora della politica americana non importava proprio niente. Per me New York era soprattutto passeggiare sulle strade dove era stato Holden Caulfield e insieme a lui tanti altri personaggi di quei romanzi che avevo divorato e che avrei continuato a leggere anche dopo, sempre affamata di quelle vie e dei loro incroci numerati.
Un giorno con Carmen entrammo nella libreria Barnes & Noble sulla Quinta strada. Era un negozio enorme, dagli spazi ampi e il soffitto altissimo. Sulla destra c’erano degli armadietti di metallo grigio scuro dove lasciare le borse, come in biblioteca o al museo.
Mentre aspettavamo il nostro turno, uno dei ragazzi che ci precedeva si allontanò lasciando un libro sul bancone. Era un’edizione tutta stropicciata di The Catcher in The Rye che, appoggiata sul margine del tavolo, mi cadde proprio sui piedi. Non l’avevo persa di vista un attimo e, non appena lui se ne andò, pensai di poter prendere io quel libro. “Ferma, che fai?” mi disse Carmen. “È un furto”.
Non ci fu verso di convincerla. E a malincuore dovetti riporre il libro sul bancone. Probabile che qualcun altro lo avrà preso dopo di me. Magari era un primo vagito del book crossing che si sarebbe diffuso negli anni successivi, con i libri abbandonati sulle panchine dei parchi o in altri posti, a disposizione degli sconosciuti. Quale furto… Era semmai un segno del destino.
La mattina mi alzo prima delle sette. Scendo dal letto di Liz, due materassi e quattro cuscini, mentre lei dorme sul divano in salotto, ed entro in bagno. Sanitari e piastrelle sembrano quelli degli anni Cinquanta, che dovrebbe essere il periodo di costruzione di quegli edifici. Nella doccia, sopra alla vasca da bagno in spessa ceramica color avorio, c’è una radio resistente all’acqua. È una stanza simpatica.
Mi vesto pescando gli abiti dalle valigie aperte sul pavimento della camera. Sono magrissima. Indosso delle gonnelline Sisley o Benetton che oggi mi starebbero giusto a un ginocchio. Il pezzo forte è quella in velluto blu a coste grosse.
La colazione è compresa nel prezzo della stanza. In cucina apro il frigo e prendo il latte. Sugli scaffali ci sono i cereali.
“Non si mangiano così” mi dice Liz. “Troppo latte. Devono rimanere più croccanti”.
Rispondo ridendo. Il mio inglese non è abbastanza fluido per spiegare le ragioni per cui a me piacciono così. Mi pare strano però che nel paese delle libertà uno non possa nemmeno mangiare i corn flakes come preferisce. Pare che Liz abbia le idee molto chiare, almeno nel settore dei corn flakes.
Liz la mattina va alle Nazioni Unite, poco lontano da casa. Il pomeriggio poi è in un ufficio Uptown. Non ho mai capito in realtà che cosa consistesse il suo lavoro.
Qualche volta usciamo insieme e camminiamo per alcuni isolati lungo la First Avenue. Poi io giro sulla ventisettesima e Liz prosegue dritto. Non ci metto molto ad arrivare sulla Quinta dove c’è la mia scuola. Vado a piedi anche se potrei prendere un bus. Ma è sempre la solita storia. Voglio annusare quest’aria, voglio guardare ogni portone, ogni negozio, ogni manifesto, ogni persona che incrocio sulla mia strada. Voglio riempirmi gli occhi di qualsiasi cosa faccia parte di New York.
La scuola è al terzo piano di un edificio massiccio. Le lezioni iniziano alle 9.30 e finiscono alle 12.30, con un intervallo di dieci minuti intorno alle 10.30. C’è anche una saletta per i fumatori. Nell’intervallo non si vede da qui a lì.
Da poco a New York hanno vietato il fumo nei locali pubblici. Ecco perché appena arrivata ho visto tanta gente con la sigaretta accesa per strada, ferma o mentre camminava. Non si può fumare nemmeno nei ristoranti, eccetto vicino al bancone del bar.
Una sera in un ristorante ho acceso la sigaretta appena seduta al tavolo. “Per favore la spenga” mi ha detto il cameriere. “Ma vedo che altri fumano”. “Le ho detto la spenga, per favore”. Non mi ha portato nemmeno un posacenere. Ho dovuto spengerla per terra, schiacciandola con la scarpa. In compenso sul tavolo non manca mai il bicchierone di acqua e ghiaccio omaggio della casa.
(4 – continua)
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Il gioco della memoria
Con il tempo la memoria evapora, scompare o si trasforma. Rivangando vecchi ricordi con gli amici con i quali li ho condivisi scopro come ognuno conservi una parte di quanto avvenuto, la sua parte, che non coincide del tutto con la mia. C’è sempre un particolare che sfugge, nella loro mente o nella mia, rimanendo sospeso nel dubbio che sia veramente accaduto o no. A volte i loro ricordi arricchiscono i miei, completandoli. Altre volte portano volti nuovi o situazioni che in me non hanno lasciato alcuna traccia.
È un gioco che mi piace fare negli ultimi tempi. Sono cose che si fanno a una certa età, non c’è ragione di farle quando si pensa alla vita come a un domani infinito. Ma a un certo punto accade, e ci si mette a guardarsi indietro nel tentativo di riconoscere la strada che abbiamo percorso e di fissare la nostra identità. Forse anche solo per convincersi di aver lasciato, se non negli altri, una testimonianza almeno per noi stessi.
Qualcuno deve aver detto che le esperienze che viviamo ci si stampano dentro, così come i libri che leggiamo, i film che guardiamo, le canzoni che ascoltiamo. E forse anche le persone che incontriamo, che amiamo o che odiamo. Ogni cosa lascia dentro di noi un pezzettino di sé che contribuisce, granello su granello, alla formazione della nostra complessa personalità, con il groviglio di pensieri, atteggiamenti, gusti e idiosincrasie che la caratterizza.
Se esiste questo qualcuno, io sono d’accordo con lui. O con lei.
Mentre cerco di rivivere nella memoria i particolari di un viaggio di ventiquattro anni fa, sono bloccata in casa, nel chiuso della mia stanza, durante la pandemia di Coronavirus del marzo 2020. Oggi, a quasi 57 anni, ammetto che non mi pesa tantissimo l’inazione. Posso leggere, scrivere, meditare, cucinare e fare addirittura due passi nella campagna fuori casa.
Se una cosa del genere fosse accaduta nel 1996, alla me stessa di allora, sarei sicuramente impazzita.
All’epoca ero una ragazza che azzannava la vita, affrontandola di petto, mossa da una tensione continua che mi spingeva alla ricerca perpetua di stimoli e novità per nutrire un’anima ribelle e anche, ora posso dirlo, un po’ ossessiva.
L’entusiasmo assoluto dei miei giorni newyorchesi oggi mi appare come una sorta di bulimia, un’incapacità di fermarmi, di stare nel silenzio, sola con me stessa, mangiata com’ero fino all’osso dalla smania di scoprire, fare, vedere cose nuove e conoscere nuove persone.
Una delle sensazioni che ricordo della me di quegli anni è la paura di non esserci. La paura che le cose avvenissero senza di me. Questa cosa la avevo fin da piccola. Quando i miei genitori organizzavano delle cene, cosa che in genere avveniva per l’ultimo dell’anno, e invitavano i loro amici, io non volevo mai andare a letto. Non sopportavo l’idea che venissero dette cose che io non avrei potuto ascoltare. Questo creava un vuoto doloroso dentro di me e lo dovevo riempire subito, puntando i piedi per rimanere sveglia. Certe volte ho dovuto far finta di andare a letto, per poi rimanere a origliare gli ospiti dietro la porta della mia cameretta, finché anche l’ultimo non era andato via.
Nelle foto che ancora oggi riposano in qualche cassetto mi si può vedere, a cinque-sei anni, con i capelli corti corti e gli occhietti tondi, eternamente svegli e attenti.
Oggi, nel tempo sospeso che viviamo, un tempo in cui ci invitano a stare in casa il più possibile per cercare di rallentare la propagazione del contagio, mi sembra abbia un senso rifugiarmi nel ricordo del periodo più movimentato e avventuroso della mia vita, potrei dire anche agitato, quello di cui fanno parte le mie settimane a New York.
L’idea in realtà mi è venuta leggendo un libro di Siri Hustvedt, “Ricordi del futuro”, in cui l’autrice, ormai adulta e impegnata nel trasloco della madre in una casa di cura, ritrova il quaderno Mead che aveva scritto durante l’anno sabbatico che si prese prima dell’università, in cui si trasferì dal Minnesota a New York in cerca di avventure da scrivere in un romanzo.
Qualche tempo fa l’ho ritrovato anche io il quadernetto del mio viaggio a New York. È piccolo, quadrato e foderato di una stoffa di vellutino rosso a fiorellini. Me lo aveva regalato Meredith, la mia amica americana, una delle insegnanti di quel famoso corso di inglese a Treviso. In questi giorni ho provato a ricercarlo senza successo. Sicuramente prima che finisca di scrivere questa storia salterà fuori. Non sarà dettagliato e ricco di spunti di scrittura come quello della scrittrice americana, ma come aiuto per la memoria andrà benissimo. Sempre che ricompaia.
(3 – continua)
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Una bolla foderata di illusioni
All’epoca un altro sogno impossibile era quello di incontrare l’uomo giusto. Da quello sarebbe dipeso tutto il resto, pensavo. Immaginavo il colpo di fulmine, le affinità, le nostre vite che si incontravano e che, magicamente, combaciavano come due pezzi separati di una stessa unità. Una volta fatto quel passo, tutti gli altri aspetti della mia vita si sarebbero sistemati di conseguenza. La casa, il posto dove abitare, il lavoro, l’idea di famiglia. Tutto.
Vivevo in una bolla le cui pareti erano foderate di illusioni.
Mi ero trasferita un anno prima a Treviso dalla Toscana per lavorare come giornalista, dopo che il quotidiano in cui lavoravo a Siena era stato chiuso, travolto dalla tempesta di Mani Pulite. Il Veneto mi aveva chiamato, per una sostituzione estiva di pochi mesi, e io avevo risposto. “Treviso non è bella come Siena – disse, quasi scusandosi, il vicedirettore del quotidiano con cui parlai al telefono – però ha un suo fascino. È poi è vicinissima a Venezia”.
In realtà avrei risposto sì anche a una chiamata dal più remoto paese dell’Africa.
Dopo la prima sostituzione in Veneto, fatti i miei conti, pensai che avrei lavorato sicuramente di più e meglio lì che in Toscana. Così decisi di lasciare tutto, casa genitori e sorella, e iniziare una nuova vita. Il lavoro era provvisorio, temporaneo, precario. In pratica sarei stata una collaboratrice esterna al giornale, mentre speravo di essere richiamata per una sostituzione in redazione non appena se ne fosse presentata l’occasione. Era il 1995, avevo trentadue anni, ero giornalista professionista da quattro e avevo alle spalle dodici lanci con il paracadute e un incidente d’auto, un tamponamento subito il 22 maggio 1993, che mi avrebbe lasciato le spalle e il collo doloranti per gli anni a venire.
Non fu tutto facile. Cambiai casa dopo appena quindici giorni dal mio arrivo, non appena mi resi conto che la proprietaria, un’anziana che viveva sola al piano di sopra, confondeva la sua inquilina pagante con una dama di compagnia. Dopo la prima notte, trascorsa insonne in un letto di mogano con la rete sfondata, quando lei cercò di entrare in casa mia alle otto di mattina, si stupì che avessi chiuso la porta a chiave dall’interno.
“Non va bene. Così non posso entrare” mi rimproverò stizzita non appena le ebbi aperto la porta.
Ma era una vita nuova, finalmente lontana dalla mia famiglia, fantastica e affettuosa ma soffocante di aspettative e di direttive, e dalla grande casa in campagna sempre piena di problemi (l’acqua, la strada, le scale) in cui ci eravamo trasferiti nel mio ultimo anno di liceo.
Nella nuova vita, insieme a tante altre cose, ci fu spazio anche per un vero, costosissimo, corso di inglese. Andavo in via Canova una volta a settimana, a ripassare con l’insegnante madrelingua quello che studiavo a casa sul libro e ripetevo con l’ausilio di audiocassette. Le lezioni davano i loro frutti. Imparavo velocemente. Ero brava. Una studentessa brillante e piena di volontà.
Ma finché non vai in un paese anglosassone, mi disse la direttrice, è tutto inutile.
Arrivai al JFK intorno a mezzanotte. Presi un carrello, raccolsi le mie due grosse valigie dal nastro trasportatore e mi avviai verso l’uscita in cerca di un taxi.
In aereo avevo cercato qualcuno disposto a condividere la corsa con me, ma senza risultato. Prima di uscire dall’aeroporto invece trovai una ragazza sudafricana, Helen, alta e bionda, che fu ben felice della mia proposta. La seguii fuori mentre ignorava tranquillamente la lunga fila delle persone in attesa di un taxi giallo e si fermava a contrattare il prezzo con l’autista di una macchina bianca. Il mix di stanchezza ed eccitazione mi convinse a salire sul taxi abusivo senza farla troppo lunga.
La prima volta che vidi Manhattan fu di notte e fu come essere al cinema. Solo che quella volta ero proprio lì.
Helen scese prima di me, poi fu il mio turno, una volta arrivati all’incrocio fra la 18esima strada e la Prima Avenue.
La casa di Liz era al settimo piano di una costruzione in mattoncini rossi in mezzo a tante altre costruzioni tutte uguali: un appartamento con una camera, un bagno, un salotto e una cucina. Nelle aree comuni c’erano l’ascensore e il cunicolo per gettare l’immondizia, ma nessun portiere di quelli che si vedono nei palazzi importanti.
Credo che fosse un palazzo di edilizia popolare ad affitto bloccato. Un bel colpo di fortuna per una ragazza che abitava da sola a Manhattan.
(2 – continua)
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Il mio spicchio di mela
Sono su un marciapiede, la gente mi scansa passandomi intorno senza vedermi. Faccio progetti per la giornata e ho l’agitazione nelle gambe.
Take it easy. Mi dice Carmen. Simona, take it easy. Non c’è bisogno di correre. Tu SEI a New York. Tutto questo che hai intorno E’ New York, non hai bisogno di correre sempre da un posto all’altro.
La lascio parlare ma non ce la faccio a darle retta. È la prima volta che sono a Manhattan e sono bulimica di New York. Vado dappertutto, voglio vedere tutto. Musei, cinema, strade, negozi. Assaggiare, comprare, camminare.
Carmen è alta, fisico sinuoso, carnagione olivastra, capelli lunghi neri e ricci. Accanto a lei ci si sente al sicuro. La calma le esce dagli occhi.
Io non sto mai ferma e indosso degli stivali di pelle nera con il tacco basso chiusi davanti con le stringhe anche se in realtà si indossano con la cerniera laterale. Si sono rivelati perfetti per macinare chilometri e chilometri tutti i giorni sui marciapiedi americani. Quando tornerò a casa e andrò in Toscana a trovare i miei, con mamma faremo un giro a Firenze e quegli stessi stivali cominceranno a farmi un male insopportabile ai piedi. Ma finché siamo a New York va tutto bene.
Carmen l’ho conosciuta alla scuola di inglese che frequento al mattino. In classe c’è gente che viene da posti diversi. Sara, in fissa con Michael Jackson, è spagnola, Raimon, catalano. Carmen è brasiliana di Porto Alegre. È una delle più grandi, insieme a me, a una giapponese, Misako, e ad alcuni coreani. Ci sono anche delle ragazze cilene. Poi c’è un ragazzo turco.
Le insegnanti si alternano. Fiona, che viene ogni mattina da Worcester, e Carol Anne.
È il febbraio del 1996. In Italia è appena andata in fiamme La Fenice e io, che in quel periodo vivevo a Treviso e frequentavo Venezia con una certa regolarità, sono sconvolta.
A una delle attività pomeridiane della scuola, quando ci portavano in giro per New York, ne parlo con un’altra allieva italiana. Non ricordo come si chiamava. La vidi solo quel giorno, in metropolitana, mentre andavamo in discoteca.
I am so sad, I cried, mi dice della Fenice.
Parliamo inglese, ci sforziamo di parlare inglese, anche fra connazionali, per imparare meglio. Gli accompagnatori del pomeriggio sono due ragazzi. Uno è Mario, un tizio magro dagli occhi furbi, che si porta dietro la ragazza francese, una tipa da copertina. Che bella pronuncia che hai, mi disse Claire quando le feci sentire due parole in francese. L’altro è Joe.
Con Mario girammo per Tribeca, Chelsea e Soho, visitammo il Metropolitan Museum e andammo alla Webster Hall e al Tunnel, la discoteca frequentata dalle modelle. Avremmo potuto trovarci anche Naomi Campbell, ci disse.
La partenza era fissata per il pomeriggio del 24 febbraio su un volo Klm Venezia-Amsterdam-New York. Sarei arrivata al Jfk intorno a mezzanotte. Avrei preso un taxi, uno di quelli ufficiali, quelli gialli, si erano raccomandati in agenzia, e poi avrei raggiunto l’appartamento sulla 18th angolo First Avenue, dove mi aspettava la signora che mi avrebbe ospitato in Bed & Breakfast.
Quando arrivarono i documenti, biglietti e voucher, la chiamai, dopo aver calcolato il fuso orario. Le parlai leggendo al telefono il foglietto con gli appunti scritti in inglese.
Come prima cosa, lei mi corresse subito la pronuncia del suo cognome.
Pensai che fosse una specie di professoressa.
A quel tempo vivevo in affitto in un appartamento all’ultimo piano di un condominio di tre nella prima periferia di Treviso. Una zona che tutti conoscevano per la presenza del grattacielo di Antenna Tre, una tv locale, anche se gli studi televisivi ormai erano stati trasferiti da tutt’altra parte. Un appartamento ammobiliato, proprietà dei coniugi Caregnato, due simpatici vecchietti che mi avevano adottato come una figlia.
Una volta al mese mi invitavano a pranzo al circolo ufficiali, sulle rive del Sile, quando passavo da casa loro per pagare l’affitto mi offrivano i cannoli (la moglie era siciliana) fatti con la ricotta arrivata apposta da giù. Una volta mi portarono addirittura a trascorrere un weekend nella loro casa di Enego, sull’altipiano di Asiago.
Io però ero stufa di trovar famiglie pronte ad adottarmi ovunque andassi e volevo solo scappare, anche dalla casa dove abitavo. Quando decisi di andare a New York, un sogno che non avrei mai creduto di trasformare in realtà, e per di più di andarci da sola, pensai che fosse l’occasione per dare un giro di volta alla mia vita.
(1 – continua)
Archiviato in adventure, diario minimo, on the road
New York, 26 febbraio 1996, ore 6.50 p.m.
Cara Paola,
non ci crederai, ma sono in camera mia e sto vedendo in televisione l’ultima serata del festival di Sanremo. Ti immagini?
Tra le decine e decine di canali TV qui in America c’è spazio anche per la Rai. L’altra sera c’era il maresciallo Rocca, pensa te.
Oggi, lunedì, ho fatto il test di ammissione alla scuola d’inglese. Ho conosciuto “many people”, tanta gente.
Nathalie, una ragazza svizzera, Sara (spagnola), Sukki, coreana, Monica, brasiliana,e tanti altri. Nessun italiano, invece. Indovina poi che cosa ho mangiato oggi per il lunch, a pranzo? Un pezzo di pizza!
A cena invece mi mangerò un po’ di frutta.
Ah, oggi sono stata in metropolitana. Very well. Comunque, ci ha detto anche un’insegnante alla scuola che non è vero che New York is dangerous. Bisogna però usare intelligenza. Non farsi vedere sperduti per strada a consultare la mappa in preda al panico, non contare i soldi per strada, non lasciare la borsa incustodita, non andare in certe zone al di là delle business hours, cioè dopo le 22 in metropolitana per esempio è pericoloso, ma dalle 6 del mattino fino a sera, finché viaggiano tutti i lavoratori si può stare tranquilli. Ti infili nel fiume di gente e vai.
Per quello che ho visto fino ad ora di New York una cosa è strana. C’è un casino di gente ma tutti si muovono velocemente e non creano ingorghi umani come magari succede a Roma (per non parlare di Venezia).
La casa. L’appartamento è al 278 di First Avenue, all’incrocio con 18th street, in the East Village, un quartiere molto alla moda per i giovani. Molto aperto, pieno di locali, sede negli anni ‘70, di manifestazioni politiche e conferenze.
L’appartamento di Liz è nella Stuyvesant Town, un insieme di palazzoni di mattoni rossi (non so se è la famosa arenaria), tutti uguali, dove vivono migliaia di persone ed ogni appartamento è numerato. Questi casermoni circondano un campetto da gioco, poi ci sono aiuole ed alberi dove ci sono sempre, mattina e sera, molti scoiattoli, che se ne stanno tranquillamente per terra a sgranocchiare quello che trovano, e passano per le gambe delle persone.
A me questa cosa mi commuove. Pensa, stanno a New York, mica nello Iowa (per dire un posto pieno di boschi, montagne e laghi).
Poi, per il resto, la casa è piccola ma molto carina. C’è una camera, dove dormo io (Liz si è trasferita sul divano in salotto), poi c’è la cucinetta, ed il bagno. Loro hanno tutto diverso da noi: le prese dell’elettricità, il gabinetto, dove c’è sempre l’acqua alta. Poi, alle finestre, qui ci sono i doppi vetri, che si aprono appena, e la zanzariera, e dentro le tapparelle. Pensa, in camera, collegata alla luce, c’è anche la ventola per l’estate. Gli armadi sono tutti a muro e per terra c’è il parquet.
Liz è biondina, ha 30 anni, lavora in un’organizzazione mondiale socio-culturale. E’ newyorkese, non spagnola come avevo capito (sa lo spagnolo).
Domenica siamo uscite insieme per il brunch (si fa alle 11.30 ed unisce il breakfast e il lunch) e con altri tre suoi amici.
Bene, finito lo foglio. See you soon (che vorrebbe dire ci vediamo presto). In realtà ci sentiremo, per ora!
Un bacione grosso grosso a tutti
Simona (from Usa)
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