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La vendetta dei bagels

Ho notato che in queste memorie  tendo a non parlare molto bene di me. Penso alla me di quel tempo come a una persona superficiale, pronta all’avventura sì, ma con una certa incoscienza e fondamentalmente ingenua. Non che non sia vero. Se guardo le foto di quell’esperienza, vedo una ragazza dal viso fresco, incorniciato da bellissimi ricci naturali rossi, illuminato da un sorriso spontaneo. Non è poco.

Oggi sono decisamente più matura, saggia e purtroppo anche molto più provata dai casi della vita. In foto vengo orribile, i lineamenti risultano deformati, il sorriso è più raro e non ha più la luce di un tempo.

Insomma, ho quasi il doppio dell’età che avevo quando ero a New York. Forse è normale che sia così.

Penso a una foto in particolare. Sono con Sarah, la ragazza spagnola, Carmen, la mia amica brasiliana e la giapponese, in posa sulla terrazza interna del Metropolitan Museum. Non ricordo chi l’abbia scattata, di preciso. Io appaio molto a mio agio, naturalmente sorridente e molto in sintonia con le altre ragazze. Sono magrissima. Indosso la minigonna di velluto a coste grosse blu Benetton, delle calze blu trasparenti, gli stivalini eroici con le stringhe, un dolcevita viola con il collo a cerniera. 

Mi piaccio. Tutto sommato questo viaggio nel passato lo trovo piacevole e probabilmente mi fa anche bene. In fondo nella me di oggi è contenuta anche la me di ieri, comprese le parti che allora amavo.

L’ultima settimana della mia permanenza a New York, Carmen e Misako erano già partite, in classe arrivò una giovane coreana. Fin dall’inizio dimostrò una decisa avversione nei miei confronti. Controbatteva sempre alle mie affermazioni, passava il tempo in classe con il volto rivolto verso il basso e gli occhi che mi scrutavano di sottecchi. Insomma, sembrava ossessionata da me e piena di rancore. Rimasi molto turbata da questo atteggiamento che non riuscivo a spiegarmi. Fino ad allora avevamo trascorso delle bellissime mattine di studio con i compagni di ogni nazionalità, eravamo stati insieme al museo e in discoteca. Come in ogni gruppo c’era chi si sentiva più o meno affine all’altro, ma in fondo si trattava di rapporti con persone che vedevamo per alcune settimane e che in seguito, probabilmente, non avremmo incontrato mai più. Mi sembrava la condizione ottimale per avere relazioni amichevoli improntate sulla leggerezza e la cordialità. Per questo rimasi spiazzata dalle frasi taglienti che la nuova arrivata indirizzava verso di me. 

Un giorno l’insegnante ci chiese di raccontare alla classe la cosa che preferivamo di New York, quella che avremmo rimpianto quando saremmo tornati a casa. Io non ebbi dubbi. I bagels, dissi. Da quando avevo scoperto le ciambelline di pane, che fra l’altro sono il simbolo della città, non potevo stare senza. Cercavo le bakeries dove li facevano più buoni e con maggiore assortimento. Li assaggiavo con il sale, con i semi di papavero, le spezie, la cipolla, l’origano, il pepe. 

E una volta tornata a casa, dopo essermi procurata un bel librone sulla cucina americana, li ho fatti io stessa per amici e familiari.

Ognuno disse la sua e non credo di ricordarmi la preferenza di nessuno degli altri compagni di corso. Quando fu il turno della nuova coreana lei disse con tono sprezzante che c’era una cosa che sicuramente non avrebbe rimpianto di New York. I bagels. E guardando di sbieco nella mia direzione, iniziò a spiegare i motivi per cui quegli innocenti panini le facevano immensamente schifo e di come dopo averli assaggiati la prima volta decise che non ne avrebbe mangiato più nemmeno uno.

Si accalorò molto nell’impresa della distruzione del povero bagel.

Era evidentemente una ragazza un po’ squilibrata oltre che fastidiosa. Per fortuna la incrociai soltanto negli ultimi giorni.

Non sarebbe stata l’ultima volta, però, che avrei avuto a che fare con ragazze problematiche che tutto all’improvviso manifestavano sentimenti di odio e rancore nei miei confronti.

Ma queste sono storie diverse e le sperimenterò diversi anni dopo quel viaggio a New York.

(10 – continua)

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La nevicata dell’85

Quando nevicò a Colle, nell’85, eravamo venuti a vivere in campagna da pochi anni, e io facevo l’università a Siena. La nostra casa allora era bellissima. C’erano da fare ancora tanti lavori, mancavano i radiatori, il pozzo dell’acqua, e forse io stavo sempre nella camerina microscopica su al terzo piano. E l’aia era vecchia e con il cotto rotto qua e là. La vegetazione era rara, c’erano pochi fiori, non c’era la piscina e nemmeno il cancello. Dietro casa c’erano dei ciliegi e qualche amareno in mezzo alla vegetazione intricata ed erano più le ciliegie col baco di quelle buone. Babbo ogni tanto chiamava un qualche esperto a fare degli innesti ma non andavano mai a buon fine. Con le amarene invece andò meglio e un anno, o forse anche più d’uno, riempimmo dei barattoloni di vetro e le mettemmo sotto spirito. 

Quando nevicò eravamo del tutto impreparati e rimanemmo bloccati in casa con quello che avevamo, soli in mezzo al mondo, nel silenzio ovattato.

Una sera babbo e mamma andarono in Piano a piedi a fare un po’ di spesa. Comprarono un grande catino azzurro di plastica e ci misero dentro diverse cose da mangiare. Quando tornarono a casa Iadi, il nostro pastore tedesco, gli andò incontro tutto festoso. Annusando nel catino puntò il cartoccio del prosciutto e lo divorò in un baleno. Mamma e babbo non se ne accorsero fino a quando scaricarono la spesa in casa. 

Poi ci chiamò zio Osvaldo e ci chiese se avevamo bisogno di qualcosa. Con i suoi fuoristrada era l’unico che poteva muoversi in auto per le nostre salite e discese.

Così il pane e altre cose di emergenza cominciò a portarcele lui.

La neve l’avevo vista in montagna e mi pareva normale di trovarla ogni volta che ci andavo. Ma averla a Colle era tutta un’altra cosa. 

Mi piaceva guardarmi intorno e osservare le cose di tutti i giorni ridotte a profili appena accennati. A volte del tutto scomparse. Le macchine, gli alberi, il muretto, la mattina presto quando nessuno ancora ha lasciato le impronte dei suoi passi e la neve è soffice e intatta e vorresti che rimanesse sempre così. 

A Belluno, tanti anni dopo, l’avrei incontrata più spesso. Avrei imparato anche i diversi nomi delle formazioni di ghiaccio in quota dai bollettini meteo che mettevano in guardia dal pericolo valanghe. Mai quanti ne conosceva Smilla e in più io me li sono pure dimenticati. 

Una volta, era il gennaio 2006, erano annunciate abbondanti nevicate in pianura. Dal giornale mi chiesero di fare un pezzo con le previsioni meteo del giorno dopo per tutto il Veneto. Cominciai a guardare dei siti e a prendere appunti per il mio articolo. Mi imbattei anche in uno che annunciava neve a Venezia per il giorno dopo alle 13 in punto. Fui tentata di passare oltre. L’idea di scriverlo però non mi dispiaceva. Se poi non fosse successo non avrebbe mica fatto male a nessuno. Capita con le previsioni. 

Quel fatto di mettere l’ora precisa era un rischio che qualcuno si era preso e che in qualche modo andava premiato. Ci pensai ancora un po’, mentre scrivevo quanto sarebbe successo su tutte le altre zone della regione, e alla fine decisi di metterlo nell’articolo. In fondo, nell’ultima riga, ben visibile: a Venezia è prevista neve alle 13 in punto.

Il giorno dopo Belluno era imbiancata come non si vedeva da un po’. Dalla grande finestra del salotto, guardando tutto a sinistra, dietro il Palazzo Rosso del Comune, vedevo il colle del Nevegal come un piattino di panna montata in casa, liscia e piatta, senza le righette dello spruzzatore del bar. Davanti, lo Schiara, con il dito alzato della Gusela del Vescovà, con le rocce coperte di bianco. Sulla destra, spostandomi alla finestra di camera, mi avvicinavo al Serva, che sembrava stare lì, ben piantato e a portata di mano come un panettone sulla tavola di Natale. 

Subito dopo pranzo mi chiamarono dalla redazione.

“Simona, ma come hai fatto? È incredibile… Oggi alle 13 in punto è caduto il primo fiocco di neve su Venezia. Qui ci stanno chiamando tutti. Una radio vuole farti un’intervista. Posso dare il tuo numero?”.

Non amavo la radio e ancor meno la tv, nel senso che avevo difficoltà ad apparire. Preferivo stare al sicuro dietro alla mia penna, che già anche quello ti espone abbastanza.

Quindi, quando dalla radio mi chiamarono per intervistarmi non feci una gran figura. Anzi, per la timidezza e l’imbarazzo mi sforzai quasi di sembrare antipatica.

Invece quella volta a casa, nell’85, con la neve che copriva tutta la campagna, a un certo punto mi venne in mente un’idea. Presi un cuscino e lo misi in un sacco della spazzatura di quelli neri e resistenti, chiudendolo bene. Andai in cima alla discesa che va verso la grande quercia, mi sedetti sul cuscino e scesi giù, libera, come su uno slittino. 

Quel gioco funzionava benissimo. Arrivata in fondo, ripresi il sacco e risalii, per scivolare giù di nuovo. Dalla seconda o terza volta, però, non ero più sola. 

Iadi, il pastore tedesco che si era pappato il cartoccio di prosciutto, mi aveva scoperto e ora si voleva divertire anche lui.

Scendemmo giù insieme. Io con il mio cuscino-slittino, e lui che mi rincorreva felice abbaiando.

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I famelici scoiattoli di New York

A New York, per quanto fossi in preda alla frenesia, cercavo di allungare il tempo in tutto quello che facevo. Se visitavo Central Park stavo più tempo possibile su una panchina a leggere o a guardare la gente passare. Volevo vivere come se avessi abitato in quella città, non come se fossi la semplice turista che ero. Cercavo la quotidianità, la ripetitività delle azioni. Facevo quello che avrei fatto se fossi stata una Newyorker. Anche se tutto sarebbe durato solo tre settimane, per me, al momento era abbastanza.

La sveglia, la colazione a casa, poi alle 8 la camminata fino a scuola. Il pranzo, veloce, di solito un bagel con salmone e formaggio in un negozio vicino alla scuola. Il pomeriggio poi c’era da decidere dove andare. Se la scuola aveva programmato delle attività, partecipavo a quelle. Altrimenti spuntavo la mia lista delle cose che avrei voluto fare e vedere a Manhattan.

Carmen diceva una cosa vera, camminavo senza sosta. Saltavo sulla metro, sui bus, attraversavo street e avenue, visitavo musei, guardavo vetrine, scattavo foto. Ma facevo anche cose diverse. 

Una sera con la giapponese della mia classe andai a Broadway. Lei aveva trovato dei biglietti con lo sconto e mi aveva invitato a vedere Miss Saigon. Il giorno dopo commentammo l’esperienza in classe. Io ero irritata perché non avevo capito le parole. La giapponese ridacchiava. L’insegnante disse che secondo lei non era possibile che io non le avessi capite. “Certo, – dissi – ho capito qual era la storia, una specie di Madama Butterfly. Ma io avrei voluto capire tutte le parole”.

Con Mark, sempre della scuola, una volta andammo al cinema a vedere Dead Man Walking. Anche lì, stessa cosa. Capivo il senso della storia ma non le parole singole. A un certo punto in sala risero tutti, mi sembra dopo una battuta di Susan Sarandon. Ma io non avevo idea di che cosa avesse detto. 

Un’altra sera andai al cinema da sola, dalle parti di casa, su indicazione di Liz. Davano il Postino, The Postman, con Massimo Troisi, che in quei giorni aveva vinto l’Oscar per la colonna sonora. Liz mi disse che vedere il film in italiano e con i sottotitoli sarebbe stato un buon esercizio per il mio inglese.

In realtà piansi tutto il tempo.

La sera, quando rientravo in casa, facevo un po’ di cyclette nella mia camera guardando le previsioni incredibilmente precise delle tv locali di New York. La cyclette era rivolta verso la finestra e io potevo vedere quello che facevano tutti gli abitanti degli altri appartamenti. 

Le finestre erano dei grandi rettangoli verticali di vetro incorniciate da ferro dipinto di verde. Nessuna aveva le tende. Non ho mai capito questa abitudine degli americani. Probabilmente c’è un patto tacito a non curiosare nella vita altrui, ma come si fa a sopprimere la curiosità insita nell’essere umano? Io guardavo, anche se non conoscevo nessuna di quelle persone, per cui alla fine era come guardare un film. E se qualcuno faceva lo stesso con me, era uguale. Ai piani alti del caseggiato di fronte c’era un ragazzo che si allenava in casa con pesi e bastoni. In altri appartamenti si vedeva la luce e si indovinava l’arredamento anche se in quel momento non c’era nessuno.

Nei giardinetti di Stuyvesant Town vivevano tantissimi scoiattoli, di quelli belli grassottelli americani. Dopo aver scoperto che amavano ricevere cibo dalle persone, mi tenevo sempre qualcosa in borsa per loro. Un pezzetto di pane, un biscotto, un ritaglio di pizza. Non mi ci volle molto per pentirmi di questa novità. Quegli scoiattoli erano molto pretenziosi e, una volta imparato da chi potevano aspettarsi del cibo, appena lo vedevano gli si facevano incontro chiedendo senza permettergli di camminare in pace.

Questo accadde anche a me, naturalmente. E quando lo dissi a Liz lei commentò: “Brava, ora non te li toglierai più di torno”.

E così fu.

(8 – continua)

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Lino li fa fuori tutti

Appena arrivava l’autunno, nel piccolo slargo davanti al teatro Comunale, al di là della strada, si piazzava un caldarrostaro. Con un paiolone di metallo a base forata, Lino passava tutto il giorno al freddo, a Belluno le temperature vanno giù perfino d’estate, a cuocere castagne, che poi vendeva in cartocci. 

Non impazzisco per le castagne, ma può darsi che sia capitato anche a me di fermarmi a comprarne un po’. Di sicuro ogni tanto qualcuno ce le portava in redazione o uno di noi andava a prenderle per tutti.

Un giorno un collaboratore fece un articolo sulla tradizione delle caldarroste e su chi le faceva in città.

Oltre a Lino ce ne erano anche altri, associazioni sportive nelle feste di piazza o qualche rivenditore di frutta e verdura. In ogni caso il collaboratore si era documentato bene e snocciolava anche una serie di cifre, del tipo quanti giorni durava la vendita delle castagne, quante ne venivano smerciate, cose del genere.

E alla fine della fiera Lino, il caldarrostaro di piazza, era al top della classifica.

Quando impaginai l’articolo mi venne spontaneo scrivere nel titolo, oltre alle notizie su chi, dove e quando arrostiva le castagne, “Ma Lino li fa fuori tutti”.

Una frase innocente e scherzosa, in linea col tono leggero del pezzo del collaboratore. 

Il giorno dopo, non appena il giornale uscì in edicola, il segretario mi passò una telefonata.

  • C’è Lino delle castagne, senti che ha da dire.

Era arrabbiatissimo. Parlava in dialetto pronunciando frasi sconnesse il cui senso era che lo avevamo messo contro tutti, che non era vero che lui faceva fuori gli altri e giù avanti di questo passo. E soprattutto che noi giornalisti si doveva scrivere quello che era vero sennò sarebbe andato dai carabinieri e ci avrebbe fatto una bella denuncia.

A me veniva da ridere. Ma una denuncia per che cosa? Però mi armai di pazienza e cominciai a spiegargli. Guardi signor Lino, il titolo è scherzoso, non significa che lei letteralmente fa fuori tutti gli altri, è un eufemismo.

Silenzio.

Che faceva Lino, rifletteva? O non capiva?

Subito dopo riprendeva, come un fiume, come se io non avessi detto nulla, come un disco rotto che ripete sempre la stessa frase.

Dovete scrivere come stanno le cose davvero sennò vi denuncio.

Pensai che forse la parola eufemismo non era nel suo vocabolario. 

Guardi, signor Lino, non solo non abbiamo detto niente di male ma le abbiamo fatto fare una bella figura. È quella la verità, no? È lei che vende più castagne di tutti. Il titolo è iperbolico.

Di nuovo silenzio.

Per ripartire da capo con la sua tiritera fino alla denuncia per tutti.

Il capo non poteva sopportare che si stesse al telefono nemmeno per fare le interviste, figurarsi per rispondere a quelli che per lui erano solo dei rompipalle che gli rallentavano il lavoro ritardando il momento in cui sarebbe potuto tornare a casa.

  • Che ha da rompere questo? Butta giù, non stare a perder tempo.

Ma il giorno dopo Lino si presentò in redazione. Probabilmente il segretario era in archivio o stava facendo qualcosa altrove, altrimenti lo avrebbe fatto aspettare nella saletta. 

Invece Lino attraversò il salone con i suoi vestiti affumicati, la pancia prominente, la pelle sporca di carbone e un cappellaccio in testa, e col suo vocione chiese chi era quello che aveva fatto l’articolo contro di lui.

E io, guardi signor Lino, glielo ripeto, non è come…

In quel momento il capo si affacciò alla porta della sua stanza e guardando verso il salone disse, qualcuno lo butti fuori altrimenti a questo gli metto le mani addosso.

Lino però non sentiva ragioni e continuava a dire che lo avevamo rovinato, che tutti a Belluno ora ce l’avevano con lui e che dovevamo scrivere la verità altrimenti ci denunciava tutti.

Disse anche che lui era una persona buona, che d’inverno con quel freddo stava tutto il giorno davanti al teatro a vendere caldarroste e d’estate con quel caldo stava tutto il giorno fuori dall’ospedale a vendere i gelati e che faceva un piacere ai bambini e ai genitori, che se non c’era lui come facevano. E che lui una cosa così non se la meritava proprio e che non capiva perché ci volessimo mettere contro di lui.

In dialetto e senza congiuntivi. 

Il segretario riuscì a convincerlo a uscire prima che il capo, che nel frattempo si era chiuso nella sua stanza per non sentire, desse definitivamente in escandescenze. 

Il povero Lino provò a presentarsi ancora in redazione ma ormai ci aveva stufato e non gli davamo più relazione. Fece qualche altra telefonata di protesta, in cui cercai ancora una volta di spiegare che il titolo era in senso figurato. 

Ma ormai anche io avevo capito che era tutto inutile e che le mie figure retoriche per lui non valevano un sacco della sua carbonella. 

Anzi, non esistevano proprio. 

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Parigi, o cara…

Tra il 2013 e il 2015 mi capitò di fare due viaggi Venezia-Parigi in treno. Il primo capitò per i miei cinquant’anni. Era la prima volta che andavo a Parigi. La volta che avevo organizzato il viaggio per festeggiare la pensione di mamma, il giornale mi richiamò e al posto mio ci andò zia Carla.

Partii con un’amica giornalista, di soppiatto e in gran segreto per non farlo sapere al lavoro, così da evitare a qualcuno la voglia di crearci dei problemi.

Salimmo sul treno a Mestre intorno alle otto. Era una bella sera d’autunno e, non appena fummo a bordo, ci sentimmo subito più leggere. 

Il treno viaggiava tutta la notte. Saremmo arrivate alla Gare de Lyon la mattina intorno alle 9.30, direttamente in città, senza bisogno di recuperare bagagli e prendere navette o taxi, come se fossimo andate in aereo. 

In quella settimana avrei voluto soprattutto rilassarmi e girare a vuoto per le vie di Parigi, senza obblighi né calendari da rispettare. 

Il primo momento relax come intendevo io fu quando capitammo in un piccolo parco a ridosso di alcuni palazzi con i caratteristici camini parigini. Ci sedemmo, tirai fuori il quaderno verde con le pagine bianche e cominciai a disegnare. 

Quel quaderno sarebbe stato il mio diario di viaggio. Avevo iniziato fin dalla lunga notte trascorsa nella cuccetta a scrivere qualche appunto. Avrei continuato a farlo per tutta la vacanza, fissandoci sopra le testimonianze di quelle giornate. Biglietti della metropolitana e dei musei, impressioni sui posti e sulle persone. Tutto, insomma.

Quell’anno il Nobel per la letteratura fu assegnato a Alice Munro e io leggevo i suoi racconti sul mio e-reader. Avrei voluto scrivere anche io dei racconti. 

Ma ero grezza, lo sentivo. Le parole si inceppavano sulla carta, scivolavano via in frasi banali, nei modi di dire che deviano l’attenzione verso qualcosa di più interessante. 

Dovevo esercitarmi. Leggere e scrivere, leggere e scrivere.

Parigi sarebbe stato il mio esercizio.

Avrei scritto quello che vedevo, che facevo, che pensavo. Qualcosa di buono ne sarebbe venuto fuori.

Il treno era un’occasione fantastica. Più di dodici ore in un vagone letto con sei micro cuccette piene di umanità. Io sceglievo sempre quella più in alto, con sopra solo il tetto del vagone.

All’andata con noi c’era una modella di colore, capelli ricci sparati, con un bambino piccolo vestito alla moda che mangiava pappette e riempiva i pannolini. La mia amica era disturbata, dal rumore e dall’odore. Io osservavo. 

Un’anziana prof francese di storia dell’arte rientrava da uno dei suoi viaggi annuali a Venezia. Lo raccontava con l’aria malinconica dell’addio ma si offriva di tenere il piccolo lord quando la mamma doveva uscire dal vagone.

Nel viaggio del ritorno, nella nostra cuccetta di donne, sul lettuccio in alto, nella cuccetta gemella alla mia, c’era un uomo. Piuttosto giovane, capelli corti e ordinati, ben vestito. La mia amica non disse nulla, ma la sentii irrigidirsi. Io ero incuriosita.  

Stette tutto il tempo steso senza parlare e quando il controllore gli chiese i documenti non ebbe niente da ridire.

Provai a pensare a come sciogliere l’enigma. Mi immaginai che potesse essere uomo solo all’apparenza mentre sulla carta di identità era donna. 

Sembrava un personaggio di George Simenon, uno di quei ragazzi tristi dall’aria innocua a cui dentro ribolle tutto un mondo. 

Quando rientrammo da Parigi cominciai a scrivere racconti sui nostri compagni di viaggio, immaginando le storie che avevano alle spalle.

La seconda volta andai con un’altra amica, con lo stesso treno delle otto di sera in partenza da Mestre. 

Poco più di un anno dopo, i passeggeri erano completamente diversi. C’erano moltissimi islamici. All’andata poteva sembrare un caso, ma al ritorno no. Si percepiva anche una certa tensione. Nella nostra carrozza c’era una ragazza dell’est con una valigia enorme e pesantissima. All’inizio parlammo un po’ con lei. Disse che era stata a trovare dei parenti che vivevano in una traversa degli Champs Elysée. 

Quando entrarono altre ragazze con l’hijab, l’aria cambiò definitivamente. Si misero a parlare fitto fitto tra sé anche con quella che c’era prima, lanciandoci occhiate di fuoco.

Il top fu intorno alla mezzanotte quando la prima tipa si stese sulla branda alta, quella accanto alla mia, e cominciò ad ascoltare musica araba dal cellulare.

Sono ancora stupita dal modo gentile con cui le dissi, scusa, forse ti sei addormentata con la musica accesa… 

Le storie del secondo viaggio entrarono nel mio blog, ma qualcosa andò a finire anche nel quaderno verde insieme ai biglietti usati della metro e a tutto il resto. 

Nel frattempo ero tornata a vivere a casa in Toscana. Quando mamma seppe che avevo un quaderno sui viaggi di Parigi mi disse che le sarebbe piaciuto leggerlo. Dopo un po’ che l’aveva glielo ripresi perché mi disse che non riusciva a capire la mia scrittura.

Poi lo ritirai fuori per raccontare delle cose agli allievi bellunesi di un corso di scrittura creativa on line. 

Dopodiché, il buio. Il quaderno verde è scomparso. Non è tra le cose di mamma, non è nelle mie scatole di quaderni scritti, mezzi scritti o da scrivere. 

Ormai è un bel po’ che lo cerco, rovistando nei posti più improbabili.

Potrei averlo prestato a qualcuno, ma a chi?

Chiunque lo abbia ricevuto o visto da qualche parte, potrebbe restituirmelo, per favore?

Ricambierò con una teglia di zuppa inglese. O altro dolce a richiesta.

Astenersi perditempo.

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La cabina del telefono

Una volta in redazione a Belluno arrivò un comunicato con i dati sull’utilizzo delle cabine telefoniche ancora attive in Italia. Al primo posto c’era Ponte nelle Alpi che poteva vantare la cabina più frequentata di sempre, con cifre da record rispetto alle altre, smentendo così, pur da sola, lo stato di lenta decadenza degli apparecchi telefonici pubblici dovuto all’avvento dei cellulari. 

La notizia era curiosa e venne pubblicata. Ma il comunicato non chiariva il perché di questo dato così particolare, per cui il capo mi disse che sarei dovuta andare a farmi un giro a Ponte nelle Alpi per cercare di scoprire questo piccolo mistero.

Partii una mattina sul presto. Nonostante il lavoro di inchiesta tutti gli altri impegni, dal tribunale al giro di nera, restavano invariati, per cui quello era un impegno in più da fare nelle ore libere.

La cabina dei record era in una via centrale del paese, uno stradone trafficato su cui si affacciavano supermercati e magazzini alternati da file di caseggiati. 

Mi appostai per vedere se mentre ero lì qualcuno si avvicinava alla cabina. Niente. 

Feci un giro nei negozi vicini. Entrai in un piccolo supermercato, comprai un dentifricio naturale a base di estratti di piante, e al momento di venire via feci la mia domanda sulla cabina. Nessuno sapeva dirmi niente. Non avevano notato niente. Era tutto normale, come sempre.

Anzi, mi guardarono perfino con un po’ di sospetto.

Poi mi studiai la vetrina di un negozio piena di scarpe da corsa dall’alto fino in basso pensando di tornare nel mio giorno libero a provarne qualcuna. Rifeci la domanda sulla cabina a qualche sparuto passante e senza aver saputo niente di più di quello che sapevo quando ero arrivata, me ne tornai a Belluno, pronta ad immergermi nella mia giornata di lavoro.

Peccato. Per un giornalista è sempre una sconfitta quando lavora su qualcosa e non esce nemmeno una storia piccola piccola. Specialmente in un caso così curioso. 

In ogni caso, prendemmo la cosa con filosofia e girammo pagina, abbandonando la cabina al suo destino.

Mesi e mesi più tardi la questura convocò una conferenza stampa. La polizia aveva scoperto una casa di appuntamenti. Ci fu raccontato nel dettaglio come avvenivano i contatti, che sfruttavano le inserzioni personali sulla stampa locale, quante donne ci lavoravano, chi gestiva tutto quanto, che tipologia di clienti la frequentava.

Poi il capo della Mobile disse.

“Ricordate l’anno scorso, quando venne fuori la notizia che a Ponte c’era la cabina più utilizzata di tutta l’Italia? Era quella davanti alla casa di appuntamenti. I clienti quando arrivavano chiamavano per chiedere se potevano salire”.

Gli veniva da ridere al pensiero di come tutti i giornalisti cercavano di scoprire il perché di quello strano record mentre loro lo sapevano benissimo ma non potevano svelare nulla per le indagini in corso.

E io che ero andata al mattino presto a fare la mia inchiestina… Era ovvio che non avrei mai potuto trovare nessuno a quell’ora tra i clienti della casa. Avendolo saputo. 

Sarebbe stato proprio un gran colpaccio se la notizia fosse venuta fuori in quell’occasione, con le ricerche sul campo, anziché con una banale conferenza stampa.
Però alla fine quel piccolo mistero è stato svelato.

E questo è quel che conta.

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Un mojito allo Yachting Club

Qualche anno fa capitò che, in uno dei soliti giri al mare di un giorno con una amica, se ne aggregasse un’altra.

Questa viveva in un’altra regione, con la mia amica si conoscevano fin da ragazzine ed era già successo di condividere settimane bianche o altri brevi viaggi con tutte e due.

Come diceva nonna Libe, con la terza “non ci s’andava tanto a genio”, ma cercavo di passare oltre per rispetto della mia amica. 

Quel giorno partimmo in macchina, loro due davanti e io dietro. Ci fermammo a Frosini per un panino al prosciutto e continuammo verso il mare.

Scegliemmo la spiaggetta del cinghiale a Punta Ala, un posticino raccolto con dei piccoli scogli al termine di una pineta costellata di ville, dove io e la mia amica ci eravamo sentite sempre molto a nostro agio. 

L’altra non era affatto contenta che a terra ci fossero i ciottoli. In genere lei però si sfogava con la sua amica e io non mi accorgevo di niente. 

Con la mia amica si andava sempre in giro all’avventura.

Una volta portò una sorta di girba che riempimmo d’acqua e lasciammo appesa tutto il giorno alla macchina così che, una volta rientrate dalla spiaggia, potessimo farci una doccia calda.

Partivamo con una meta più o meno definita, all’orario che ci veniva più comodo, senza fare le corse, e poi decidevamo sul momento se andare di qua o di là, se fermarci a mangiare e dove. E senza decidere niente prima, alla fine tutto si armonizzava e andava come volevamo noi. 

Con la terza tipa invece non andava così. Anzi. Lei, puntigliosa e pignola, doveva sempre discutere e considerare i pro e i contro di qualsiasi cosa.

Spesso veniva insieme al marito, per cui tante discussioni ce le evitavamo. Quella volta invece era da sola. 

Per me non c’era nessun problema. Ero decisa a stare bene e a godermi al massimo la nostra giornata al mare, per cui mi andava benissimo la sua presenza e non avevo alcuna intenzione di lasciarmi influenzare da un bel niente.

Visto che eravamo a Punta Ala, mamma mi disse di passare a salutare Anna, una anziana parente di Firenze che aveva la casa al Porto. Chiesi alle amiche e dissero di sì. Nel tardo pomeriggio ci fermammo al residence che anche la mia amica conosceva bene. In quel labirinto di case e giardini mi sforzavo di ricordare dove fosse l’appartamento di Anna, senza riuscirci. Intanto le telefonate al suo cellulare squillavano a vuoto. Quindi decidemmo di tornarcene via. 

In quel momento il mio telefono suonò. Era lei.

Insistette perché rimanessimo e disse che ci avrebbe offerto volentieri un aperitivo. 

Volevamo seguirla allo Yachting Club dove più tardi avrebbe partecipato a una cena con il tale e il tal altro?

Con le due ero stata anche a Cortina d’Ampezzo, durante una settimana bianca. Erano state tutto il tempo a dire, guarda che schifo questi ricconi, e perfino la tizia dell’ufficio turistico, alla quale si era rivolta l’amica che veniva da fuori, aveva dato loro ragione.

Lo Yachting Club di Punta Ala, però, quella sera andava bene.

Anna aveva vissuto gran parte della sua vita in barca a vela con il marito. Da quando lui non c’era più, lo Yachting Club continuava ad annoverarla tra i soci in segno di rispetto e, credo, anche con un certo affetto.

Lei ne era orgogliosissima e non mancava di citare il Club in ogni suo discorso. Quella sera, quando oltrepassammo la soglia del Circolo, era raggiante, potendo vantare tre ospiti. Io ero un po’ tesa, invece, aspettandomi che le mie amiche dicessero qualcosa di strano. 

Per fortuna non avvenne.

Quando Anna, dopo averci presentato al barista, ci chiese che cosa volessimo bere, la terza disse: un mojito.

Va bene per tutte. Tre mojito per la mia nipote e le sue amiche, disse Anna. 

Il sole tramontava sul golfo di Punta Ala. Noi eravamo sedute nel Club di Luna Rossa, sulle poltroncine nella terrazza fronte mare. Il cameriere ci servì il mojito come se fossimo state tre piccole principesse. Anna era felice che noi fossimo lì per mostrare ai suoi amici dello Yachting che non era solo una vecchia signora bisognosa di compagnia.

Insomma, era tutto perfetto.

Solo molto tempo dopo ho scoperto che la terza tipa aveva avuto da ridire quasi su tutto. Su di me che parlavo troppo, sul fatto che non si trovasse la casa di Anna e su tanto altro. Salvo ricredersi una volta che si era seduta come ospite allo Yachting Club.

Meno male che non mi ero accorta di niente. E questo bastava e avanzava.

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Un piatto di spaghetti in New York City

Una volta Liz mi chiese di cucinare per lei qualcosa di italiano. Spaghetti col pomodoro. Non fu semplicissimo raggranellare l’occorrente, non tanto per la pasta e il pomodoro, quanto per l’attrezzatura. “Ma io ho uno scolapaste! Come puoi pensare che non ce l’abbia” mi disse Liz quando le chiesi come intendesse scolare la pasta.

Preparai il sugo con aglio, prezzemolo e pomodoro. Feci bollire l’acqua, la salai, cossi la pasta per il tempo indicato sulla confezione. La condii e la mangiammo.

Mi pare di ricordare che non fosse venuta malaccio. Non ricordo se capitò quello che dicevano della pasta venduta negli Stati Uniti, cioè che era fatta con grano tenero. 

Ricordo soltanto che dopo cena mi prese una botta di sonno pazzesca e filai a dormire.

Per la prima settimana andare a letto intorno alle otto di sera era d’obbligo, visto che soffrivo ancora il jet lag. Poi per fortuna passò. La sera degli spaghetti ero già abbondantemente fuori dalla zona jet lag, ma caddi ugualmente preda di un sonno di piombo.

Un’altra volta Liz mi costrinse a parlare in inglese davanti a tutti sul bus che ci riportava a casa dal centro. Passavamo sotto il Crysler Building, uno dei miei edifici preferiti di Manhattan e lei mi chiese di descriverlo. Non avevo idea di quello che intendesse farmi fare.

“Prendi il tuo libro e leggi quello che dice del Crysler”.

“Ecco qua”, aprii il libro a pagina 144 e glielo mostrai.

“Io non capisco l’italiano, traduci”.

“Progettato da William Van Alen…”

“A voce alta, magari interessa anche a loro”, disse Liz, allargando la mano ad indicare la gente che era nel bus insieme a noi.  

Eravamo in piedi e ci tenevamo al palo per non cadere alle fermate. Io mi vergognavo, per l’inglese ma anche per il resto. Liz invece sembrava una piazzista. “È vero che interessa anche a voi?”.

Non ricordo di aver sentito risposte decise. Sbaglierò. Ma quel giorno mi toccò fare l’americana, parlando alla gente sul pullman di un monumento della loro città.

La situazione in Italia si va facendo ogni giorno più drammatica. Oggi, 22 marzo 2020, a un mese dall’inizio di questa epidemia, i numeri sono altissimi. 53.578 i casi positivi, 4.825 i morti. In questi giorni abbiamo pianto vedendo i video dei camion militari che portavano le bare dal Nord Italia in altri luoghi per la cremazione. Molti i medici e gli infermieri contagiati, diversi i morti anche fra i soccorritori. 

Ho iniziato a scrivere i miei ricordi di New York pensando alla differenza fra quei giorni di completa libertà, di spensieratezza e avventura, mentre ero costretta a stare in casa per evitare i rischi di contagio. All’inizio ci si scherzava, era un gioco. Una settimana a casa, due, e poi sarebbe tornato tutto come prima. Così pensavamo, credo. Facevamo le lunghe file ai supermercati in silenzio, con il volto nascosto dalla mascherina e le mani fasciate nei guanti di lattice. Non salutavamo più nessuno, un conto è baciarsi e abbracciarsi, un conto è la paura di rimanere contagiati. In questa guerra il nemico vero è invisibile ma l’altro, gli altri esseri umani, quelli che rappresentano il pericolo, sono visibilissimi. Poi, valle a riconoscere le persone, con il volto coperto fino agli occhi e lo sguardo puntato a terra.   

Oggi è difficile ridere e non è più un gioco. La macchia si espande, ha già toccato la Toscana e non è detto che non tocchi anche noi.

I miei giorni newyorkesi si fanno sempre più piccoli e lontani. Mi chiedo se ha senso stare ancora qui a raggranellare ricordi e sensazioni di un tempo che non è più. 

Ma la risposta è davanti ai miei occhi. Non mi sono sentita mai libera e viva come in quelle tre settimane da sola a calpestare chilometri di marciapiedi newyorkesi con i miei stivalini neri. Ricordare come ero, non può che farmi bene. Al peggio potrei rischiare di risvegliare lo spirito libero di quei giorni. Ma non sarebbe poi un gran male.

(7 – continua)

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Era una notte buia e fredda…

Ai tempi dell’università avevo la patente ma non ancora la macchina, per cui mi muovevo con quelle di mamma e babbo sperando di trovare sempre il serbatoio abbastanza pieno. 

Babbo all’epoca aveva un’Alfetta 2000 nera con la bombola del gas nel bagagliaio.

Si era nei primi anni ‘80 e le macchine non sempre partivano, specialmente d’inverno. Ricordo i rumori della mattina presto, quando mamma buttava una pentola d’acqua calda sul parabrezza e teneva il motore acceso per diversi minuti per farlo scaldare prima di partire.

Non c’era l’obbligo di indossare le cinture di sicurezza e chi lo faceva sembrava un po’ strano, come quelli che tenevano la mascherina prima del Covid. E un po’ anche dopo.  

L’Alfetta aveva una manopola in basso a sinistra sotto il volante per passare da gas a benzina. Ma bisognava farlo con un certo criterio altrimenti se si ingolfava poi non se ne usciva più.

Una sera d’inverno presi l’Alfetta dopo cena per andare da degli amici in Borgo. Partì subito. 

Presi in giù la discesa di casa nostra, feci il tratto in piano della quercia, risalii la curva dei pini, ancora un breve tratto pianeggiante, la curva a gomito in discesa e via lungo il viale dei tigli. Ormai era fatta. Arrivata alla Cappellina, superai i binari della ferrovia ormai dismessa e scesi verso l’imbocco sulla allora Statale 68, come quella di Guccini.

E lì, prima ancora di controllare se arrivassero macchine da sinistra, la macchina si spense. 

Girai la chiave e provai a riaccendere, premendo sull’acceleratore. Niente da fare.

Provai e provai, ma a un certo punto dovetti smettere per non ingolfare il motore, sempre che non lo fosse già.

E ora, come la risolvevo questa? Era buio, anche un po’ tardi, per la strada non passava quasi nessuno. Non potevo avvisare i miei amici, ma nemmeno babbo o mamma. Forse avrei potuto lasciare la macchina lì dov’era, a cavallo della ferrovia, per tornare a casa a piedi e chiedere aiuto. 

Uscii dall’auto sperando che prima o poi passasse qualcuno.

In effetti qualcuno passò. Era una macchina che andava verso Poggibonsi. Come mi vide, il tizio rallentò, fece manovra poco più avanti per tornare indietro e mi raggiunse.

  • Grazie, lo salutai appena si fermò.

Era sempre un ragazzo ma piuttosto grandino, non uno della mia età.

Ascoltò quello che avevo da dire sulla macchina, come funzionava con la storia del gas, come fosse partita alla grande ma scollettando la ferrovia avesse perso colpi e si fosse fermata… 

  • E insomma, che posso fare per farla ripartire? 

Il tizio cominciò a parlare, ma diceva cose che c’entravano poco con la macchina. Mi chiedeva come mi chiamavo, che facevo, perché ero lì a quell’ora.

Gli risposi, anche se non mi parevano cose importanti e ripetei.

  • Mi puoi aiutare a farla ripartire? Forse con dei cavi per la batteria…

Ma quello continuava a chiedere. 

  • L’Università? Dove di preciso… Che cosa studi?

E io a ripetere, lettere moderne a Siena, e di nuovo tutte le cose che gli avevo appena detto.

Cominciai a pensare che fosse un po’ stupido. O forse voleva solo perder tempo perché non aveva idea di come fare per aiutarmi.

Pensai che, ovunque stesse andando, avrebbe potuto trovare un telefono per chiamare casa mia e avvisare babbo che mi venisse a prendere.

  • Insomma è proprio vero che sei una studentessa, o mi stai prendendo in giro?

Uffa! Ma che gli passava per la testa a questo… era non so quanto tempo, ormai che me ne stavo lì bloccata al buio e pure al freddo, e questo si poneva tutti quegli interrogativi inutili.

  • Dai, dimmi la verità. Te stai aspettando qualcuno…
  • Noooo, mi si è fermata la macchina, non riparte. Devo andare in Colle Alta da degli amici…
  • Non è che invece stai qui apposta?
  • E ridagli… Ma che ci starei a fare? Se la macchina non si fosse spenta a quest’ora sarei già in Borgo in una casa al calduccio.

A un certo punto il tizio si mise zitto e sembrò che riflettesse, serio serio.

  • Allora mi devi scusare…
  • Perché?
  • Eh, perché io… insomma, io… 

D’un tratto guardava verso il basso e sembrava che non sapesse più che cosa dire. Aspettai.

  • Insomma, io avevo pensato che aspettassi dei clienti…
  • COSA?
  • Scusami, è che ti ho visto qui ferma per strada…

Ma roba dell’altro mondo. E chi se la immaginava una storia così? 

Rimasi talmente tanto stupita che non ebbi nemmeno la forza di realizzare sul momento che razza di lumacone si fosse fermato a far finta di soccorrermi.

Risalii in macchina e provai a girare la chiave ancora una volta. Miracolo, il motore si accese.

Salutai l’imbecille e schizzai verso Colle Alta, stando ben attenta a posteggiare in discesa nel caso al ritorno mi fosse toccato lo scherzetto bis.

Che magari mi capitava di incrociare ancora una volta un idiota di tal razza…  

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Cena al Casone con Caron Dimonio

Il primo anno che lavorai a Mestre i colleghi organizzarono una cena in un casone di pescatori in laguna dalle parti di Caorle. Ospiti d’onore, io e una collega tedesca che quell’estate aveva lavorato all’inserto in lingua dedicato ai turisti.

Prima del gran giorno ci avevano edotte su ciò che avremmo trovato. Una vera capanna di pescatori con il tetto in paglia come quelle tanto amate da Hemingway, una cena di pesce freschissimo a un prezzo irrisorio. Ma soprattutto, privilegio riservato alle sole componenti femminili del gruppo, mentre i maschi avrebbero percorso a piedi il tratto dal posteggio al casone, noi saremmo state trasportate su una zattera da una specie di Caron Dimonio. 

Il capo della redazione ce lo aveva descritto con dovizia di particolari. Barba lunga e incolta, così come i capelli, stava sempre a piedi nudi ed era già un’attrazione di per sé.

Arrivammo la sera tardi dopo il lavoro e lasciammo le macchine nel luogo indicato.

Quindi i colleghi si avviarono a piedi dopo averci consegnato nelle mani del Caronte che si esprimeva soltanto in dialetto.

Era già buio ma la notte era rischiarata dalla luna. La laguna era immersa nel silenzio, interrotto ogni tanto dallo sciabordio dell’acqua e dal verso di qualche animale notturno. Oltre che dalle nostre voci di giornalisti cittadini e un po’ caciaroni.

Il nostro traghettatore ci fece accomodare sulla zattera, eravamo in quattro, quindi, salito a bordo con un balzo, cominciò a vogare attraverso la laguna.

Vorrei aver conservato una memoria più vivida di tutti i particolari di quell’esperienza. Mi pare di ricordare che i colleghi si erano offerti di portare le nostre borse fino al Casone per non appesantire la zattera, e che faceva un po’ freschino. 

Nel casone c’era un lungo tavolo di legno apparecchiato. Dietro scoppiettava un bel fuoco nel caminetto. Ci sedemmo e subito arrivarono dei vassoi con gli antipasti. Peoci freschissimi, che sarebbero le cozze. Canoce (ovvero cicale di mare) candide e tenere. Pur non essendo una grande mangiatrice di pesce (ho iniziato solo a ventidue anni) avevo trascorso tutta l’estate mestrina ad assaggiare spaghetti ai caparossoi (vongole) in ogni parte della provincia veneziana (cosa che alla fine mi aveva causato un’eruzione di bolle rossastre su tutto il corpo) per cui il pesce della laguna lo conoscevo abbastanza bene.

Ero quindi titolata anch’io per decretare che quello servito al casone era veramente eccezionale. Freschissimo, cotto e condito quanto bastava per apprezzarne gusto e freschezza. Ed era anche abbondante. I vassoi continuavano ad arrivare mentre i colleghi spiegavano di che pesce si trattava e come si mangiava. 

Fin dai giorni precedenti ci parlavano di quello che sarebbe stato il piatto forte della serata, il broetto. Una zuppa di granseola (un granchio gigante) e di tante altre qualità di pesce che, con una cottura lenta e lunghissima, si disfacevano rendendo il brodo densissimo.

Su questa crema galleggiavano dei trancetti tondi argentei, pastellati e fritti. Chiesi che cosa fossero. 

Anguilla, mi risposero.

No, con questa non ce la posso fare, e la scansai, rimandando a dire il vero quasi tutto il broetto in cucina. 

I colleghi ci rimasero un po’ male e mi incitavano almeno ad assaggiarla, ma preferii di no.

Tanto la cena aveva ancora un sacco di portate, tra primi e grigliate.

Alla fine eravamo pieni da scoppiare, quando qualcuno chiese se prendevamo il caffè.

Tripudio di mani alzate.

Arrivò nei bicchierini di terracotta e fu il caffè più buono che avessi mai bevuto. Lo aveva preparato uno dei lavoranti del casone, uno straniero dei Balcani o della Turchia, lasciando tutta la sera un paiolo di rame con acqua e caffè a sobbollire nel caminetto.

Insieme ai vassoi pieni di crostacei e molluschi, arrivavano anche le bottiglie di vino.

A un certo punto della cena eravamo tutti molto allegri. Qualcuno cominciò a sobillarmi chiedendo di fare l’imitazione di un collega, non presente, un tipo un po’ particolare che mi rendeva il lavoro abbastanza difficile. Il collega in questione parlava solitamente per frasi fatte e con tono solenne, per cui imitarlo era abbastanza semplice. Poi c’era la mimica con la quale accompagnava le sue affermazioni, che a me veniva benissimo.

Non feci caso, nell’allegria della serata, che durante il mio piccolo show qualcuno scattava delle foto. Fu il capo, qualche tempo dopo, a dirmi che le teneva nel cassetto pronte all’uso nel caso ce ne fosse stato bisogno. per ricattarmi

Insistei per vederle e, miodio, la facevo veramente bene quell’imitazione. 

Il capo le richiuse subito nel cassetto, nonostante gli chiedessi di darmele che forse era meglio se le tenevo io.

Non ho mai pensato nemmeno per un attimo che mi avrebbero tradito mostrandole all’interessato, tra l’altro anche piuttosto permaloso e vendicativo.

In segno di lealtà, quando il mio periodo di lavoro finì, tra i regali che ricevetti c’erano anche quelle foto.

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