Per fortuna non se ne fece di niente. Nel senso che non ci fu bisogno che il Caso Umano mettesse a disposizione il “suo” appartamento per la famiglia canina, né tantomeno fu necessario che si trasferisse da me per qualche giorno.
Non riesco nemmeno a immaginare quali sarebbero potuti essere gli effetti di una soluzione del genere.
La vita procedette tranquilla, si fa per dire, nell’attesa che il Caso Umano trovasse finalmente una sistemazione, più o meno definitiva, che le permettesse di lasciare libera la casetta.
Ormai speravamo che quel giorno si avvicinasse più in fretta possibile.
Dopo la mia serata a teatro con le amiche il Caso Umano, ovvero la Tipa della Conchiglia Sbriciolata, aveva in programma di assentarsi per qualche giorno.
La sera prima della partenza, mossa da un pericoloso spirito di compassione, bussai alla sua porta. In mano avevo una borsa di paglia foderata di tessuto bordeaux, che a sua volta conteneva un maglioncino d’angora dello stesso colore e una copia di un libriccino scritto da me.
Lei era una che faceva molti regali. Mi pareva giusto ricambiare.
Ma soprattutto ero dispiaciuta per il suo disagio. Il fatto che io continuassi a trascorrere le giornate portando avanti il mio lavoro, pensando a mamma, alla casa, ai miei interessi, anziché metterla al centro del mondo, riusciva addirittura a scatenarmi dei sensi di colpa, per quanto cercassi di oppormi con tutta me stessa. Per questo decisi di fare un passo in avanti, nella speranza che si potesse creare un certo equilibrio, anche solo per affrontare il tempo che avrebbe trascorso ancora lì.
Il bubbone scoppiò il giorno dopo, una mattina di metà marzo, dopo un temporale da tregenda. Per colpa di un sacchetto di spazzatura.
Intorno alle 8 ricevetti un messaggio dal Caso Umano che mi informava di aver lasciato il sacchetto della spazzatura davanti casa perché, muovendosi a piedi e con una valigia, data la pioggia fortissima, non ce la faceva a portarlo con sé.
Che problema c’è? risposi. Ci penso io.
Poi però, quando andai a prenderlo successe questo. Tirai su una busta e mi si rovesciò tutto a terra. Il “sacchetto” consisteva in un accumulo di sei o sette buste per l’immondizia contenenti ogni genere di rifiuto, dall’umido alla plastica, al vetro, tutto mischiato, tutte aperte.
Le scrissi un messaggio cercando di stare più neutra possibile.
Lei cominciò subito a giustificarsi.
Sai che non sapevo come differenziare? Infatti te lo avrei voluto chiedere.
Naturalmente ne avevamo parlato, tanto che lei mi aveva detto di avere la propria tessera per i cassonetti al che io ripresi quella che lascio a disposizione degli ospiti. Poi, che vuoi chiedere? Per differenziare non ci vuole una scienza. Specialmente se in casa ti ritrovi una serie di contenitori con le etichette carta, plastica e vetro, oltre al bidoncino dell’umido. Più il normale secchio per l’indifferenziato, naturalmente.
Purtroppo ebbi la conferma, un’altra, che probabilmente non capiva e sicuramente non ascoltava. Però si stizzì molto e, ritenendo di essere stata ripresa su una cosa di cui non aveva colpa, cominciò a buttarmi addosso tutto quello che riteneva non andasse nell’appartamento “dove era costretta a stare”. Un tubo del bidet rotto (segnalato la sera tardi e riparato la mattina dopo), una doccia che non funzionava perché, essendo protetta solo da una tenda, la prima volta che l’aveva usata aveva allagato il bagno, lo scarico della lavatrice nel water. Gli insetti. Un fornelletto a gas invece del piano cottura.
Nell’appartamento per il quale le avevo chiesto una cifra simbolica, messo a sua disposizione nello spazio di un giorno e per il tempo che le serviva, una settimana, cinque o sei, rinunciando se necessario anche agli affitti di Pasqua, e senza chiedere anticipi, caparre o altro.
Ero senza parole.
Però cominciai ad arrabbiarmi. Le dissi che la trovavo offensiva, oltre che ingiusta. E lei cominciò a cancellare tutti i messaggi in chat.
Quella mattina feci due cose. Indossai un paio di guanti in lattice e cercai di differenziare la sua immondizia, per quanto era possibile. Poi le dissi chiaramente quello che pensavo di lei e che il mio unico errore era stato quello di aiutarla in modo disinteressato.
Fra tutte le stupidaggini che aveva scritto, c’era qualcosa che mi aveva colpito più di tutto il resto. Lo scarico della lavatrice nel water. Chi può considerare un problema una cosa del genere? Specialmente in una casa di passaggio.
Presi la chiave di scorta e andai a dare un’occhiata. Riuscii ad arrivare fino in bagno, dove l’occhio cadde sulla seggetta del water, spaccata, ancora appoggiata sopra al tubo di scarico della lavatrice. Cioè, veramente credeva di doverlo lasciare lì per sempre e non soltanto quando azionava la macchina? Omiodio.
Purtroppo vidi anche in che condizioni erano la doccia, il lavandino, il famoso bidet con il tubo che perdeva. Macchie dense e scure, capelli ovunque, bustine aperte di cosmetici gettate qua e là. Asciugamani completamente fradici buttati a terra…
In camera? Il disastro. Quando era arrivata aveva chiesto un posto dove poter tenere i suoi valigioni e il ragazzo che le aveva fatto il trasloco si era arrampicato sulla scala fino a un soppalco. In quel momento scoprii che lei se li era riportati giù uno per uno, saturando ogni spazio vuoto della stanza. Tra il letto e la parete nord aveva messo anche lo stendino, aperto e carico di panni. Sul tavolinetto un megatelevisore, una copia della Bhagavadgītā, vestiti ovunque, biancheria, fermagli per capelli.
Ebbi una visione. Lei, triste e solitaria, seduta sul letto con l’unico conforto di quei valigioni stretti tutti intorno. E io che pensavo potesse starsene serena almeno per un po’.
Non era cosa da lei.
Dall’armadio a muro, lasciato aperto, vidi spuntare una specie di lampadina da notte, due sfere di plastica bianca l’una sull’altra, come un otto, e un piccolo schermo nero stondato sulla parte superiore.
Non ci feci troppo caso, mentre scattavo qualche foto di tutto quel disastro.
Sono in un bistrot con due amiche. Ognuna di noi ha davanti un piatto, ognuna diverso, ma tutte con lo stesso bicchierone di birra.
Una è appena tornata da un superviaggio, oltreoceano e con intenti umanitari, e io avrei molta voglia di sentire il suo racconto. L’altra sta per partire per una nazione tra l’Asia e l’Europa.
Mangiamo un boccone veloce prima di andare a teatro per un concerto.
Il discorso cade sulla nuova amica (la tipa della conchiglia sbriciolata).
Quella sera ci sarebbe dovuta essere anche lei.
Lei che ripeteva di amare la musica, che senza musica non avrebbe potuto vivere.
Invece, dopo aver aderito subito alla mia proposta, qualche giorno prima, quando le ho ricordato l’appuntamento è diventata vaga.
Oddio, devo vedere… Ho da fare un po’ di cose mie… Ti faccio sapere…
Il giorno stesso, non avendo saputo più niente, le comunico che sarei partita alle sette e che avremmo mangiato in un bistrot.
Vai pure, dice, preferisco sistemare alcune cose mie, devo prepararmi per il viaggio di dopodomani.
Mi sembra di percepire che qualcosa non quadra, ma pazienza. D’altra parte già nei giorni precedenti la nuova amica, che vive nella casetta da una decina di giorni, di stranezze ce ne ha mostrate un bel po’.
In ogni caso, per me è la prima uscita con le amiche dopo i giorni del dolore, e non mi faccio turbare più di tanto.
Poi, una volta al bistrot, il discorso cade su di lei.
Le amiche chiedono, come ci siamo conosciute, com’è, che fa.
Tra l’altro ho anche alcune foto.
No, non alcune. Una intera collezione poiché la tipa a ogni passo che fa si scatta un selfie e me lo manda.
Tutti primi piani. Primo piano della tipa a teatro che assiste al balletto, primo piano della tipa sulla terrazza di casa mia (in realtà è affacciata alla finestra della cucina, ma come vedremo, per lei dire le cose che non corrispondono alla realtà, minime o importanti che siano, non sembra essere un problema). E ancora. La tipa che mangia in un ristorante vegano, la tipa accanto a un manifesto di un qualche corso yoga.
La tipa. Punto.
Che faccia da psicopatica! Dice R.
Ma dai… è un po’ particolare, questo è vero… Dico io.
No no, dammi retta – R. insiste – Questa è proprio psicopatica. Guardala bene…
Intanto L., l’altra amica, se la rideva, continuando a mangiare polpettine di melanzana.
Senti, io ti dico una cosa. Questa è pericolosa, si vede dalla faccia. Levatela di torno prima possibile…
R. è decisamente categorica.
Durante il concerto mi arriva un messaggio.
Sai, ho fatto bene a non venire. Domani sera vado via presto per dormire da un’amica e prendere il treno la mattina all’alba. Sarà per un’altra volta. Magari organizziamo qualcosa da sole, io e te.
Sì, magari.
Credetti di capire una cosa. Che l’idea di trascorrere una serata con le mie amiche la metteva a disagio.
Anche se non capivo ancora bene il perché, tutto quello che faceva cominciava a far sentire molto a disagio me.
Il giorno dopo, vedendo che all’ora che aveva detto di dover andare era sempre in casa, le chiesi se non usciva.
No, parto domani mattina prestissimo. Non è necessario che vada a disturbare la mia amica. Tanto ho trovato uno che mi dà un passaggio a quell’ora…
Sembrava un po’ strano. Tutti lei li trovava quelli pronti a ogni ora del giorno e della notte a dar passaggi per qua e per là.
La sensazione di disagio aumentava. Non capivo bene che cosa volesse dire né che cosa volesse fare. Da quando era arrivata a casa mia alternava momenti (apparentemente) di affetto e di preoccupante dipendenza da me e da quello che le offrivo, ad altri in cui sembrava offesa e risentita nei miei confronti.
Un giorno, entrando nel mio appartamento, senti una canzone alla radio e scoppiò improvvisamente a piangere, buttandosi tra le mie braccia.
Rimase lì per qualche secondo, io non dissi niente. Poi mi chiese scusa, disse che non se la sentiva di parlare, e finì lì.
Intanto i problemi che riguardavano la sua vita lievitavano come l’impasto di una pizza gigante, sovrastando tutto il resto.
Quando la incrociavo non parlava d’altro, rovesciandomi addosso situazioni che sembrava dovessi risolverle io.
Tolsi le chiavi dalla mia porta esterna, per impedirle di piombare dentro a ogni ora senza avvisare né chiedere permesso. Seppi poi che la stessa cosa la faceva anche con mamma. Con la scusa di portarle dei regalini, una tazza, due frittelle, apriva la porta e entrava.
Lascia stare – diceva mamma – non dirle niente. Tanto tra poco, si spera, se ne va.
Intanto però avevo smesso di chiamarla nuova amica, quando parlavo di lei.
Un’amica saggia mi consigliò di mettere un limite alla tipa della conchiglia sbriciolata, una che si prendeva fin troppo spazio. Per cui quando la rividi, l’amica saggia, qualche tempo dopo, omisi di dirle che quella tipa era già ospite a casa mia.
Mentre raccontavo della nuova conoscenza, l’amica saggia registrava segnali preoccupanti a cui io mi ostinavo a non far caso.
Dopo il giorno delle marche da bollo, la tipa della conchiglia sbriciolata entrò sempre più nella mia vita.
Telefonava, scriveva, mi faceva domande. Certe cose, diceva, poteva chiederle solo a me perché ero l’unica persona che conoscevo. Lo sapevo che questa cosa non tornava affatto. Che di persone, almeno a quanto mi aveva fatto credere il primo giorno, ne conosceva diverse.
Ma io ero a terra e in qualche modo mi sentivo anche gratificata a potermi occupare di una persona in difficoltà.
Dicono che certe cose funzionano proprio così. Che certe persone sanno perfettamente a chi possono rivolgersi per ottenere quello che vogliono e in quale momento.
Evidentemente per me, quello era proprio il “momento giusto”.
Non mi pesavano nemmeno troppo, al contrario di come sarebbe accaduto in giorni normali, le attenzioni assillanti della tipa, i suoi consigli, la pretesa di diagnosticare e guarire ogni mia possibile malattia.
L’amica saggia disse che era una da ridimensionare.
Non l’ascoltai.
Poi all’improvviso fu troppo tardi. Successe così. Alla tipa bastarono pochi giorni. La ragazza autonoma che girava il mondo da sola, aveva il suo lavoro on line e aiutava gli altri a stare meglio, si rivelò un essere complicato, con mille dipendenze, ossessiva, paranoica e malmostosa. Aveva bisogno di tutto: attenzioni, tempo, ascolto. Soldi.
La casa. Quando la conobbi, il giorno delle marche da bollo, la casa in centro che aveva acquistato da poco, mi disse, era tutto quello che poteva desiderare.
Due settimane dopo mi chiedeva se conoscevo un geometra per fare una perizia all’appartamento. Era sicura che l’agenzia la stesse truffando, con la proprietaria. Temeva che le avessero voluto sbolognare in gran fretta una casa con un problema “strutturale” (secondo lei un tubo rotto nel muro della cucina) fingendo che fosse stato risolto.
Mi disse che la mattina si svegliava con i vetri appannati dal vapore, viveva nell’umido, anche i vestiti nell’armadio erano bagnati e temeva per la propria salute.
La sua capacità di trasmettere angoscia e creare continue emergenze era veramente fenomenale.
Ma tutto questo cominciai a capirlo solo dopo.
In quel momento mi sforzai di tranquillizzarla, le dissi che avrei fatto di tutto per aiutarla e scrissi un messaggio al geometra. Era un sabato pomeriggio. Mi disse di richiamare lunedì o martedì.
Mi chiederà molti soldi? Chiese lei. Perché io non posso spendere, aggiunse.
Il lunedì però lei non si fece sentire. Martedì mi comunicò di aver risolto con l’agenzia. Erano andati insieme a fare un sopralluogo e, secondo lei, anche loro si erano resi conto che il problema era reale.
Lo hanno visto con i loro occhi, disse, che l’appartamento non corrispondeva a quello per cui avevo firmato il contratto.
Quindi le avrebbero restituito la caparra.
Ma la casa, chiesi, non l’avevi comprata?
Eh no, disse lei. Il percorso doveva ancora essere completato.
Si inerpicò in un intreccio di spiegazioni, dai tempi della vendita di un’altra casa al nord, agli accordi per stare in quella attuale in comodato gratuito fino al momento dell’acquisto, che decisi di ascoltare senza troppa attenzione.
In ogni caso quando, qualche settimana dopo mi presentai all’immobiliare dicendo che avevo ospitato la tipa dopo che aveva lasciato la casa in centro, la loro versione fu decisamente diversa.
Non passarono molti giorni, che arrivò un’altra telefonata.
Scusa se chiedo ancora a te, ma non saprei a chi altri rivolgermi. Qui conosco solo te.
Mi aiuteresti a trovare un appartamento in affitto? Io entro il mese devo lasciare questa casa, non la sopporto più, ci sto proprio male.
Ma prima di comprarne un’altra ci devo pensare bene. Non vorrei rischiare di sbagliare ancora una volta.
Non posso che assumermi la responsabilità di quello che avvenne dopo. Anche se, a ben vedere, la tipa aveva seminato ben bene, e soprattutto aveva giocato consapevolmente con il nostro estremo stato di fragilità. Ma di questo mi sarei resa conto soltanto quando ormai ero chiusa in gabbia.
Inesorabilmente, tutto ciò che si era preparato in quelle tre settimane, a partire dal giorno della ricerca delle marche da bollo, le confidenze, i video musicali, le telefonate, le richieste di aiuto, i consigli per il benessere, tutto quanto, divenne una cosa sola, nell’errore (purtroppo non l’unico) più grande della mia vita.
In tre giorni una casa in affitto qua non la troverai mai, le dissi.
Vieni a stare da me, tanto ancora i turisti non arrivano, nel caso rinvio l’inizio della stagione, così nel frattempo puoi stare tranquilla, rilassarti in campagna, e capire dove vuoi andare a stare.
Un bel po’ di tempo fa in tribunale a Belluno girava una coppia che attirava l’attenzione. Lui, un ragazzo piuttosto alto e di corporatura normale, indossava un cappello alla Stanlio e Ollio coperto di paillettes d’argento sopra un completo verde. La signora, una vecchina piccola e dall’aspetto fragile, pareva la Fatina dei Boschi, con ai piedi delle pantofole in lana cotta e il vestito dello stesso materiale.
Probabilmente erano madre e figlio.
Ogni tanto li vedevo uscire, o entrare, dal palazzo di giustizia. Avrei voluto fermarli e cercare di capire chi erano e per quale motivo fossero là, ma ero sempre o troppo lontana o impegnata.
Da giorni annunciavo in redazione l’intervista ai due, chissà che storia interessante avevano da raccontare.
Ogni mattina, nella mia lista di cose da seguire, c’era anche un appunto su di loro, accanto ad altre notizie da approfondire o scoprire.
Chiesi a qualche amico avvocato di avvisarmi per tempo quando si vedevano in giro.
Un giorno qualcuno mi disse che erano appena entrati nel corridoio della Sezione Civile.
Non c’era molto da fare in quel momento per cui partii di corsa, e li trovai.
Mi avvicinai e mi presentai. Loro non parvero affatto infastiditi dal mio interesse. Anzi.
Era da un po’, disse lui, che cercavano un contatto a cui esporre il Problema, ma ogni volta c’era qualcosa che si metteva in mezzo e non riuscivano a trovare la persona giusta.
Quale sarebbe questo Problema, chiesi.
Il tizio dal cappello di paillettes aprì una borsa di plastica della spesa e ne trasse una cartelletta piena di fogli. Appoggiò il quadernetto su una superficie e cominciò a sfogliarlo mentre mi spiegava.
Ci misi un secondo a pensare, “ahi, chi me l’ha fatto fare…”.
Il quaderno era pieno di foto. Foto di condomini di periferia, palazzoni o palazzine col giardinetto e il cancello, come se ne vedono un po’ dappertutto. Ma c’era qualcosa che non andava.
Dai condomini spuntavano delle antenne.
Mentre lui parlava, la vecchina ripeteva le ultime parole, come a dare una conferma. Aveva una vocina sottile sottile.
Lui parlava a ruota sciolta, indicando le foto delle antenne. La cosa era molto complessa. Loro infatti usavano quelle antenne per arrivare a Noi.
Loro chi?
Eh… sorriso misterioso e occhi al cielo. Loro.
C’erano le onde elettromagnetiche, la Loro arma contro di Noi. Noi umani? Forse.
Molto bene. Non solo il mio articolo stava andando a farsi friggere, proprio come i nostri cervelli sotto le onde elettromagnetiche. Ma avanzava in me la consapevolezza che io questi li avevo rincorsi per settimane, solo perché uno indossava un cappello di paillettes e l’altra le pantofole di lana cotta.
Il tizio non mi mollava più, aveva trovato un pubblico, e la vecchina continuava a balbettare qualche parola di fine frase. Io intanto cominciavo a sentirmi male.
Sentivo come se avessi dentro di me qualcosa di nero, denso, amaro. Sofferenza, tanta, scura, profonda. Altro che onde elettromagnetiche.
Più stavo loro vicina e più mi avvolgevano nelle loro sabbie mobili.
Dovevo uscirne il prima possibile.
Passò il presidente del tribunale, un tipo alto e scherzoso, che veniva dalla Toscana.
Paillettes fece uno scarto e lo avvicinò, chiedendogli di ascoltarlo.
Il presidente gli spiegò che non poteva farlo, non per mancanza di volontà, ma per il suo ruolo. Avrebbe dovuto rivolgersi alla procura. Lui doveva mantenersi obiettivo e distaccato di fronte a ogni caso, senza conoscerlo prima.
Lo invidiai.
Ma colsi la palla al balzo.
Loro sembravano spaesati. Anche quel tentativo andava a vuoto.
Dissi che dovevo scappare, grazie, grazie davvero, è stato molto interessante.
Scriverà qualcosa?
Devo sentire la redazione, dissi, girando a sinistra per prendere il corridoio verso le aule giudiziarie.
Qualsiasi processo, i soliti maltrattamenti in famiglia, lo spaccio di droga, una lite tra vicini per i confini, era meglio di quell’abisso su cui mi ero appena affacciata.
Qualche tempo fa venne a stare da noi per alcuni giorni una coppia di tedeschi. Erano due tranquilli signori di mezza età, marito e moglie. Lei bionda e un po’ in carne, lui magro con i capelli grigi.
Mi sembrarono fin da subito gli ospiti ideali. Trascorrevano le loro giornate in relax, leggendo sulle poltrone a sdraio sulla terrazza. A una certa ora cucinavano e mangiavano all’aperto.Ogni tanto decidevano di visitare un paese, un museo, e stavano fuori una mattinata o un pomeriggio.
Era un piacere vedere come apprezzavano la campagna che circondava la casa e come si trovavano a proprio agio nel silenzio e nell’ambiente naturale.
Ogni volta che ci incrociavamo, ci scambiavamo un cortese saluto. Le nostre conversazioni avvenivano in inglese, ma loro avevano imparato ad azzardare qualche parola in italiano e io ricambiavo con le due e mezzo che conoscevo di tedesco.
Dal momento che erano arrivati con un giorno di ritardo, avvisandomi per tempo, spostai la loro prenotazione in avanti. Avrei perso il pagamento di una notte, ma in effetti loro non avevano usufruito dell’appartamento.
L’uomo mi pregò di rimettere tutto come era prima, perché il ritardo era dipeso da loro e non era giusto che ci rimettessi io.
Quando mancava ormai poco alla fine della loro vacanza mi dissero che sarebbero dovuti andare via il giorno dopo per un’emergenza familiare.
La moglie, una signora dal viso aperto e luminoso, mi spiegò che la loro figlia, che non aveva mai manifestato alcun tipo di problema, si era sentita poco bene. Qualcuno li aveva avvisati e loro avevano deciso di partire prima per vederla il prima possibile.
La donna mi raccontò che la ragazza era a un raduno yoga, quando aveva cominciato ad avere alcuni problemi. Ma nessuno si sarebbe mai aspettato una cosa simile da lei.
Capii che la situazione era piuttosto seria e mi dispiacque sinceramente.
Poi, a un certo punto, la donna mi disse che sua figlia era come Alice nel Paese delle Meraviglie, Alice in Wonderland. E allora mi sembrò che tutto fosse molto più leggero.
E risi. Come se fossi sollevata.
Capii subito, dall’espressione attonita, che la mia non era stata una reazione felice.
Mentre caricavano i bagagli nell’auto, cercai on line. Quella di Alice nel Paese delle Meraviglie, scoprii, era una sindrome neurologica che si manifestava con disturbi visivi, dissociazione della personalità, allucinazioni.
E in effetti lei mi aveva descritto una situazione simile. Solo che quando aveva nominato Alice mi era sembrato tutto ridimensionato. Che stupida…
I signori erano sempre più agitati e non sapevo come rimediare. Non aveva senso andare da loro a profondermi in scuse in una conversazione inglese reciprocamente zoppicante sul disturbo neurologico di una figlia lontana.
In ogni caso, la signora durante la permanenza aveva manifestato un certo interesse per le piante di mamma, così decidemmo di regalarle un vaso. Mamma ne preparò due e mi disse di far loro scegliere quella che volevano.
Probabilmente non ci capimmo bene o forse avevano la mente ormai altrove, ma i signori presero entrambe le piante e le sistemarono nel bagagliaio, in mezzo alle valigie.
Poi ci salutammo, e augurai loro buon viaggio e il meglio per la figlia.
Quindi mi misi alla finestra per vedere quando era il momento di aprire il cancello.
L’auto era ferma davanti alla porta. Sembrava che avessero finito di caricare, ma non partivano. Non volevo mettere loro fretta. Rimasi ad aspettare un altro po’.
Poi scesi e chiesi all’uomo se avessero qualche problema.
Sì, aveva posteggiato l’auto proprio davanti a un grande vaso con uno dei fichi d’India di mamma, appoggiato su un pianerottolo della scala di mattoni che sale dietro la casa. La moglie, passandoci davanti per aprire lo sportello, ci aveva sfregato la spalla e lui cercava di toglierle le spine una a una.
Alla fine partirono.
Non seppi più nulla di loro né della ragazza con la sindrome di Alice in Wonderland.
Credo di capire, ora, che cosa spinse Pablo Trincia a cercare il mio numero di telefono e chiamarmi quel giorno di una decina di anni fa. C’era una storia irrisolta, un bambino di due anni strappato alla madre con l’inganno dal padre, un bosniaco che viveva in Italia e che aveva scelto di lasciare tutto per arruolarsi nell’Isis. Tutto, eccetto il figlio. Per la cronaca di Belluno, all’epoca, la storia era fin troppo grossa. Ma neanche i colleghi del nazionale avevano inquadrato bene la situazione. Tanto per cominciare la notizia era rimasta sulla scrivania del capo per almeno un mese. E pensare che non era solo verificata, ma anche corredata di fonti e prove. C’era un gruppo Facebook che gravitava intorno alla moschea della provincia in cui si scriveva di pregare “per i nostri fratelli morti in Siria” sotto all’ultima foto scattata insieme al martire. C’era un giornale on line che riportava la storia dell’imbianchino del Bellunese e dei compagni uccisi con lui dall’esercito di Assad con i loro volti ormai senza vita. C’era una foto sul profilo Facebook dell’uomo, in cui giocava con il figlio, facendolo volare in aria. Una collega lo riconobbe come l’imbianchino che aveva lavorato a casa sua pochi mesi prima. Ma in tutto questo, il bambino che c’entrava? I colleghi si lanciavano in interpretazioni e risposte azzardate. “Ormai sarà in una madrasa, la mamma non lo rivede più”. “Lo avrà lasciato in Bosnia e sarà partito per la Siria da solo…”. L’unica cosa vera, purtroppo, anche se si sarebbe saputo solo qualche anno dopo, era che la mamma non lo avrebbe rivisto più. Intanto sui giornali, oltre alle cronache di quanto stava accadendo in Siria, cominciavano a uscire anche reportage fotografici. Come quelli sui “cuccioli” dell’Isis. Fu pubblicata la foto di un bambino armato, in piedi accanto a una moto. La madre credette di riconoscere in lui il figlio perduto e forse fu anche sulla scorta di quell’immagine che la donna intraprese il viaggio della speranza insieme a Pablo Trincia. Intanto la magistratura aveva aperto un fascicolo per il reato di rapimento sulla scomparsa del bambino, che era nato in Italia. Tutta quella storia, in ogni suo aspetto, aveva dell’incredibile. Già la nazionalità della donna, cubana, strideva con il fatto che avesse sposato un bosniaco di religione islamica. La coppia era separata e aveva già conosciuto le aule di tribunale, dove lui era stato a processo per maltrattamenti sulla ex. Il bambino era stato affidato alla madre. Purtroppo lei si era fidata dell’ex marito e glielo aveva lasciato portare in Bosnia per Natale a conoscere la famiglia. Un errore fatale, nato dall’inganno. Il piccolo, si saprà qualche tempo dopo, era stato dato in custodia alle donne del Califfato e nel 2018 morirà sotto un bombardamento, cinque anni dopo il padre. Ascoltando i suoi podcast, ho capito quali sono le storie che piacciono a Pablo Trincia. E quella del ragazzino rapito dal padre combattente dell’Isis, era perfetta. C’era il mistero ma anche una forte implicazione dal punto di vista umano, la madre disperata e il bambino perduto. In più lui conosce il farsi, la lingua persiana, grazie alla mamma e ai nonni iraniani. Del podcast sul disastro di Rigopiano, per esempio, una tragedia assurda, in cui malintesi, inefficienza, disorganizzazione si sono intrecciati fino all’ineluttabile, un aspetto mi ha colpito in modo particolare. È stato quando Pablo, dopo aver raccontato la storia di ogni protagonista, di ogni vittima, di ogni sopravvissuto, è andato fino in Senegal a trovare i familiari del tuttofare dell’albergo, morto anche lui nell’hotel distrutto dalla valanga. Li ha abbracciati, ha pianto con loro, li ha ascoltati. Avrebbe potuto raccontare la sua storia a distanza e nessuno avrebbe avuto da ridire. Invece ha scelto di dare al giovane rifugiato africano la stessa importanza di tutte le altre vittime. L’ho trovato un messaggio molto forte.
La prima volta che ho sentito Pablo Trincia ero a Belluno, in redazione, sommersa dalle telefonate di giornalisti da tutta Italia. Avevo scritto la notizia di un imbianchino bosniaco che viveva in provincia, morto in Siria in uno scontro con l’esercito di Assad. Poi mi aveva chiamato la ex moglie, una cubana, per chiederci se sapevamo niente di suo figlio, un bambino di due anni che il babbo aveva portato con sé. Aveva letto che l’uomo era morto ma non sapeva più niente del bimbo, da quando era partito per trascorrere le vacanze di Natale dai nonni in Bosnia. Forse, chiedeva disperata, noi sapevamo qualcosa in più… Pablo mi chiamò sul cellulare. Non gli chiesi nemmeno come lo avesse avuto. Mi disse, ciao sono Pablo Trincia, un collega. Collaboro con Le Iene. Sono rimasto molto colpito dalla storia che hai scritto. Vorrei parlare con quella mamma, potresti darmi il numero? Glielo detti. Poi registrai il suo telefono nella rubrica. Nei giorni successivi il mio telefono prese a chiamarlo, da solo. Alcune volte riuscivo a vedere la telefonata in corso e a spengerla subito. Altre, partiva senza che nemmeno me ne accorgessi. Lui ogni volta richiamava, sempre gentile. Ciao Simona, sono Pablo. Che volevi dirmi? Questa storia andò avanti un bel po’, gli chiedevo scusa ma non capivo perché il mio telefono si fosse fissato con lui. In ogni caso quella sarebbe stata l’ultima volta che succedeva perché avrei cancellato il suo numero dalla rubrica. Qualche tempo dopo lessi di un giornalista che aveva intrapreso un viaggio sulle tracce del bambino scomparso, insieme alla madre, arrivando fino ai confini con la Siria. Il giornalista era lui, Pablo Trincia. Il bambino non fu trovato. Nel frattempo però iniziò ad occuparsi del caso anche la magistratura italiana con un’indagine internazionale. A un certo punto si seppe che il piccolo era morto in Siria, come il babbo. Rimasi molto impressionata dal modo di fare giornalismo di quel ragazzo. Chi altri si sarebbe lanciato in un’impresa del genere, tra pericoli e difficoltà? Nel frattempo ero rientrata a casa, in Toscana, e mi ero iscritta di nuovo all’università per perfezionare il piano di studi per l’insegnamento nelle scuole. Tra gli esami che mi mancavano c’era quello di linguistica. Non ricordo come, ma durante lo studio, da una ricerca on line emerse il nome di Pablo Trincia. Era citato in un articolo che descriveva la sua conoscenza delle lingue, che già all’epoca era un numero incredibile, quasi una ventina. Il padre era italiano e la madre iraniana, ma lui era nato e cresciuto in Germania, quindi le L1, le lingue madri, erano tre. Poi aveva studiato prima a Londra, poi in Italia lingue orientali e africane, e il numero era cresciuto. Ricordo che ne parlai con il prof in sede di esame. Lui disse che si trattava di uno dei rari casi di super poliglotti. Si sarebbe dovuto stabilire quante lingue fossero L1 e quante L2, quelle acquisite. Le lingue madri, sostiene la linguistica, possono arrivare fino a 4-5 e devono essere acquisite nell’infanzia, entro gli undici anni. Le L2, una volta che la capacità di apprendere le lingue è stata attivata, possono essere invece moltissime. Poi glielo feci sapere, scrivendogli su Messenger, perché quando avevo deciso di cancellare il suo numero, con lo stress e gli impegni di quel periodo, non avevo avuto nemmeno la forza di copiarlo su carta. Rispose subito.
“Ciao Simo!!! Ma dai, che bello che studi la linguistica!!! Io mi sono appena accorto di aver purtroppo sbagliato tutto nella vita, avrei dovuto studiare quello anch’io!!!”
Ma come, gli dissi, con tutte le cose belle che fai?
Noooo, avrei dovuto fare il professore di lingue!!! Sto studiando un libro bellissimo chiamato “Empires of the Word”, te lo straconsiglio!”
Non ho più comprato quel libro ma molti anni dopo ho iniziato ad ascoltare i podcast di Pablo, divenendone subito dipendente. Il suo modo di fare giornalismo, andando a fondo nella ricerca delle fonti, facendole parlare grazie a questa forma bellissima del podcast, la sensibilità e l’attenzione che mostra per ogni persona con cui interagisce, mi ha veramente aperto un nuovo sprazzo di mondo. L’ho ascoltato mentre facevo colazione insieme ai bambini di Satana della Bassa Padana, ho rimesso a posto la libreria e l’armadio con il dramma della Costa Concordia e il disastro di Rigopiano. Ho imparato tante cose nuove, dei fatti di cronaca (di Elisa Claps o della stagione degli attentati palestinesi in Italia) ma anche nel modo di raccontarli. Ho pianto, anche, quando nelle situazioni in cui l’insipienza umana si è elevata all’ennesima potenza causando dolore e distruzione, inatteso, spuntava una testimonianza di vera umanità. Poi ho comprato il suo libro, “Come nascono le storie”, e a pagina 104 ho letto: “Lo scenario ideale è quello in cui riusciamo a fare in modo di incontrarla e giocarcela dal vivo. Ma non avevo idea di dove vivesse Lidia. Dopo aver chiamato un giornalista della cronaca locale di Belluno ed essermi fatto dare il suo numero, le avevo parlato al telefono”. E lì mi sono emozionata, anche se mi ha trasformato in un maschio.
Ora ascolto tanti altri podcast, ma mi mancano quelli di Pablo. Ha già detto che sta lavorando al caso di Donato (Denis) Bergamini, il calciatore ucciso in Calabria nel 1989 la cui morte era stata fatta passare per suicidio. Non resta che attendere…
Qualche tempo fa sono stata contattata, su Linkedin (cosa piuttosto particolare), da un docente colligiano che mi chiedeva notizie di Giulia Sarno, alias di Giuliana Rosso, la mia cara amica Signora Giuliana. Il docente, Enzo Linari, mi confidava la sua intenzione di aprire un blog dedicato al romanzo giallo e, avendo trovato in rete un mio articolo sulla scrittrice di Gialli per Ragazzi Mondadori, la Signora Giuliana appunto, voleva qualche aggiornamento su di lei.
In particolare aveva scritto due post sulla sua attività e voleva verificarne la correttezza. Li ho inviati direttamente a lei (che all’epoca soggiornava in un albergo di montagna del Bellunese, dopo aver subito un’operazione di protesi all’anca alla veneranda età di 94 anni) grazie alla collaborazione della gentile receptionist a cui ho inviato i testi via email e che ha stampato per la signora, che ci ha risparmiato una procedura più complicata via posta ordinaria.
Dopo questo scambio, il blogger mi ha chiesto un’intervista perché raccontassi come avevo riscoperto la Signora Giuliana che all’epoca, nel 2012, viveva tranquillamente a Belluno dove nessuno conosceva la sua passata attività di giallista per ragazzi.
Ecco che, dopo una vita di interviste fatte ad altri, mi sono ritrovata a mia volta intervistata. E devo ammettere che non è stato proprio sgradevole…
(di seguito il blog “Tutto tranne che” di Enzo Linari con la mia intervista e tanti altri post dedicati a scrittori di gialli).
Simona Pacini è la giornalista colligiana che mi ha aggiornato sulla situazione attuale della scrittrice Giulia Sarno, che lei stessa aveva riportato all’attenzione dei lettori con un articolo del 2012 pubblicato su “Il Gazzettino”. Ai ringraziamenti per la preziosa collaborazione si aggiungono ora quelli per aver accettato di farsi intervistare su questo blog.
Anzitutto volevo chiederti cosa facevi nel 2012 a Belluno e in quali circostanze hai conosciuto la giallista Giulia Sarno. Come l’hai “scoperta”?
“È stata una serie di fortunate coincidenze. La signora Giuliana Rosso (questo è il suo vero nome) ha un appartamento nel condominio in cui ho vissuto anche io a Belluno, dove mi ero trasferita per lavorare nella redazione locale di un quotidiano regionale. La conobbi un giorno in ascensore e ci mettemmo a parlare. Lei sentì che ero toscana e mi raccontò di aver vissuto a Siena. Fui molto contenta di averla conosciuta. La socievolezza non era proprio di casa in quel condominio. Poi accadde che durante un giorno di riposo dal lavoro, era un 14 febbraio, San Valentino, feci dei dolcetti a forma di cuore e per non mangiarli tutti io decisi di regalarli ad alcuni vicini. Così, quando fu il suo turno, mi invitò ad entrare e ci mettemmo a parlare. Fu così che scoprii che tanti anni prima era stata una scrittrice importante nella narrativa gialla per ragazzi”.
Conoscevi già i suoi racconti?
“No, anche se da ragazzina ero una lettrice di Gialli Mondadori per ragazzi, e la mia eroina era Nancy Drew. Ammetto però di avere conosciuto soltanto quelli tradotti da autori stranieri. Ma non so dire il perché”.
Come è andata poi con lei?
“Essendo giornalista, avevo intravisto una storia bellissima da raccontare. Per i lettori del giornale era una notizia interessante il fatto che a Belluno viveva, praticamente in incognito, una autrice dei Gialli Mondadori. Lei però era un po’ titubante. Alla mia richiesta di farle un’intervista rispose che non voleva mettersi troppo in mostra con le sue amiche del posto e che avrebbe accettato solo per aiutarmi professionalmente. Belluno è un capoluogo di provincia grande come Poggibonsi, per numero di abitanti. È un posto molto chiuso e il pettegolezzo è obbligatorio. La signora Giuliana, come la chiamiamo io e i miei amici, aveva già sperimentato la cattiveria delle persone a lei più vicine, che mettevano in dubbio il suo passato di scrittrice per non darle soddisfazione. Per cui temeva che addirittura un’intervista sul più importante quotidiano cittadino l’avrebbe riportata in modo sgradevole sotto i riflettori”.
La Sarno ha parlato con te delle storie gialle, sue o di altri?
“In quel periodo tenevo dei piccoli corsi di scrittura creativa nel tinello di casa per pochi amici. Ogni tanto invitavo alcuni scrittori del posto, più scrittrici a dire il vero, per farli conoscere ai miei allievi. La signora Giuliana, così la chiamiamo in quel gruppetto, è diventata ben presto l’ospite d’onore. Ogni conversazione a cui si è prestata è sempre stata fonte di grande interesse. Sia che parlasse della struttura narrativa in tre atti di Aristotele, sia che approfondisse le differenze tra il giallo e il noir. È una donna di grande cultura, in grado di parlare di tantissimi argomenti da un punto di vista originale. Riguardo alle sue storie ogni tanto usciva un aneddoto simpatico. Una volta ci raccontò di quando era in vacanza al mare con i nipoti e fu chiamata al telefono da Mondadori perché volevano sapere il titolo della storia che stava ancora scrivendo. In quel momento arrivò la nipotina, che si scoprì il collo e le disse: ‘Guarda, il segno della medusa!’. Lei non perse tempo, riferì all’editore proprio quel titolo. Poi però dovette cambiare un po’ la storia, che mi pare si svolgesse in Sardegna, per poterlo giustificare”.
Ho visto che ti sei interessata alla storia ambientata a Belluno…
“L’Uomo Pietrificato, sì. È ispirato alla figura di Girolamo Segato, naturalista ed egittologo bellunese che aveva scoperto il segreto della mummificazione e che è sepolto tra i grandi nella chiesa di Santa Croce a Firenze. Un interesse dovuto a un motivo essenzialmente giornalistico, dal momento che lavoravo in una redazione locale e ogni cosa che si scriveva doveva sempre avere legami con il territorio bellunese”.
Tu sei stata a lungo una cronista di nera. Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?
“Oddio, a parte una certa consuetudine nel parlare con chi si occupa di soccorso e con le forze dell’ordine, c’è un aspetto che probabilmente non è molto positivo. Non solo sei sempre a contatto con dolore e sofferenza o sei costretto a scrivere notizie che i diretti interessati non vorrebbero mai vedere pubblicate (soprattutto per quanto riguarda i casi giudiziari), ma c’è anche altro. Quando analizzi le cause di un incidente, anche il più assurdo, ti rendi conto di come spesso basti veramente poco a provocare una tragedia. Un attimo di distrazione, un gesto superficiale. Per tanti anni, specialmente mentre guidavo, ho rivissuto nella mia mente centinaia di dinamiche di cui avevo scritto o che avevo ricostruito nei miei articoli. Per fortuna ora questo non mi accade più…”.
Che cosa pensi dei molti Autori, talvolta anche con relativi personaggi, nati nell’ambito della cronaca nera?
“Mi piacciono molto i podcast di Carlo Lucarelli, in cui ricostruisce storie gialle raccontandole in modo sublime. Tempo fa mi ero appassionata alle storie del Commissario Soneri di Valerio Varesi, giornalista di Parma. C’è questo filone, che funziona sempre, delle indagini accompagnate dalla passione del cibo. Più che dai cronisti di nera, sembrano ispirate dai romanzi di Vàzquez Montalbàn con il suo Pepe Carvalho, e dal commissario Montalbano di Andrea Camilleri. Anche Varesi, ambientando le sue storie a Parma, ci fa venire spesso l’acquolina in bocca. Anzi, non so se qualcuno lo ha già fatto. Sarebbe interessante una lettura trasversale dei gialli attraverso il cibo preferito dai protagonisti”.
Quali sono oggi le tue preferenze nell’ambito molto vasto della letteratura di genere “giallo noir”, ampliando il panorama anche alla fiction televisiva o cinematografica?
“Negli ultimi anni ho spostato i miei interessi più verso i classici e la narrativa, scostandomi un po’ dai romanzi di genere. Con questo non voglio assolutamente dire che non ce ne siano di qualità, sia chiaro. Ma è diverso l’orizzonte della storia, diciamo. In tv trovo molto divertente la serie dedicata a Imma Tataranni e quella di Lolita Lobosco. Tra l’altro quest’ultima l’avevo scoperta tantissimi anni fa, quando per caso acquistai il libro La circonferenza delle arance, di Gabriella Genisi. Molto leggero. Però fu utile una volta che finii sotto i ferri e la mia mamma se lo lesse tutto nelle lunghe ore di attesa in ospedale. Poi ci sono gli irrinunciabili, sia in volume che in tv: Antonio Manzini con Rocco Schiavone e Maurizio De Giovanni con il commissario Ricciardi e l’ispettore Lojacono. L’ultima scoperta è quella della serie con ‘protagonista’ l’ex Cancelliera Angela Merkel. Molto divertente”.
Hai in mente in particolare qualche storia di genere ambientata in Toscana, dato che proprio questo è il tema a cui è dedicato al blog?
“Allora, di primo acchito non posso non nominare Marco Vichi e il suo commissario Bordelli. Una delle storie che più ha lasciato il segno, mi pare che il titolo sia Morte a Firenze, si svolge proprio nei giorni dell’alluvione del ‘66. Poi Rosa Elettrica di Giampaolo Simi, che non so se definire proprio di genere, comunque è molto bello, che in parte si svolge all’Eremo di Camaldoli. Il primo nella mia classifica personale però è Enigma in luogo di mare di Fruttero&Lucentini. Ora ho anche scoperto dove è ambientato, nella pineta di Roccamare a Castiglion della Pescaia, buen retiro di Italo Calvino. Per anni ho pensato che la Gualdana di cui parlano fosse invece a Punta Ala, dove c’è il centro Il Gualdo”.
Infine ti chiederei qualcosa sulle passioni di cui sono al corrente: la cucina, se ben vedo, dove magari ricorri al giallo dello zafferano o degusti la gialla paglierina Vernaccia, e la ricerca storico-memorialistica…
“La cucina è una mia passione fin dalle scuole medie, quando scoprii la magia di mescolare insieme degli ingredienti e ottenere una cosa del tutto diversa, in quel caso un dolce alla frutta. Ho avuto poi un periodo di grande passione per le spezie e la cucina indiana, ma ora che sono tornata in famiglia non posso più sbizzarrirmi perché le ricette asiatiche non vengono apprezzate. Più che sul giallo zafferano, punterei su quello della curcuma e al posto della Vernaccia scelgo il Timorasso, un vino piemontese giallo paglierino, meraviglioso, riscoperto da Walter Massa, produttore visionario e personaggio molto particolare. Per quanto riguarda la ricerca storico-memorialistica credo che ti riferisca a due libri che ho scritto, raccogliendo testimonianze su alcuni eventi familiari. La Guerra di Pietro, che ricostruisce la storia di una parte della famiglia Nencini di Castiglioni, è stato ispirato dal ritrovamento di alcune lettere di uno zio della mia mamma morto nel ‘43 a causa di una malattia mai diagnosticata. Un altro volumetto, a diffusione privata, Il Riscatto di Nonziatina, lo scrissi su richiesta della mia amica Nina Baldi, che voleva lasciare la bellissima storia della sua famiglia in eredità ai suoi discendenti. Purtroppo in quel caso, nonostante le ricerche all’Archivio di Stato a Siena, all’Anagrafe comunale di Colle e all’Archivio Diocesano, non ho trovato un solo documento che parlasse di quelle persone. La ‘trama’ e i protagonisti erano però talmente avvincenti che alla fine è venuto fuori un libretto, a detta di chi l’ha letto, molto piacevole”.
Perdona un’ultima curiosità: cosa pensi del filone dei “gialli storici”?
“Per quanto riguarda i personaggi e i casi della storia preferisco affrontarli in versione romanzata, dove c’è almeno il tentativo di delineare caratteri e passioni, dando loro una parvenza di vita che mi è difficile trovare nei resoconti storici. Ammetto che questa visione potrebbe anche essere un mio limite, purtroppo a scuola non ho avuto incontri memorabili con la materia. In fatto di gialli storici citerei invece un libro molto interessante, scritto dall’ex coordinatore del Ris di Parma Luciano Garofalo con l’antropologo Giorgio Gruppioni e lo storico Silvano Vinceti. Il titolo è Delitti e misteri del passato. Sei casi da Ris e analizza casi come l’agguato a Giulio Cesare o l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, ma anche le morti misteriose di Pico della Mirandola, Giacomo Leopardi e Angelo Poliziano, alla luce dei passi fatti dalla scienza e dalla tecnologia”.
Il primo anno che lavorai a Mestre i colleghi organizzarono una cena in un casone di pescatori in laguna dalle parti di Caorle. Ospiti d’onore, io e una collega tedesca che quell’estate aveva lavorato all’inserto in lingua dedicato ai turisti.
Prima del gran giorno ci avevano edotte su ciò che avremmo trovato. Una vera capanna di pescatori con il tetto in paglia come quelle tanto amate da Hemingway, una cena di pesce freschissimo a un prezzo irrisorio. Ma soprattutto, privilegio riservato alle sole componenti femminili del gruppo, mentre i maschi avrebbero percorso a piedi il tratto dal posteggio al casone, noi saremmo state trasportate su una zattera da una specie di Caron Dimonio.
Il capo della redazione ce lo aveva descritto con dovizia di particolari. Barba lunga e incolta, così come i capelli, stava sempre a piedi nudi ed era già un’attrazione di per sé.
Arrivammo la sera tardi dopo il lavoro e lasciammo le macchine nel luogo indicato.
Quindi i colleghi si avviarono a piedi dopo averci consegnato nelle mani del Caronte che si esprimeva soltanto in dialetto.
Era già buio ma la notte era rischiarata dalla luna. La laguna era immersa nel silenzio, interrotto ogni tanto dallo sciabordio dell’acqua e dal verso di qualche animale notturno. Oltre che dalle nostre voci di giornalisti cittadini e un po’ caciaroni.
Il nostro traghettatore ci fece accomodare sulla zattera, eravamo in quattro, quindi, salito a bordo con un balzo, cominciò a vogare attraverso la laguna.
Vorrei aver conservato una memoria più vivida di tutti i particolari di quell’esperienza. Mi pare di ricordare che i colleghi si erano offerti di portare le nostre borse fino al Casone per non appesantire la zattera, e che faceva un po’ freschino.
Nel casone c’era un lungo tavolo di legno apparecchiato. Dietro scoppiettava un bel fuoco nel caminetto. Ci sedemmo e subito arrivarono dei vassoi con gli antipasti. Peoci freschissimi, che sarebbero le cozze. Canoce (ovvero cicale di mare) candide e tenere. Pur non essendo una grande mangiatrice di pesce (ho iniziato solo a ventidue anni) avevo trascorso tutta l’estate mestrina ad assaggiare spaghetti ai caparossoi (vongole) in ogni parte della provincia veneziana (cosa che alla fine mi aveva causato un’eruzione di bolle rossastre su tutto il corpo) per cui il pesce della laguna lo conoscevo abbastanza bene.
Ero quindi titolata anch’io per decretare che quello servito al casone era veramente eccezionale. Freschissimo, cotto e condito quanto bastava per apprezzarne gusto e freschezza. Ed era anche abbondante. I vassoi continuavano ad arrivare mentre i colleghi spiegavano di che pesce si trattava e come si mangiava.
Fin dai giorni precedenti ci parlavano di quello che sarebbe stato il piatto forte della serata, il broetto. Una zuppa di granseola (un granchio gigante) e di tante altre qualità di pesce che, con una cottura lenta e lunghissima, si disfacevano rendendo il brodo densissimo.
Su questa crema galleggiavano dei trancetti tondi argentei, pastellati e fritti. Chiesi che cosa fossero.
Anguilla, mi risposero.
No, con questa non ce la posso fare, e la scansai, rimandando a dire il vero quasi tutto il broetto in cucina.
I colleghi ci rimasero un po’ male e mi incitavano almeno ad assaggiarla, ma preferii di no.
Tanto la cena aveva ancora un sacco di portate, tra primi e grigliate.
Alla fine eravamo pieni da scoppiare, quando qualcuno chiese se prendevamo il caffè.
Tripudio di mani alzate.
Arrivò nei bicchierini di terracotta e fu il caffè più buono che avessi mai bevuto. Lo aveva preparato uno dei lavoranti del casone, uno straniero dei Balcani o della Turchia, lasciando tutta la sera un paiolo di rame con acqua e caffè a sobbollire nel caminetto.
Insieme ai vassoi pieni di crostacei e molluschi, arrivavano anche le bottiglie di vino.
A un certo punto della cena eravamo tutti molto allegri. Qualcuno cominciò a sobillarmi chiedendo di fare l’imitazione di un collega, non presente, un tipo un po’ particolare che mi rendeva il lavoro abbastanza difficile. Il collega in questione parlava solitamente per frasi fatte e con tono solenne, per cui imitarlo era abbastanza semplice. Poi c’era la mimica con la quale accompagnava le sue affermazioni, che a me veniva benissimo.
Non feci caso, nell’allegria della serata, che durante il mio piccolo show qualcuno scattava delle foto. Fu il capo, qualche tempo dopo, a dirmi che le teneva nel cassetto pronte all’uso nel caso ce ne fosse stato bisogno. per ricattarmi
Insistei per vederle e, miodio, la facevo veramente bene quell’imitazione.
Il capo le richiuse subito nel cassetto, nonostante gli chiedessi di darmele che forse era meglio se le tenevo io.
Non ho mai pensato nemmeno per un attimo che mi avrebbero tradito mostrandole all’interessato, tra l’altro anche piuttosto permaloso e vendicativo.
In segno di lealtà, quando il mio periodo di lavoro finì, tra i regali che ricevetti c’erano anche quelle foto.
Quando ero piccola i gatti vivevano liberi per le strade e non andava molto di moda tenerli in casa. C’era Braciolina, la gatta dei miei vicini, che faceva eccezione, ma lei era una bellissima Siamese dal pelo sfumato e gli occhi di ghiaccio e non poteva essere altrimenti. Così, quando cominciai a vedere un bel po’ di gattini che giravano intorno casa, affamati e senza affetto, pensai che sarebbe stato bellissimo ospitarli e darmi da fare per nutrirli e offrir loro una cuccia. Per l’appunto avevamo un micro pezzetto di terra dietro casa che fungeva da posteggio invernale per la roulotte. Qui cresceva il salice piangente regalato dagli alunni alla mia mamma e c’era un’aiuola lunga e stretta sull’altro lato dove erano stati piantati dell’uva spina e qualche giaggiolo. I gatti potevano stare lì. Costruii una casetta mettendo insieme qualche scatolone e un po’ di stracci e preparai loro una cuccia morbida e riparata. Soldi per comprare il cibo non ne avevo ma concordai con mamma una retribuzione per ogni lavoretto che avessi fatto in casa. Lavare i piatti 25 lire, sparecchiare 10 lire, spazzare 15 lire. Il mangime per gli animali all’epoca era basico. Per i gatti c’erano le lattine come quelle dei pomodori pelati, piene di sbobba generica. Però costava poco, per cui, a forza di lavoretti riuscivo sempre a comprarne quanto bastava per accudire i miei gattini. Tra l’altro erano i tempi in cui ancora si pensava che ai gatti il latte non facesse male, per cui un piattino con la zuppetta di pane raffermo c’era sempre. Anche per la gioia delle formiche. Ero molto orgogliosa del lavoro che mi permetteva di nutrire tutti quei gatti. Mi sentivo nel giusto e mi piaceva raccontare quello che facevo per sentirmi dire quanto ero brava. Invece c’era gente che non lo apprezzava affatto. La vicina del salice piangente, per esempio. Quella che non poteva sopportare che le fronde andassero a cadere dentro il suo spicchietto di terra. A lei i gatti davano fastidio. Perché sporcavano, perché portavano malattie, perché attiravano le formiche, perché il cibo puzzava. Perché perché. Stava sempre lì a brontolare e a dire frasette un po’ sottovoce un po’ no, del tipo, vedrai che gli fo un giorno o l’altro a quei gatti. La mattina passava il bussino giallo che ci portava a scuola. Sopra, insieme all’autista, c’era una signorina antipatica che assomigliava a Lucio Battisti. Un giorno, mentre aspettavo il bussino giallo sotto casa, vidi che il gatto grosso, quello a macchie bianche e nere, era a terra rigido. Non è possibile, pensai. Lo presi in collo. Non si muoveva, era duro come uno stoccafisso. Cominciai a piangere e decisi che non sarei andata a scuola. Dovevo controllare la situazione dei gatti, cercare di capire che cosa fosse successo. Arrivò il pulmino e io ero lì con il gatto rigido che tenevo per la coda e piangevo. La signorina mi disse di salire, ma io non volevo. Dicevo, mi hanno ammazzato il gatto, non lo vede, mi hanno ammazzato il gatto. Sul dopo i ricordi si fanno un po’ confusi. Spuntò un sacco nero per l’immondizia e qualcuno mi disse che ci avrei dovuto mettere dentro il gatto. Ma io volevo fare una buca in terra e metterci sopra una piccola croce per ricordarlo. Non ricordo se scesero giù mamma e babbo a risolvere la situazione. È probabile che furono proprio loro a farmi buttare via il gatto e a farmi andare a scuola. Così tra le lacrime fui costretta a salire sul bussino giallo insieme agli altri bambini, mentre la signorina antipatica si lamentava che avevo fatto perdere tempo a tutti e ora eravamo in ritardo. Non riuscivo a capire il perché, ma intuivo che i gatti ti fanno restare da sola e fanno anche arrabbiare le persone. Come la vicina che chissà se era stata lei, poi, a mettere il veleno.