Eravamo appena entrate nell’aia, passato il cancellino di ferro, io stavo già aprendo la porta quando sentii chiedere.
- Che bella, ma è vera?
Feci qualche passo indietro.
- Che cosa?
- La conchiglia, disse, indicando un piccolo fossile che teneva tra le dita.
- Certo che è vera. Vedi lì sul tavolo c’è tutto un mucchio di sassi e conchiglie che raccolgo qui intorno e che devo ancora decidere dove mettere.
- Anche lì stanno bene, disse lei.
Era venuta per vedere la casetta dove l’avrei ospitata nell’attesa che trovasse una sistemazione. Aveva avuto problemi con l’agenzia con cui aveva quasi concluso l’acquisto di una casa in centro e mi aveva detto che aveva bisogno di un po’ di tempo per fare la prossima scelta in tranquillità, senza fretta.
Qui, le avevo detto, puoi stare per qualche settimana. Sarai tranquilla, non dovrai pensare a nulla se non a rilassarti in mezzo alla natura prima di compiere il prossimo passo.
Quanto mi sbagliavo.
Ci sono delle cose che valgono come segnali premonitori di quello che potrebbe accadere in seguito. Ma è raro che qualcuno si tiri indietro quando li vede, facendo vincere la superstizione sulla solida razionalità.
I segnali, dicevo.
Prima di tutto la strada. La strada per arrivare a casa nostra non è facilissima. Oggi meno di prima, poiché le persone sono abituate al Gps e prestano meno attenzione alle indicazioni.
Inviai le istruzioni su whatsapp alla tipa, una vegana del nord. Lei era a piedi, bastava che seguisse i suggerimenti, vai avanti fino a lì, gira a destra di là. Cose semplici.
La prima indicazione la toppò subito, passando oltre l’edificio indicato. Mi arrivò una foto sul telefono, indicava dove era. No no, risposi, devi girare prima, a sinistra, dove sono gli alberi.
Indossai le mie scarpe da montagna e le andai incontro. Così, pensai, intanto faccio due passi.
Passata la prima curva, dopo aver fatto la salita da cui si vede tutta la strada, non c’era nessuno.
Ma come era possibile?
La chiamai.
- Sto arrivando, – disse – ero andata a sinistra dopo l’albero.
Ah, ecco. Quindi era finita in mezzo ai campi.
Sarà stata attratta da qualche capriolo. Chissà.
Tornammo indietro ognuna sui suoi passi e ci incrociammo alle pozzanghere. C’è un punto, lì, dove qualche anno prima risultò esserci stato l’epicentro di una scossa di terremoto. Lì il terreno avalla qualunque cosa ci venga buttata, sassi, ghiaia, detriti, e rimangono sempre delle buche. In quei giorni pioveva spesso e si erano formate le due solite lunghe pozze d’acqua.
Lei, notai, indossava degli stivaletti di cuoio marrone con le stringhe, alla francese.
Mi guardò e disse:
- Ma dove vai con quelle scarpe? Stai attenta che rischi di scivolare…
- Veramente sono delle Salomon da montagna, dissi. Guarda che grip… e alzai il piede destro per mostrarle la suola.
Sembrò poco convinta, ma lanciò uno sguardo compiaciuto sui suoi stivaletti da città, come se fossero l’unica scelta possibile per un viottolo infangato in aperta campagna.
Quando arrivammo a casa, sulla soglia, disse che si sarebbe tolta gli stivaletti.
- Non vorrei sporcare.
- Ci mancherebbe…, dissi, poi ci metti tre ore per riallacciarti le stringhe.
Accettò la mia proposta di due sacchetti di plastica da legare ai piedi, come un poliziotto della scientifica sulla scena del crimine.
- Questa casa è bellissima, disse.
Salimmo da mamma, lei sempre con i sacchetti ai piedi, io scalza.
Le dissi: ora puoi toglierli.
E lei, no no, preferisco non sporcare. Non ti preoccupare, sono abituata.
A mamma disse che la casetta dove sarebbe stata per qualche settimana, era il suo posto ideale.
- Ci starei tutta la vita, la comprerei.
Lei disse qualcosa su bere un caffè, vidi mamma girarsi dall’altra parte con aria indifferente.
Andiamo giù, che te lo faccio io, dissi, cogliendo il messaggio.
Mamma poi mi ringrazierà per non averle tenuto l’ospite d’intorno.
Dopo aver bevuto il caffè, disse: ora vado.
- Bene, così puoi toglierti quei cosi dai piedi…
Nei prossimi giorni avremmo definito il suo ingresso nella casetta, intanto doveva chiarire la situazione con l’agenzia.
- Ho tanta paura che non mi restituiscano la caparra, disse, mentre eravamo sul vialetto.
- Però sono molto felice di averti conosciuta e di venire a stare qui. Sono sicura che ci starò benissimo.
- Sai, continuò, le cose non succedono a caso e io ho sentito subito che questo posto mi stava aspettando.
Aprii il cancello con il telecomando per farla uscire e mi diressi verso casa.
Arrivata alla porta, mi venne di tornare indietro di qualche passo, fino al tavolino in pietra sull’aia.
Qualcosa aveva attirato la mia attenzione. Non capii subito cosa.
Poi cercai di non dare troppa importanza al campanellino che cominciava a suonare nella mia testa.
Dove c’era la piccola conchiglia fossile, quella che la tipa voleva sapere se fosse stata vera, ora c’era un mucchietto di detriti calcarei.
Come se qualcuno l’avesse sbriciolata tra le dita.
