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Prove estreme di avvicinamento (5)

Hai l’appartamento libero? mi chiede un’amica.

Mi serve per qualche giorno mentre faccio dei lavori in casa…

No, è occupato. Sto ospitando un Caso Umano.

In quel momento la situazione era ancora accettabile, per quanto complessa e piuttosto faticosa.

La tipa della conchiglia sbriciolata era entrata in una bolla paranoica in cui si vedeva circondata da truffatori. Ovunque si girasse c’erano persone pronte ad approfittarsi di lei. Ormai lo sport di casa era svicolarla. Ma anche quello era diventato difficilissimo. Se uscivo in auto, quando rientravo, sgusciava veloce fuori casa e mi chiamava. Non facevo in tempo a scendere dall’auto che l’avevo addosso insieme ai suoi problemi, alle sue richieste, ai suoi pensieri ossessivi.

Era diventato tutto molto complicato. Cominciai a sentirmi prigioniera nella mia stessa casa. Ogni volta che sarei voluta uscire, anche solo per fare due passi, temevo di ritrovarmi impigliata nella rete delle sue paranoie.

Andavo alla fontanina e era subito lì.

“Vieni a prendere un caffè?”.

Inutile ripeterle che non lo bevevo. Una volta aveva una macchina che faceva un espresso favoloso, la volta dopo c’era la cicoria.

Una sera uscii per un impegno di lavoro.

Ah beh, se è per lavoro… Commentò, come se avesse scoperto la mia ultima balla.

Un’altra volta uscii a cena senza dirle niente e il giorno dopo la trovai contrita e sfuggente. Come se stesse covando qualcosa.

Mi sentivo quasi in dovere di giustificare quello che facevo, nella speranza, inutile, di alleggerire la tensione che la tipa aveva portato con sé.

Succedeva anche a mamma. Anche lei, ogni volta che la tipa iniziava la monotona solfa dei suoi problemi, puntualizzava la particolarità della situazione che in realtà stavamo vivendo noi. Ma non ci sentiva. E il muro dei suoi problemi continuava a crescere sempre più alto.

In quel momento, però, quando la chiamavo Caso Umano, la mia voce era ancora carica di affetto verso quella strana tipa, mentre mi ritrovavo a vivere con orgoglio quanto stavo facendo per lei, e anche con una certa ironia per l’assurda situazione che si era venuta a creare.

Il livello era questo: la tipa era problematica, ma aveva incontrato noi, persone generose. E, come è sempre usato in casa nostra, su tutto il resto ci avremmo fatto delle gran belle risate.

Ora però c’era una piccola emergenza. C’era da trovare una casa per pochi giorni per l’amica. Una casa per due persone con due cani.

Purtroppo, come ebbi modo di scoprire dopo una lunga lista di telefonate, le vie degli amici sono finite e nessuno ha un appartamento superfluo da mettere a disposizione per qualche giorno. Gli agriturismo, siamo a marzo, sono ancora chiusi. Rimangono gli hotel.

Il Caso Umano, molto partecipe, dice che potrebbero tranquillamente stare da lei. Anzi, precisa che lei non ha nessun problema a spostarsi in cucina per dormire sul divano e che è disposta a lasciare l’intera camera alla famiglia canina.

Anche io, in realtà, potrei dare loro il mio appartamento e trasferirmi di sopra da mamma. Devo però tenere conto dei gatti che si ritroverebbero non solo la casa invasa dai cani ma perderebbero anche i loro punti di riferimento.

Fu allora che il Caso Umano superò sé stesso.

Dì loro che vengano pure nella casetta, non ho alcun problema a dargliela. E io mi trasferisco da te. Penso sia la soluzione migliore.

Mamma, incredibilmente, disse: Stai a vedere che anche lei, una volta tanto, riesce a pensarne una giusta.

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l’urgenza di scrivere

il fatto è che io devo scrivere. è come un bisogno della mente che così traduce ciò che passa in forma di pensiero e fissa certi aspetti della realtà.
ma il più delle volte tutte queste frasi rimangono là, sospese, frutto della mente e mai trascritte su carta. peccato, perché poi il pensiero è volatile, le cose passano, qualcuna resta, altre vengono distorte dal tempo, dalla memoria, da chissà che

il fatto è anche che dopo che ho scritto riscriverei e riscriverei e non sono mai soddisfatta
la scrittura, molto più del discorso parlato, permette di creare un’armonia fra parole, puoi ricercare la perfezione, anche se non è detto che riesci a trovarla. puoi limare, tagliare, aggiungere. fino a che la frase esprime esattamente la forma del pensiero o dell’avvenimento che vuoi raccontare.
ma poi tutto cambia, appunto. e allora togli quell’aggettivo, insulso. quell’avverbio, pesante. rovesci la costruzione del discorso in cerca di un’illusione metrica, di una musicalità diversa
mi piace immaginare che le menti umane abbiano una propria disposizione naturale se messe nella condizione di lasciarsi andare alla creatività.
ci sarà quella che traduce in musica pensieri e fatti, quella pronta a trasferirlli in un disegno, in un’opera di pittura, quella che traduce tutto in poesia.
non parlo di veri e propri artisti, penso più a un atteggiamento dell’animo che non è detto si concretizzi. o che non è detto che diventi arte 
ecco, per me credo che funzioni così per la scrittura.
è un po’ come una concretizzazione naturale del pensiero, che così si compie e assume un significato

il fatto è che scrivere è anche il mio lavoro. ma è una cosa del tutto diversa. scrivendo articoli giornalistici in realtà scrivo quasi per forza, costretta in spazi determinati, condizionata dai limiti orari della pubblicazione quotidiana oltre che obbligata dall’argomento
senza parlare delle interruzioni e delle distrazioni continue cui sei sottoposta nella vita di redazione, fra telefonate, domande dei colleghi, visite più o meno importune.

ricordo che quando ero piccola una delle cose che volevo assolutamente fare era imparare a leggere e a scrivere e per questo assillavo nonna Libe con la quale trascorrevo la maggior parte dei pomeriggi visto che i miei genitori lavoravano entrambi. non potevo sopportare di non capire quello che c’era scritto su libri e giornali che passavano per casa.
ora, non voglio dire che a quattro anni leggessi il corriere della sera. però imparai a leggere e a scrivere. per me, ovviamente. intendo dire che era una mia necessità, non avevo il bisogno di dimostrare niente a nessuno tantomeno ai miei genitori che infatti mi iscrissero in prima elementare senza nemmeno pensare di farmi saltare direttamente in seconda dove andavano quelli che già sapevano leggere e scrivere

a scuola rimasi stupita che il maestro perdesse tanto tempo a farci mettere insieme delle letterine ritagliate nella carta per formare delle parole. io componevo le mie senza difficoltà e poi spostavo l’attenzione sulle letterine della mia compagna di banco che invece era ancora lì. il maestro se ne accorgeva e mi mandava fuori dalla classe perché non disturbassi i compagni. quanto tempo sprecato!  

ero ancora alle elementari, ma in quarta o quinta, quando con la mia famiglia facemmo un viaggio di alcuni giorni a Roma in visita agli zii.
fui molto colpita dalla bellezza e dalla magnificenza della capitale e al ritorno scrissi su un quadernetto che mi era stato regalato alcune poesie.
ricordo solo alcuni argomenti: i gatti del colosseo, la cupola di san pietro. ricordo anche che forse la maestra mi fece leggere le poesie in classe, o forse le trascrissi su un foglio grande che poi venne appeso in classe. ora non saprei dire con precisione
quel quadernetto aveva le pagine bianche e una copertina gommata con un disegno composto di qualche linea e macchia fatto come con la vernice, rossa, nera e bianca. tipo un quadro astratto. ma non sono più riuscita a trovarlo. sarà stato buttato via in qualche trasloco, immagino. peccato.

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