Credo di capire, ora, che cosa spinse Pablo Trincia a cercare il mio numero di telefono e chiamarmi quel giorno di una decina di anni fa. C’era una storia irrisolta, un bambino di due anni strappato alla madre con l’inganno dal padre, un bosniaco che viveva in Italia e che aveva scelto di lasciare tutto per arruolarsi nell’Isis. Tutto, eccetto il figlio.
Per la cronaca di Belluno, all’epoca, la storia era fin troppo grossa. Ma neanche i colleghi del nazionale avevano inquadrato bene la situazione.
Tanto per cominciare la notizia era rimasta sulla scrivania del capo per almeno un mese. E pensare che non era solo verificata, ma anche corredata di fonti e prove.
C’era un gruppo Facebook che gravitava intorno alla moschea della provincia in cui si scriveva di pregare “per i nostri fratelli morti in Siria” sotto all’ultima foto scattata insieme al martire. C’era un giornale on line che riportava la storia dell’imbianchino del Bellunese e dei compagni uccisi con lui dall’esercito di Assad con i loro volti ormai senza vita. C’era una foto sul profilo Facebook dell’uomo, in cui giocava con il figlio, facendolo volare in aria. Una collega lo riconobbe come l’imbianchino che aveva lavorato a casa sua pochi mesi prima.
Ma in tutto questo, il bambino che c’entrava?
I colleghi si lanciavano in interpretazioni e risposte azzardate.
“Ormai sarà in una madrasa, la mamma non lo rivede più”. “Lo avrà lasciato in Bosnia e sarà partito per la Siria da solo…”.
L’unica cosa vera, purtroppo, anche se si sarebbe saputo solo qualche anno dopo, era che la mamma non lo avrebbe rivisto più.
Intanto sui giornali, oltre alle cronache di quanto stava accadendo in Siria, cominciavano a uscire anche reportage fotografici. Come quelli sui “cuccioli” dell’Isis.
Fu pubblicata la foto di un bambino armato, in piedi accanto a una moto. La madre credette di riconoscere in lui il figlio perduto e forse fu anche sulla scorta di quell’immagine che la donna intraprese il viaggio della speranza insieme a Pablo Trincia.
Intanto la magistratura aveva aperto un fascicolo per il reato di rapimento sulla scomparsa del bambino, che era nato in Italia.
Tutta quella storia, in ogni suo aspetto, aveva dell’incredibile. Già la nazionalità della donna, cubana, strideva con il fatto che avesse sposato un bosniaco di religione islamica. La coppia era separata e aveva già conosciuto le aule di tribunale, dove lui era stato a processo per maltrattamenti sulla ex. Il bambino era stato affidato alla madre. Purtroppo lei si era fidata dell’ex marito e glielo aveva lasciato portare in Bosnia per Natale a conoscere la famiglia.
Un errore fatale, nato dall’inganno.
Il piccolo, si saprà qualche tempo dopo, era stato dato in custodia alle donne del Califfato e nel 2018 morirà sotto un bombardamento, cinque anni dopo il padre.
Ascoltando i suoi podcast, ho capito quali sono le storie che piacciono a Pablo Trincia. E quella del ragazzino rapito dal padre combattente dell’Isis, era perfetta. C’era il mistero ma anche una forte implicazione dal punto di vista umano, la madre disperata e il bambino perduto. In più lui conosce il farsi, la lingua persiana, grazie alla mamma e ai nonni iraniani.
Del podcast sul disastro di Rigopiano, per esempio, una tragedia assurda, in cui malintesi, inefficienza, disorganizzazione si sono intrecciati fino all’ineluttabile, un aspetto mi ha colpito in modo particolare.
È stato quando Pablo, dopo aver raccontato la storia di ogni protagonista, di ogni vittima, di ogni sopravvissuto, è andato fino in Senegal a trovare i familiari del tuttofare dell’albergo, morto anche lui nell’hotel distrutto dalla valanga.
Li ha abbracciati, ha pianto con loro, li ha ascoltati.
Avrebbe potuto raccontare la sua storia a distanza e nessuno avrebbe avuto da ridire. Invece ha scelto di dare al giovane rifugiato africano la stessa importanza di tutte le altre vittime.
L’ho trovato un messaggio molto forte.
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Il bambino scomparso e come andò a finire
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Pablo Trincia e il bambino scomparso
La prima volta che ho sentito Pablo Trincia ero a Belluno, in redazione, sommersa dalle telefonate di giornalisti da tutta Italia. Avevo scritto la notizia di un imbianchino bosniaco che viveva in provincia, morto in Siria in uno scontro con l’esercito di Assad.
Poi mi aveva chiamato la ex moglie, una cubana, per chiederci se sapevamo niente di suo figlio, un bambino di due anni che il babbo aveva portato con sé.
Aveva letto che l’uomo era morto ma non sapeva più niente del bimbo, da quando era partito per trascorrere le vacanze di Natale dai nonni in Bosnia. Forse, chiedeva disperata, noi sapevamo qualcosa in più…
Pablo mi chiamò sul cellulare. Non gli chiesi nemmeno come lo avesse avuto.
Mi disse, ciao sono Pablo Trincia, un collega. Collaboro con Le Iene. Sono rimasto molto colpito dalla storia che hai scritto. Vorrei parlare con quella mamma, potresti darmi il numero?
Glielo detti. Poi registrai il suo telefono nella rubrica.
Nei giorni successivi il mio telefono prese a chiamarlo, da solo.
Alcune volte riuscivo a vedere la telefonata in corso e a spengerla subito. Altre, partiva senza che nemmeno me ne accorgessi.
Lui ogni volta richiamava, sempre gentile.
Ciao Simona, sono Pablo. Che volevi dirmi?
Questa storia andò avanti un bel po’, gli chiedevo scusa ma non capivo perché il mio telefono si fosse fissato con lui. In ogni caso quella sarebbe stata l’ultima volta che succedeva perché avrei cancellato il suo numero dalla rubrica.
Qualche tempo dopo lessi di un giornalista che aveva intrapreso un viaggio sulle tracce del bambino scomparso, insieme alla madre, arrivando fino ai confini con la Siria.
Il giornalista era lui, Pablo Trincia.
Il bambino non fu trovato. Nel frattempo però iniziò ad occuparsi del caso anche la magistratura italiana con un’indagine internazionale. A un certo punto si seppe che il piccolo era morto in Siria, come il babbo.
Rimasi molto impressionata dal modo di fare giornalismo di quel ragazzo.
Chi altri si sarebbe lanciato in un’impresa del genere, tra pericoli e difficoltà?
Nel frattempo ero rientrata a casa, in Toscana, e mi ero iscritta di nuovo all’università per perfezionare il piano di studi per l’insegnamento nelle scuole. Tra gli esami che mi mancavano c’era quello di linguistica.
Non ricordo come, ma durante lo studio, da una ricerca on line emerse il nome di Pablo Trincia. Era citato in un articolo che descriveva la sua conoscenza delle lingue, che già all’epoca era un numero incredibile, quasi una ventina. Il padre era italiano e la madre iraniana, ma lui era nato e cresciuto in Germania, quindi le L1, le lingue madri, erano tre. Poi aveva studiato prima a Londra, poi in Italia lingue orientali e africane, e il numero era cresciuto.
Ricordo che ne parlai con il prof in sede di esame. Lui disse che si trattava di uno dei rari casi di super poliglotti. Si sarebbe dovuto stabilire quante lingue fossero L1 e quante L2, quelle acquisite. Le lingue madri, sostiene la linguistica, possono arrivare fino a 4-5 e devono essere acquisite nell’infanzia, entro gli undici anni. Le L2, una volta che la capacità di apprendere le lingue è stata attivata, possono essere invece moltissime.
Poi glielo feci sapere, scrivendogli su Messenger, perché quando avevo deciso di cancellare il suo numero, con lo stress e gli impegni di quel periodo, non avevo avuto nemmeno la forza di copiarlo su carta.
Rispose subito.
“Ciao Simo!!!
Ma dai, che bello che studi la linguistica!!!
Io mi sono appena accorto di aver purtroppo sbagliato tutto nella vita, avrei dovuto studiare quello anch’io!!!”
Ma come, gli dissi, con tutte le cose belle che fai?
Noooo, avrei dovuto fare il professore di lingue!!!
Sto studiando un libro bellissimo chiamato “Empires of the Word”, te lo straconsiglio!”
Non ho più comprato quel libro ma molti anni dopo ho iniziato ad ascoltare i podcast di Pablo, divenendone subito dipendente. Il suo modo di fare giornalismo, andando a fondo nella ricerca delle fonti, facendole parlare grazie a questa forma bellissima del podcast, la sensibilità e l’attenzione che mostra per ogni persona con cui interagisce, mi ha veramente aperto un nuovo sprazzo di mondo.
L’ho ascoltato mentre facevo colazione insieme ai bambini di Satana della Bassa Padana, ho rimesso a posto la libreria e l’armadio con il dramma della Costa Concordia e il disastro di Rigopiano. Ho imparato tante cose nuove, dei fatti di cronaca (di Elisa Claps o della stagione degli attentati palestinesi in Italia) ma anche nel modo di raccontarli. Ho pianto, anche, quando nelle situazioni in cui l’insipienza umana si è elevata all’ennesima potenza causando dolore e distruzione, inatteso, spuntava una testimonianza di vera umanità.
Poi ho comprato il suo libro, “Come nascono le storie”, e a pagina 104 ho letto: “Lo scenario ideale è quello in cui riusciamo a fare in modo di incontrarla e giocarcela dal vivo. Ma non avevo idea di dove vivesse Lidia. Dopo aver chiamato un giornalista della cronaca locale di Belluno ed essermi fatto dare il suo numero, le avevo parlato al telefono”.
E lì mi sono emozionata, anche se mi ha trasformato in un maschio.
Ora ascolto tanti altri podcast, ma mi mancano quelli di Pablo. Ha già detto che sta lavorando al caso di Donato (Denis) Bergamini, il calciatore ucciso in Calabria nel 1989 la cui morte era stata fatta passare per suicidio.
Non resta che attendere…
Per chi fosse interessato, qui trova tutti i podcast di Pablo Trincia
https://tg24.sky.it/…/approfo…/pablo-trincia-podcast/amp
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