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I famelici scoiattoli di New York

A New York, per quanto fossi in preda alla frenesia, cercavo di allungare il tempo in tutto quello che facevo. Se visitavo Central Park stavo più tempo possibile su una panchina a leggere o a guardare la gente passare. Volevo vivere come se avessi abitato in quella città, non come se fossi la semplice turista che ero. Cercavo la quotidianità, la ripetitività delle azioni. Facevo quello che avrei fatto se fossi stata una Newyorker. Anche se tutto sarebbe durato solo tre settimane, per me, al momento era abbastanza.

La sveglia, la colazione a casa, poi alle 8 la camminata fino a scuola. Il pranzo, veloce, di solito un bagel con salmone e formaggio in un negozio vicino alla scuola. Il pomeriggio poi c’era da decidere dove andare. Se la scuola aveva programmato delle attività, partecipavo a quelle. Altrimenti spuntavo la mia lista delle cose che avrei voluto fare e vedere a Manhattan.

Carmen diceva una cosa vera, camminavo senza sosta. Saltavo sulla metro, sui bus, attraversavo street e avenue, visitavo musei, guardavo vetrine, scattavo foto. Ma facevo anche cose diverse. 

Una sera con la giapponese della mia classe andai a Broadway. Lei aveva trovato dei biglietti con lo sconto e mi aveva invitato a vedere Miss Saigon. Il giorno dopo commentammo l’esperienza in classe. Io ero irritata perché non avevo capito le parole. La giapponese ridacchiava. L’insegnante disse che secondo lei non era possibile che io non le avessi capite. “Certo, – dissi – ho capito qual era la storia, una specie di Madama Butterfly. Ma io avrei voluto capire tutte le parole”.

Con Mark, sempre della scuola, una volta andammo al cinema a vedere Dead Man Walking. Anche lì, stessa cosa. Capivo il senso della storia ma non le parole singole. A un certo punto in sala risero tutti, mi sembra dopo una battuta di Susan Sarandon. Ma io non avevo idea di che cosa avesse detto. 

Un’altra sera andai al cinema da sola, dalle parti di casa, su indicazione di Liz. Davano il Postino, The Postman, con Massimo Troisi, che in quei giorni aveva vinto l’Oscar per la colonna sonora. Liz mi disse che vedere il film in italiano e con i sottotitoli sarebbe stato un buon esercizio per il mio inglese.

In realtà piansi tutto il tempo.

La sera, quando rientravo in casa, facevo un po’ di cyclette nella mia camera guardando le previsioni incredibilmente precise delle tv locali di New York. La cyclette era rivolta verso la finestra e io potevo vedere quello che facevano tutti gli abitanti degli altri appartamenti. 

Le finestre erano dei grandi rettangoli verticali di vetro incorniciate da ferro dipinto di verde. Nessuna aveva le tende. Non ho mai capito questa abitudine degli americani. Probabilmente c’è un patto tacito a non curiosare nella vita altrui, ma come si fa a sopprimere la curiosità insita nell’essere umano? Io guardavo, anche se non conoscevo nessuna di quelle persone, per cui alla fine era come guardare un film. E se qualcuno faceva lo stesso con me, era uguale. Ai piani alti del caseggiato di fronte c’era un ragazzo che si allenava in casa con pesi e bastoni. In altri appartamenti si vedeva la luce e si indovinava l’arredamento anche se in quel momento non c’era nessuno.

Nei giardinetti di Stuyvesant Town vivevano tantissimi scoiattoli, di quelli belli grassottelli americani. Dopo aver scoperto che amavano ricevere cibo dalle persone, mi tenevo sempre qualcosa in borsa per loro. Un pezzetto di pane, un biscotto, un ritaglio di pizza. Non mi ci volle molto per pentirmi di questa novità. Quegli scoiattoli erano molto pretenziosi e, una volta imparato da chi potevano aspettarsi del cibo, appena lo vedevano gli si facevano incontro chiedendo senza permettergli di camminare in pace.

Questo accadde anche a me, naturalmente. E quando lo dissi a Liz lei commentò: “Brava, ora non te li toglierai più di torno”.

E così fu.

(8 – continua)

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Parigi, o cara…

Tra il 2013 e il 2015 mi capitò di fare due viaggi Venezia-Parigi in treno. Il primo capitò per i miei cinquant’anni. Era la prima volta che andavo a Parigi. La volta che avevo organizzato il viaggio per festeggiare la pensione di mamma, il giornale mi richiamò e al posto mio ci andò zia Carla.

Partii con un’amica giornalista, di soppiatto e in gran segreto per non farlo sapere al lavoro, così da evitare a qualcuno la voglia di crearci dei problemi.

Salimmo sul treno a Mestre intorno alle otto. Era una bella sera d’autunno e, non appena fummo a bordo, ci sentimmo subito più leggere. 

Il treno viaggiava tutta la notte. Saremmo arrivate alla Gare de Lyon la mattina intorno alle 9.30, direttamente in città, senza bisogno di recuperare bagagli e prendere navette o taxi, come se fossimo andate in aereo. 

In quella settimana avrei voluto soprattutto rilassarmi e girare a vuoto per le vie di Parigi, senza obblighi né calendari da rispettare. 

Il primo momento relax come intendevo io fu quando capitammo in un piccolo parco a ridosso di alcuni palazzi con i caratteristici camini parigini. Ci sedemmo, tirai fuori il quaderno verde con le pagine bianche e cominciai a disegnare. 

Quel quaderno sarebbe stato il mio diario di viaggio. Avevo iniziato fin dalla lunga notte trascorsa nella cuccetta a scrivere qualche appunto. Avrei continuato a farlo per tutta la vacanza, fissandoci sopra le testimonianze di quelle giornate. Biglietti della metropolitana e dei musei, impressioni sui posti e sulle persone. Tutto, insomma.

Quell’anno il Nobel per la letteratura fu assegnato a Alice Munro e io leggevo i suoi racconti sul mio e-reader. Avrei voluto scrivere anche io dei racconti. 

Ma ero grezza, lo sentivo. Le parole si inceppavano sulla carta, scivolavano via in frasi banali, nei modi di dire che deviano l’attenzione verso qualcosa di più interessante. 

Dovevo esercitarmi. Leggere e scrivere, leggere e scrivere.

Parigi sarebbe stato il mio esercizio.

Avrei scritto quello che vedevo, che facevo, che pensavo. Qualcosa di buono ne sarebbe venuto fuori.

Il treno era un’occasione fantastica. Più di dodici ore in un vagone letto con sei micro cuccette piene di umanità. Io sceglievo sempre quella più in alto, con sopra solo il tetto del vagone.

All’andata con noi c’era una modella di colore, capelli ricci sparati, con un bambino piccolo vestito alla moda che mangiava pappette e riempiva i pannolini. La mia amica era disturbata, dal rumore e dall’odore. Io osservavo. 

Un’anziana prof francese di storia dell’arte rientrava da uno dei suoi viaggi annuali a Venezia. Lo raccontava con l’aria malinconica dell’addio ma si offriva di tenere il piccolo lord quando la mamma doveva uscire dal vagone.

Nel viaggio del ritorno, nella nostra cuccetta di donne, sul lettuccio in alto, nella cuccetta gemella alla mia, c’era un uomo. Piuttosto giovane, capelli corti e ordinati, ben vestito. La mia amica non disse nulla, ma la sentii irrigidirsi. Io ero incuriosita.  

Stette tutto il tempo steso senza parlare e quando il controllore gli chiese i documenti non ebbe niente da ridire.

Provai a pensare a come sciogliere l’enigma. Mi immaginai che potesse essere uomo solo all’apparenza mentre sulla carta di identità era donna. 

Sembrava un personaggio di George Simenon, uno di quei ragazzi tristi dall’aria innocua a cui dentro ribolle tutto un mondo. 

Quando rientrammo da Parigi cominciai a scrivere racconti sui nostri compagni di viaggio, immaginando le storie che avevano alle spalle.

La seconda volta andai con un’altra amica, con lo stesso treno delle otto di sera in partenza da Mestre. 

Poco più di un anno dopo, i passeggeri erano completamente diversi. C’erano moltissimi islamici. All’andata poteva sembrare un caso, ma al ritorno no. Si percepiva anche una certa tensione. Nella nostra carrozza c’era una ragazza dell’est con una valigia enorme e pesantissima. All’inizio parlammo un po’ con lei. Disse che era stata a trovare dei parenti che vivevano in una traversa degli Champs Elysée. 

Quando entrarono altre ragazze con l’hijab, l’aria cambiò definitivamente. Si misero a parlare fitto fitto tra sé anche con quella che c’era prima, lanciandoci occhiate di fuoco.

Il top fu intorno alla mezzanotte quando la prima tipa si stese sulla branda alta, quella accanto alla mia, e cominciò ad ascoltare musica araba dal cellulare.

Sono ancora stupita dal modo gentile con cui le dissi, scusa, forse ti sei addormentata con la musica accesa… 

Le storie del secondo viaggio entrarono nel mio blog, ma qualcosa andò a finire anche nel quaderno verde insieme ai biglietti usati della metro e a tutto il resto. 

Nel frattempo ero tornata a vivere a casa in Toscana. Quando mamma seppe che avevo un quaderno sui viaggi di Parigi mi disse che le sarebbe piaciuto leggerlo. Dopo un po’ che l’aveva glielo ripresi perché mi disse che non riusciva a capire la mia scrittura.

Poi lo ritirai fuori per raccontare delle cose agli allievi bellunesi di un corso di scrittura creativa on line. 

Dopodiché, il buio. Il quaderno verde è scomparso. Non è tra le cose di mamma, non è nelle mie scatole di quaderni scritti, mezzi scritti o da scrivere. 

Ormai è un bel po’ che lo cerco, rovistando nei posti più improbabili.

Potrei averlo prestato a qualcuno, ma a chi?

Chiunque lo abbia ricevuto o visto da qualche parte, potrebbe restituirmelo, per favore?

Ricambierò con una teglia di zuppa inglese. O altro dolce a richiesta.

Astenersi perditempo.

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La cabina del telefono

Una volta in redazione a Belluno arrivò un comunicato con i dati sull’utilizzo delle cabine telefoniche ancora attive in Italia. Al primo posto c’era Ponte nelle Alpi che poteva vantare la cabina più frequentata di sempre, con cifre da record rispetto alle altre, smentendo così, pur da sola, lo stato di lenta decadenza degli apparecchi telefonici pubblici dovuto all’avvento dei cellulari. 

La notizia era curiosa e venne pubblicata. Ma il comunicato non chiariva il perché di questo dato così particolare, per cui il capo mi disse che sarei dovuta andare a farmi un giro a Ponte nelle Alpi per cercare di scoprire questo piccolo mistero.

Partii una mattina sul presto. Nonostante il lavoro di inchiesta tutti gli altri impegni, dal tribunale al giro di nera, restavano invariati, per cui quello era un impegno in più da fare nelle ore libere.

La cabina dei record era in una via centrale del paese, uno stradone trafficato su cui si affacciavano supermercati e magazzini alternati da file di caseggiati. 

Mi appostai per vedere se mentre ero lì qualcuno si avvicinava alla cabina. Niente. 

Feci un giro nei negozi vicini. Entrai in un piccolo supermercato, comprai un dentifricio naturale a base di estratti di piante, e al momento di venire via feci la mia domanda sulla cabina. Nessuno sapeva dirmi niente. Non avevano notato niente. Era tutto normale, come sempre.

Anzi, mi guardarono perfino con un po’ di sospetto.

Poi mi studiai la vetrina di un negozio piena di scarpe da corsa dall’alto fino in basso pensando di tornare nel mio giorno libero a provarne qualcuna. Rifeci la domanda sulla cabina a qualche sparuto passante e senza aver saputo niente di più di quello che sapevo quando ero arrivata, me ne tornai a Belluno, pronta ad immergermi nella mia giornata di lavoro.

Peccato. Per un giornalista è sempre una sconfitta quando lavora su qualcosa e non esce nemmeno una storia piccola piccola. Specialmente in un caso così curioso. 

In ogni caso, prendemmo la cosa con filosofia e girammo pagina, abbandonando la cabina al suo destino.

Mesi e mesi più tardi la questura convocò una conferenza stampa. La polizia aveva scoperto una casa di appuntamenti. Ci fu raccontato nel dettaglio come avvenivano i contatti, che sfruttavano le inserzioni personali sulla stampa locale, quante donne ci lavoravano, chi gestiva tutto quanto, che tipologia di clienti la frequentava.

Poi il capo della Mobile disse.

“Ricordate l’anno scorso, quando venne fuori la notizia che a Ponte c’era la cabina più utilizzata di tutta l’Italia? Era quella davanti alla casa di appuntamenti. I clienti quando arrivavano chiamavano per chiedere se potevano salire”.

Gli veniva da ridere al pensiero di come tutti i giornalisti cercavano di scoprire il perché di quello strano record mentre loro lo sapevano benissimo ma non potevano svelare nulla per le indagini in corso.

E io che ero andata al mattino presto a fare la mia inchiestina… Era ovvio che non avrei mai potuto trovare nessuno a quell’ora tra i clienti della casa. Avendolo saputo. 

Sarebbe stato proprio un gran colpaccio se la notizia fosse venuta fuori in quell’occasione, con le ricerche sul campo, anziché con una banale conferenza stampa.
Però alla fine quel piccolo mistero è stato svelato.

E questo è quel che conta.

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Era una notte buia e fredda…

Ai tempi dell’università avevo la patente ma non ancora la macchina, per cui mi muovevo con quelle di mamma e babbo sperando di trovare sempre il serbatoio abbastanza pieno. 

Babbo all’epoca aveva un’Alfetta 2000 nera con la bombola del gas nel bagagliaio.

Si era nei primi anni ‘80 e le macchine non sempre partivano, specialmente d’inverno. Ricordo i rumori della mattina presto, quando mamma buttava una pentola d’acqua calda sul parabrezza e teneva il motore acceso per diversi minuti per farlo scaldare prima di partire.

Non c’era l’obbligo di indossare le cinture di sicurezza e chi lo faceva sembrava un po’ strano, come quelli che tenevano la mascherina prima del Covid. E un po’ anche dopo.  

L’Alfetta aveva una manopola in basso a sinistra sotto il volante per passare da gas a benzina. Ma bisognava farlo con un certo criterio altrimenti se si ingolfava poi non se ne usciva più.

Una sera d’inverno presi l’Alfetta dopo cena per andare da degli amici in Borgo. Partì subito. 

Presi in giù la discesa di casa nostra, feci il tratto in piano della quercia, risalii la curva dei pini, ancora un breve tratto pianeggiante, la curva a gomito in discesa e via lungo il viale dei tigli. Ormai era fatta. Arrivata alla Cappellina, superai i binari della ferrovia ormai dismessa e scesi verso l’imbocco sulla allora Statale 68, come quella di Guccini.

E lì, prima ancora di controllare se arrivassero macchine da sinistra, la macchina si spense. 

Girai la chiave e provai a riaccendere, premendo sull’acceleratore. Niente da fare.

Provai e provai, ma a un certo punto dovetti smettere per non ingolfare il motore, sempre che non lo fosse già.

E ora, come la risolvevo questa? Era buio, anche un po’ tardi, per la strada non passava quasi nessuno. Non potevo avvisare i miei amici, ma nemmeno babbo o mamma. Forse avrei potuto lasciare la macchina lì dov’era, a cavallo della ferrovia, per tornare a casa a piedi e chiedere aiuto. 

Uscii dall’auto sperando che prima o poi passasse qualcuno.

In effetti qualcuno passò. Era una macchina che andava verso Poggibonsi. Come mi vide, il tizio rallentò, fece manovra poco più avanti per tornare indietro e mi raggiunse.

  • Grazie, lo salutai appena si fermò.

Era sempre un ragazzo ma piuttosto grandino, non uno della mia età.

Ascoltò quello che avevo da dire sulla macchina, come funzionava con la storia del gas, come fosse partita alla grande ma scollettando la ferrovia avesse perso colpi e si fosse fermata… 

  • E insomma, che posso fare per farla ripartire? 

Il tizio cominciò a parlare, ma diceva cose che c’entravano poco con la macchina. Mi chiedeva come mi chiamavo, che facevo, perché ero lì a quell’ora.

Gli risposi, anche se non mi parevano cose importanti e ripetei.

  • Mi puoi aiutare a farla ripartire? Forse con dei cavi per la batteria…

Ma quello continuava a chiedere. 

  • L’Università? Dove di preciso… Che cosa studi?

E io a ripetere, lettere moderne a Siena, e di nuovo tutte le cose che gli avevo appena detto.

Cominciai a pensare che fosse un po’ stupido. O forse voleva solo perder tempo perché non aveva idea di come fare per aiutarmi.

Pensai che, ovunque stesse andando, avrebbe potuto trovare un telefono per chiamare casa mia e avvisare babbo che mi venisse a prendere.

  • Insomma è proprio vero che sei una studentessa, o mi stai prendendo in giro?

Uffa! Ma che gli passava per la testa a questo… era non so quanto tempo, ormai che me ne stavo lì bloccata al buio e pure al freddo, e questo si poneva tutti quegli interrogativi inutili.

  • Dai, dimmi la verità. Te stai aspettando qualcuno…
  • Noooo, mi si è fermata la macchina, non riparte. Devo andare in Colle Alta da degli amici…
  • Non è che invece stai qui apposta?
  • E ridagli… Ma che ci starei a fare? Se la macchina non si fosse spenta a quest’ora sarei già in Borgo in una casa al calduccio.

A un certo punto il tizio si mise zitto e sembrò che riflettesse, serio serio.

  • Allora mi devi scusare…
  • Perché?
  • Eh, perché io… insomma, io… 

D’un tratto guardava verso il basso e sembrava che non sapesse più che cosa dire. Aspettai.

  • Insomma, io avevo pensato che aspettassi dei clienti…
  • COSA?
  • Scusami, è che ti ho visto qui ferma per strada…

Ma roba dell’altro mondo. E chi se la immaginava una storia così? 

Rimasi talmente tanto stupita che non ebbi nemmeno la forza di realizzare sul momento che razza di lumacone si fosse fermato a far finta di soccorrermi.

Risalii in macchina e provai a girare la chiave ancora una volta. Miracolo, il motore si accese.

Salutai l’imbecille e schizzai verso Colle Alta, stando ben attenta a posteggiare in discesa nel caso al ritorno mi fosse toccato lo scherzetto bis.

Che magari mi capitava di incrociare ancora una volta un idiota di tal razza…  

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Il delitto del Central Park

Una giovane donna corre in Central Park. Quando arriva vicina ad Harlem, nella parte nord est del parco, viene aggredita da un gruppo di teen agers che la prendono a sassate, la picchiano, la accoltellano e la lasciano agonizzante in un fosso quasi dissanguata. Il suo corpo rimarrà a terra finché qualcuno, passando di lì, non lo vedrà e chiamerà i soccorsi. La donna sarà ricoverata in ospedale, rimanendo in coma per 12 giorni. 

Questa notizia mi si è conficcata dentro e ogni volta che penso a Central Park l’episodio si sovrappone a tutte le cose belle lette nei libri e viste nei film.

Quando, con la scuola, andammo a visitare il museo della televisione, The Paley Center for Media, sulla 52esima, dopo il giro di rito ci offrirono la possibilità di accedere agli archivi. Ognuno avrebbe potuto scegliere l’avvenimento che gli interessava e vedere il materiale che lo riguardava.

Io chiesi il materiale sull’aggressione di Central Park. Ricordo che c’era addirittura una specie di quadretto appeso alla parete che raffigurava come una mappa con tanto di disegni le varie fasi dell’aggressione. Devo avere ancora la foto da qualche parte.

Carmen scelse l’omicidio di John Lennon, anche quello avvenuto vicino al Central Park, sotto il Dakota Building, dove viveva con Yoko Hono. Passammo anche dallo Strawberry Fields, il Memorial inaugurato alla fine del 1985 in Central Park, poco distante da dove John Lennon fu ucciso l’8 dicembre 1980.

Nel 1993 Josie Barnard, nella sua guida per donne in viaggio a New York, scrive a proposito di Central Park: “Nel 1876 la rivista Harper’s scrisse che emanava ‘un’atmosfera e un gusto magici’. I suoi creatori, Olmsted e Vaux, volevano che contribuisse alla ‘più grande felicità di chiunque… ricco o povero, giovane o vecchio, ebreo o gentile’. Oggi compare regolarmente nella cronaca nera per stupri di gruppo e delitti efferati”.

Il caso della jogger di Central Park è del 19 aprile 1989. Trisha Meili, che fu data per morta, è invece sopravvissuta all’inferno che visse quella sera mentre faceva la sua corsetta serale. Da allora, da economista di belle speranze si è trasformata in una speaker motivazionale e lavora con le vittime di aggressioni sessuali al Mount Sinai. Continua a soffrire di amnesie e altri postumi dopo l’aggressione. Nel 2003 ha pubblicato un libro, I am the Central Park Jogger. Quel giorno di tanti anni fa le vittime di violenza furono moltissime con una trentina di giovani scatenati in un’apoteosi di aggressioni, attacchi e rapine nella zona più a nord del parco. 

Con Liz mi trovavo bene anche se non era facile intendersi a causa del mio blocco nel capire la parlata e nell’esprimermi. Quello era lo scopo del viaggio. Dopo tanto studio, avrei finalmente potuto sciogliermi e rendere viva la lingua che avevo studiato.

Quando me la trovai davanti, fuori dalla porta di legno color avorio del suo appartamento, rimasi sorpresa. Al telefono avevo pensato a una signora di mezza età o più, del tipo professoressa. Un po’ seria e anche rigida. 

Invece mi trovai di fronte a questa biondina dai capelli corti, taglio sbarazzino, bocca grande, gran sorriso, alta qualche centimetro in meno di me.

Il suo modo di fare era spiccio e diretto. Non mi nascondeva il suo fastidio per la mia difficoltà di espressione ma era anche collaborativa, e faceva in modo di spiegarmi le cose. 

Appena arrivata, vista l’ora, mi spedì a dormire. Il giorno dopo avremmo parlato. Mi mostrò quindi gli spazi della casa a mio uso e quelli comuni e mi fece vedere dove avrei potuto mettere le mie cose in frigo. Qualche tempo prima aveva ospitato un altro italiano, un ragazzo, che pare si allargasse un po’. “Mi chiedeva sempre il mio deodorante! – mi disse una volta – e io gli spiegavo che non potevo prestarglielo. Ma lui ogni volta insisteva”.

Non capii dove fosse il problema finché non andai in uno di quei mega negozi di profumeria, integratori e varie, a cercarne uno per me. All’epoca usavo il Breeze, con la confezione che si premeva verso l’ascella senza bisogno di venire a contatto con la pelle. Non ci fu verso di trovarne uno simile, erano tutti roll-on. Quella sembrava l’unica possibilità con cui intendevano il deodorante a New York

Ecco perché la richiesta dell’italiano era così fuori luogo.  

(6 – continua)

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All’ombra delle Due Torri

Prima di partire cerco di prepararmi al meglio. In libreria trovo un libro di Josie Barnard, “New York, una guida per donne in viaggio”. Titolo originale: Virago Woman’s Guide to New York. 

Lo leggevo a casa prima di addormentarmi. Una sera lessi il capitolo dedicato ai consigli su che cosa fare e a chi rivolgersi in caso di violenza sessuale. Devo ammettere che questa cosa mi mise un po’ di apprensione. Dovetti parlarne con qualcuno perché ricordo un tizio, una specie di guru motivazionale con il quale avevo fatto un seminario, che mi disse. “Sapete che dovete fare se qualcuno cerca di violentarvi? Ditegli: vieni qua che ti faccio un pompino. È l’unico modo per farli scappare”.

A parte il fatto che con il mio inglese tirar fuori una frase del genere nel corso di un tentativo di violenza sarebbe stato impossibile. Se poi l’aggressore fosse stato tedesco, olandese, indiano o cinese non avrei saputo proprio come dirlo. In ogni caso all’epoca ero timidissima e complessata, anche se sembravo pronta a spaccare il mondo. Quindi feci quello che facevo di solito in occasioni simili. In risposta alla frase del guru rimasi in silenzio e la mia faccia divenne paonazza. 

Se penso alla faccia che dovevo avere mentre girellavo spensierata per le strade di Manhattan, credo che oggi mi verrebbe voglia di prendermi a schiaffi. In foto mi vedo carina, con il mio visetto magro e sorridente, incorniciato dai capelli ricci e rossi. 

Sono sicura di aver avuto stampata in faccia un’espressione trasognata e assurdamente felice. E insopportabile. Camminavo felice, osservavo curiosa, sorridevo a tutti, ringraziavo, sperimentavo il mio inglese, scoprivo nuovi negozietti con vestiti fantastici a prezzi stracciati. Ero a tre metri da terra, minimo. 

Eccetto i pusher che ogni tanto mi si avvicinavano mentre ero intenta a scrutare una vetrina e mugugnavano frasi incomprensibili, che non capivo nemmeno se fossero rivolte proprio a me, riscontravo la stessa attitudine anche nei volti di chi incrociavo, o nei commessi dei negozi. Sorridi e il mondo ti sorriderà.

Solo un giorno, curiosando fra le casse di frutta e verdura di un negozietto vicino casa, mi incrociai con una tipa che voleva passare dal piccolo corridoio in cui ero io. Ne nacque il solito balletto, avanti io, indietro lei, vado a destra, no a sinistra. Una cosa che mi fece ridere e che avrei trovato divertente. Se non fossi stata gelata da lei con un “allora, ti vuoi decidere o no?” detto con un tono tanto glaciale e sgarbato che ancora oggi lo ricordo. 

Ricordo soprattutto il senso di disagio di essermi trovata lì sorridente come una scema.

A pensarci bene, nemmeno il mio primo incontro con la metropolitana fu il massimo della gentilezza. Arrivai di buon’ora pronta a cambiare un po’ di linee per arrivare fin sotto alle Torri Gemelle dove ci sarebbe stato il primo incontro della scuola. Lì ci saremmo presentati uno ad uno, avremmo risposto a un questionario e ci avrebbero assegnato la classe dopo aver stabilito quale fosse il livello della nostra lingua.

In linea d’aria era piuttosto vicino all’appartamento sulla First Avenue dove vivevo in quei giorni con Liz, ma attraversare l’isola in direzione orizzontale era un po’ complicato. Sicuramente lo era meno che andare a piedi nel mio primo giorno a New York con un appuntamento e un orario preciso da rispettare, secondo Liz. Il primo scoglio lo trovai alla biglietteria dove chiesi venti token (le monetine di metallo bucate che allora erano i gettoni della metro) con un foglio da 100 dollari. La donna di colore di là dal vetro mi disse. No. Cercai di capire perché. Lei continuava a dire No. Mentre dietro di me la fila si allungava. Non poteva nemmeno spicciarmi il foglio. No. Finché per mia fortuna un gentile signore, compresa la situazione, mi dette dei fogli cambiandomi i 100. Oddio, ma che gente gentile che c’è a New York! Wow! Come sono fortunata…

Così rinfrancata misi il mio primo token nell’apposita fessura e mi inoltrai nel groviglio del trasporto sotterraneo di New York, armata di cartina e del foglio di istruzioni scritto da Liz. 

Il World Trade Center fu il primo vero monumento di New York che mi trovai davanti, in una fresca mattina di fine febbraio. Non ci salii mai. Anzi, mi irritavo quando qualcuno mi consigliava di andare a cena al ristorante in cima a una delle due torri per vedere il panorama di New York dall’alto. È imperdibile, dicevano. A me sembrava una cosa banale, scontata, da turisti in gita organizzata. Ma dalla strada, in quella mattina tersa in cui passai qualche ora seduta all’aperto nell’attesa del mio turno sotto ai due mostri, non posso negare che faceva un certo effetto vedere tutto quel vetro e quel cristallo brillare contro il cielo azzurro.   

Cinque anni e mezzo dopo, quando ci furono i fatti dell’11 settembre, babbo mi chiese se fossi salita sulle torri gemelle, con il tono orgoglioso di chi può dire mia figlia c’è stata.

No, babbo. Non ci sono mai salita. Però ci ho girellato sotto con il naso all’insù.

(5 – continua)

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Sulle tracce del giovane Holden

New York per me rappresentava a quel tempo tutto quello che uno poteva voler fare o desiderare nella vita. Una città dove si concentrava una sintesi del mondo. Il posto in cui tutto accadeva e dove volevo essere perché le cose non accadessero senza di me.

Il fatto che lo skyline fosse visto e rivisto o che ogni strada raccontasse la scena di un film o la pagina di un romanzo mi sembrava, più che un ripercorrere situazioni già vissute da altri, la possibilità infinita, aperta e sorprendente di viverne di mie. A New York anche una banale passeggiata aveva il sapore di un film. O quantomeno lo scenario. Il giorno che attraversai Central Park per la prima volta quasi mi scoppiava il cuore dall’emozione. Avrei voluto che le persone a me care fossero con me o mi potessero vedere, proprio me, camminare in quel posto. Ero ancora nel parco quando trovai una cabina telefonica e chiamai a casa. Rispose babbo. “Sono a Central Park” gli dissi, con la voglia di condividere tutta quella gioia che mi esplodeva nel petto.

Non è stato facile negli anni spiegare la mia passione viscerale per New York. Molti amici la interpretavano in modo ideologico, prendendo a pretesto la politica imperialista americana o stupidaggini simili. Non per l’imperialismo in sé, ma per il legame che poteva avere con il mio amore per questa città. Nullo. Per qualcuno invece amare New York voleva dire approvare in toto tutto quello che la politica americana aveva fatto negli anni. Come se andare in vacanza in Thailandia giustificasse in automatico la prostituzione minorile. 

A dirla tutta, alla me di allora della politica americana non importava proprio niente. Per me New York era soprattutto passeggiare sulle strade dove era stato Holden Caulfield e insieme a lui tanti altri personaggi di quei romanzi che avevo divorato e che avrei continuato a leggere anche dopo, sempre affamata di quelle vie e dei loro incroci numerati. 

Un giorno con Carmen entrammo nella libreria Barnes & Noble sulla Quinta strada. Era un negozio enorme, dagli spazi ampi e il soffitto altissimo. Sulla destra c’erano degli armadietti di metallo grigio scuro dove lasciare le borse, come in biblioteca o al museo.

Mentre aspettavamo il nostro turno, uno dei ragazzi che ci precedeva si allontanò lasciando un libro sul bancone. Era un’edizione tutta stropicciata di The Catcher in The Rye che, appoggiata sul margine del tavolo, mi cadde proprio sui piedi. Non l’avevo persa di vista un attimo e, non appena lui se ne andò, pensai di poter prendere io quel libro. “Ferma, che fai?” mi disse Carmen. “È un furto”.

Non ci fu verso di convincerla. E a malincuore dovetti riporre il libro sul bancone. Probabile che qualcun altro lo avrà preso dopo di me. Magari era un primo vagito del book crossing che si sarebbe diffuso negli anni successivi, con i libri abbandonati sulle panchine dei parchi o in altri posti, a disposizione degli sconosciuti. Quale furto… Era semmai un segno del destino.

La mattina mi alzo prima delle sette. Scendo dal letto di Liz, due materassi e quattro cuscini, mentre lei dorme sul divano in salotto, ed entro in bagno. Sanitari e piastrelle sembrano quelli degli anni Cinquanta, che dovrebbe essere il periodo di costruzione di quegli edifici. Nella doccia, sopra alla vasca da bagno in spessa ceramica color avorio, c’è una radio resistente all’acqua. È una stanza simpatica. 

Mi vesto pescando gli abiti dalle valigie aperte sul pavimento della camera. Sono magrissima. Indosso delle gonnelline Sisley o Benetton che oggi mi starebbero giusto a un ginocchio. Il pezzo forte è quella in velluto blu a coste grosse. 

La colazione è compresa nel prezzo della stanza. In cucina apro il frigo e prendo il latte. Sugli scaffali ci sono i cereali. 

“Non si mangiano così” mi dice Liz. “Troppo latte. Devono rimanere più croccanti”.

Rispondo ridendo. Il mio inglese non è abbastanza fluido per spiegare le ragioni per cui a me piacciono così. Mi pare strano però che nel paese delle libertà uno non possa nemmeno mangiare i corn flakes come preferisce. Pare che Liz abbia le idee molto chiare, almeno nel settore dei corn flakes.

Liz la mattina va alle Nazioni Unite, poco lontano da casa. Il pomeriggio poi è in un ufficio Uptown. Non ho mai capito in realtà che cosa consistesse il suo lavoro. 

Qualche volta usciamo insieme e camminiamo per alcuni isolati lungo la First Avenue. Poi io giro sulla ventisettesima e Liz prosegue dritto. Non ci metto molto ad arrivare sulla Quinta dove c’è la mia scuola. Vado a piedi anche se potrei prendere un bus. Ma è sempre la solita storia. Voglio annusare quest’aria, voglio guardare ogni portone, ogni negozio, ogni manifesto, ogni persona che incrocio sulla mia strada. Voglio riempirmi gli occhi di qualsiasi cosa faccia parte di New York.

La scuola è al terzo piano di un edificio massiccio. Le lezioni iniziano alle 9.30 e finiscono alle 12.30, con un intervallo di dieci minuti intorno alle 10.30. C’è anche una saletta per i fumatori. Nell’intervallo non si vede da qui a lì.

Da poco a New York hanno vietato il fumo nei locali pubblici. Ecco perché appena arrivata ho visto tanta gente con la sigaretta accesa per strada, ferma o mentre camminava. Non si può fumare nemmeno nei ristoranti, eccetto vicino al bancone del bar. 

Una sera in un ristorante ho acceso la sigaretta appena seduta al tavolo. “Per favore la spenga” mi ha detto il cameriere. “Ma vedo che altri fumano”. “Le ho detto la spenga, per favore”. Non mi ha portato nemmeno un posacenere. Ho dovuto spengerla per terra, schiacciandola con la scarpa. In compenso sul tavolo non manca mai il bicchierone di acqua e ghiaccio omaggio della casa.

(4 – continua)

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Il gioco della memoria

Con il tempo la memoria evapora, scompare o si trasforma. Rivangando vecchi ricordi con gli amici con i quali li ho condivisi scopro come ognuno conservi una parte di quanto avvenuto, la sua parte, che non coincide del tutto con la mia. C’è sempre un particolare che sfugge, nella loro mente o nella mia, rimanendo sospeso nel dubbio che sia veramente accaduto o no. A volte i loro ricordi arricchiscono i miei, completandoli. Altre volte portano volti nuovi o situazioni che in me non hanno lasciato alcuna traccia.

È un gioco che mi piace fare negli ultimi tempi. Sono cose che si fanno a una certa età, non c’è ragione di farle quando si pensa alla vita come a un domani infinito. Ma a un certo punto accade, e ci si mette a guardarsi indietro nel tentativo di riconoscere la strada che abbiamo percorso e di fissare la nostra identità. Forse anche solo per convincersi di aver lasciato, se non negli altri, una testimonianza almeno per noi stessi.

Qualcuno deve aver detto che le esperienze che viviamo ci si stampano dentro, così come i libri che leggiamo, i film che guardiamo, le canzoni che ascoltiamo. E forse anche le persone che incontriamo, che amiamo o che odiamo. Ogni cosa lascia dentro di noi un pezzettino di sé che contribuisce, granello su granello, alla formazione della nostra complessa personalità, con il groviglio di pensieri, atteggiamenti, gusti e idiosincrasie che la caratterizza.

Se esiste questo qualcuno, io sono d’accordo con lui. O con lei.

Mentre cerco di rivivere nella memoria i particolari di un viaggio di ventiquattro anni fa, sono bloccata in casa, nel chiuso della mia stanza, durante la pandemia di Coronavirus del marzo 2020. Oggi, a quasi 57 anni, ammetto che non mi pesa tantissimo l’inazione. Posso leggere, scrivere, meditare, cucinare e fare addirittura due passi nella campagna fuori casa.

Se una cosa del genere fosse accaduta nel 1996, alla me stessa di allora, sarei sicuramente impazzita. 

All’epoca ero una ragazza che azzannava la vita, affrontandola di petto, mossa da una tensione continua che mi spingeva alla ricerca perpetua di stimoli e novità per nutrire un’anima ribelle e anche, ora posso dirlo, un po’ ossessiva.

L’entusiasmo assoluto dei miei giorni newyorchesi oggi mi appare come una sorta di bulimia, un’incapacità di fermarmi, di stare nel silenzio, sola con me stessa, mangiata com’ero fino all’osso dalla smania di scoprire, fare, vedere cose nuove e conoscere nuove persone.

Una delle sensazioni che ricordo della me di quegli anni è la paura di non esserci. La paura che le cose avvenissero senza di me. Questa cosa la avevo fin da piccola. Quando i miei genitori organizzavano delle cene, cosa che in genere avveniva per l’ultimo dell’anno, e invitavano i loro amici, io non volevo mai andare a letto. Non sopportavo l’idea che venissero dette cose che io non avrei potuto ascoltare. Questo creava un vuoto doloroso dentro di me e lo dovevo riempire subito, puntando i piedi per rimanere sveglia. Certe volte ho dovuto far finta di andare a letto, per poi rimanere a origliare gli ospiti dietro la porta della mia cameretta, finché anche l’ultimo non era andato via. 

Nelle foto che ancora oggi riposano in qualche cassetto mi si può vedere, a cinque-sei anni, con i capelli corti corti e gli occhietti tondi, eternamente svegli e attenti.

Oggi, nel tempo sospeso che viviamo, un tempo in cui ci invitano a stare in casa il più possibile per cercare di rallentare la propagazione del contagio, mi sembra abbia un senso rifugiarmi nel ricordo del periodo più movimentato e avventuroso della mia vita, potrei dire anche agitato, quello di cui fanno parte le mie settimane a New York.

L’idea in realtà mi è venuta leggendo un libro di Siri Hustvedt, “Ricordi del futuro”, in cui l’autrice, ormai adulta e impegnata nel trasloco della madre in una casa di cura, ritrova il quaderno Mead che aveva scritto durante l’anno sabbatico che si prese prima dell’università, in cui si trasferì dal Minnesota a New York in cerca di avventure da scrivere in un romanzo.    

Qualche tempo fa l’ho ritrovato anche io il quadernetto del mio viaggio a New York. È piccolo, quadrato e foderato di una stoffa di vellutino rosso a fiorellini. Me lo aveva regalato Meredith, la mia amica americana, una delle insegnanti di quel famoso corso di inglese a Treviso. In questi giorni ho provato a ricercarlo senza successo. Sicuramente prima che finisca di scrivere questa storia salterà fuori. Non sarà dettagliato e ricco di spunti di scrittura come quello della scrittrice americana, ma come aiuto per la memoria andrà benissimo. Sempre che ricompaia.

(3 – continua)

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Il mio spicchio di mela

Sono su un marciapiede, la gente mi scansa passandomi intorno senza vedermi. Faccio progetti per la giornata e ho l’agitazione nelle gambe.

Take it easy. Mi dice Carmen. Simona, take it easy. Non c’è bisogno di correre. Tu SEI a New York. Tutto questo che hai intorno E’ New York, non hai bisogno di correre sempre da un posto all’altro.

La lascio parlare ma non ce la faccio a darle retta. È la prima volta che sono a Manhattan e sono bulimica di New York. Vado dappertutto, voglio vedere tutto. Musei, cinema, strade, negozi. Assaggiare, comprare, camminare.

Carmen è alta, fisico sinuoso, carnagione olivastra, capelli lunghi neri e ricci. Accanto a lei ci si sente al sicuro. La calma le esce dagli occhi.

Io non sto mai ferma e indosso degli stivali di pelle nera con il tacco basso chiusi davanti con le stringhe anche se in realtà si indossano con la cerniera laterale. Si sono rivelati perfetti per macinare chilometri e chilometri tutti i giorni sui marciapiedi americani. Quando tornerò a casa e andrò in Toscana a trovare i miei, con mamma faremo un giro a Firenze e quegli stessi stivali cominceranno a farmi un male insopportabile ai piedi. Ma finché siamo a New York va tutto bene.

Carmen l’ho conosciuta alla scuola di inglese che frequento al mattino. In classe c’è gente che viene da posti diversi. Sara, in fissa con Michael Jackson, è spagnola, Raimon, catalano. Carmen è brasiliana di Porto Alegre. È una delle più grandi, insieme a me, a una giapponese, Misako, e ad alcuni coreani. Ci sono anche delle ragazze cilene. Poi c’è un ragazzo turco.

Le insegnanti si alternano. Fiona, che viene ogni mattina da Worcester, e Carol Anne.

È il febbraio del 1996. In Italia è appena andata in fiamme La Fenice e io, che in quel periodo vivevo a Treviso e frequentavo Venezia con una certa regolarità, sono sconvolta.
A una delle attività pomeridiane della scuola, quando ci portavano in giro per New York, ne parlo con un’altra allieva italiana. Non ricordo come si chiamava. La vidi solo quel giorno, in metropolitana, mentre andavamo in discoteca.

I am so sad, I cried, mi dice della Fenice.   

Parliamo inglese, ci sforziamo di parlare inglese, anche fra connazionali, per imparare meglio. Gli accompagnatori del pomeriggio sono due ragazzi. Uno è Mario, un tizio magro dagli occhi furbi, che si porta dietro la ragazza francese, una tipa da copertina. Che bella pronuncia che hai, mi disse Claire quando le feci sentire due parole in francese. L’altro è Joe.

Con Mario girammo per Tribeca, Chelsea e Soho, visitammo il Metropolitan Museum e andammo alla Webster Hall e al Tunnel, la discoteca frequentata dalle modelle. Avremmo potuto trovarci anche Naomi Campbell, ci disse.

La partenza era fissata per il pomeriggio del 24 febbraio su un volo Klm Venezia-Amsterdam-New York. Sarei arrivata al Jfk intorno a mezzanotte. Avrei preso un taxi, uno di quelli ufficiali, quelli gialli, si erano raccomandati in agenzia, e poi avrei raggiunto l’appartamento sulla 18th angolo First Avenue, dove mi aspettava la signora che mi avrebbe ospitato in Bed & Breakfast.

Quando arrivarono i documenti, biglietti e voucher, la chiamai, dopo aver calcolato il fuso orario. Le parlai leggendo al telefono il foglietto con gli appunti scritti in inglese.

Come prima cosa, lei mi corresse subito la pronuncia del suo cognome.

Pensai che fosse una specie di professoressa.

A quel tempo vivevo in affitto in un appartamento all’ultimo piano di un condominio di tre nella prima periferia di Treviso. Una zona che tutti conoscevano per la presenza del grattacielo di Antenna Tre, una tv locale, anche se gli studi televisivi ormai erano stati trasferiti da tutt’altra parte. Un appartamento ammobiliato, proprietà dei coniugi Caregnato, due simpatici vecchietti che mi avevano adottato come una figlia.

Una volta al mese mi invitavano a pranzo al circolo ufficiali, sulle rive del Sile, quando passavo da casa loro per pagare l’affitto mi offrivano i cannoli (la moglie era siciliana) fatti con la ricotta arrivata apposta da giù. Una volta mi portarono addirittura a trascorrere un weekend nella loro casa di Enego, sull’altipiano di Asiago.

Io però ero stufa di trovar famiglie pronte ad adottarmi ovunque andassi e volevo solo scappare, anche dalla casa dove abitavo. Quando decisi di andare a New York, un sogno che non avrei mai creduto di trasformare in realtà, e per di più di andarci da sola, pensai che fosse l’occasione per dare un giro di volta alla mia vita.

(1 – continua)

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New York, 26 febbraio 1996, ore 6.50 p.m.

Cara Paola, 

non ci crederai, ma sono in camera mia e sto vedendo in televisione l’ultima serata del festival di Sanremo. Ti immagini?

Tra le decine e decine di canali TV qui in America c’è spazio anche per la Rai. L’altra sera c’era il maresciallo Rocca, pensa te.

Oggi, lunedì, ho fatto il test di ammissione alla scuola d’inglese. Ho conosciuto “many people”, tanta gente.

Nathalie, una ragazza svizzera, Sara (spagnola), Sukki, coreana, Monica, brasiliana,e tanti altri. Nessun italiano, invece. Indovina poi che cosa ho mangiato oggi per il lunch, a pranzo? Un pezzo di pizza!

A cena invece mi mangerò un po’ di frutta.

Ah, oggi sono stata in metropolitana. Very well. Comunque, ci ha detto anche un’insegnante alla scuola che non è vero che New York is dangerous. Bisogna però usare intelligenza. Non farsi vedere sperduti per strada a consultare la mappa in preda al panico, non contare i soldi per strada, non lasciare la borsa incustodita, non andare in certe zone al di là delle business hours, cioè dopo le 22 in metropolitana per esempio è pericoloso, ma dalle 6 del mattino fino a sera, finché viaggiano tutti i lavoratori si può stare tranquilli. Ti infili nel fiume di gente e vai.

Per quello che ho visto fino ad ora di New York una cosa è strana. C’è un casino di gente ma tutti si muovono velocemente e non creano ingorghi umani come magari succede a Roma (per non parlare di Venezia).

La casa. L’appartamento è al 278 di First Avenue, all’incrocio con 18th street, in the East Village, un quartiere molto alla moda per i giovani. Molto aperto, pieno di locali, sede negli anni ‘70, di manifestazioni politiche e conferenze.

L’appartamento di Liz è nella Stuyvesant Town, un insieme di palazzoni di mattoni rossi (non so se è la famosa arenaria), tutti uguali, dove vivono migliaia di persone ed ogni appartamento è numerato. Questi casermoni circondano un campetto da gioco, poi ci sono aiuole ed alberi dove ci sono sempre, mattina e sera, molti scoiattoli, che se ne stanno tranquillamente per terra a sgranocchiare quello che trovano, e passano per le gambe delle persone.

A me questa cosa mi commuove. Pensa, stanno a New York, mica nello Iowa (per dire un posto pieno di boschi, montagne e laghi).

Poi, per il resto, la casa è piccola ma molto carina. C’è una camera, dove dormo io (Liz si è trasferita sul divano in salotto), poi c’è la cucinetta, ed il bagno. Loro hanno tutto diverso da noi: le prese dell’elettricità, il gabinetto, dove c’è sempre l’acqua alta. Poi, alle finestre, qui ci sono i doppi vetri, che si aprono appena, e la zanzariera, e dentro le tapparelle. Pensa, in camera, collegata alla luce, c’è anche la ventola per l’estate. Gli armadi sono tutti a muro e per terra c’è il parquet.

Liz è biondina, ha 30 anni, lavora in un’organizzazione mondiale socio-culturale. E’ newyorkese, non spagnola come avevo capito (sa lo spagnolo). 

Domenica siamo uscite insieme per il brunch (si fa alle 11.30 ed unisce il breakfast e il lunch) e con altri tre suoi amici.

Bene, finito lo foglio. See you soon (che vorrebbe dire ci vediamo presto). In realtà ci sentiremo, per ora!

Un bacione grosso grosso a tutti

Simona (from Usa)

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