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Come successe che mi misi in gabbia da sola (3)

Un’amica saggia mi consigliò di mettere un limite alla tipa della conchiglia sbriciolata, una che si prendeva fin troppo spazio. Per cui quando la rividi, l’amica saggia, qualche tempo dopo, omisi di dirle che quella tipa era già ospite a casa mia.

Mentre raccontavo della nuova conoscenza, l’amica saggia registrava segnali preoccupanti a cui io mi ostinavo a non far caso.

Dopo il giorno delle marche da bollo, la tipa della conchiglia sbriciolata entrò sempre più nella mia vita. 

Telefonava, scriveva, mi faceva domande. Certe cose, diceva, poteva chiederle solo a me perché ero l’unica persona che conoscevo. Lo sapevo che questa cosa non tornava affatto. Che di persone, almeno a quanto mi aveva fatto credere il primo giorno, ne conosceva diverse. 

Ma io ero a terra e in qualche modo mi sentivo anche gratificata a potermi occupare di una persona in difficoltà. 

Dicono che certe cose funzionano proprio così. Che certe persone sanno perfettamente a chi possono rivolgersi per ottenere quello che vogliono e in quale momento. 

Evidentemente per me, quello era proprio il “momento giusto”.

Non mi pesavano nemmeno troppo, al contrario di come sarebbe accaduto in giorni normali, le attenzioni assillanti della tipa, i suoi consigli, la pretesa di diagnosticare e guarire ogni mia possibile malattia. 

L’amica saggia disse che era una da ridimensionare.

Non l’ascoltai.

Poi all’improvviso fu troppo tardi. Successe così. Alla tipa bastarono pochi giorni. La ragazza autonoma che girava il mondo da sola, aveva il suo lavoro on line e aiutava gli altri a stare meglio, si rivelò un essere complicato, con mille dipendenze, ossessiva, paranoica e malmostosa. Aveva bisogno di tutto: attenzioni, tempo, ascolto. Soldi.

La casa. Quando la conobbi, il giorno delle marche da bollo, la casa in centro che aveva acquistato da poco, mi disse, era tutto quello che poteva desiderare.

Due settimane dopo mi chiedeva se conoscevo un geometra per fare una perizia all’appartamento. Era sicura che l’agenzia la stesse truffando, con la proprietaria. Temeva che le avessero voluto sbolognare in gran fretta una casa con un problema “strutturale” (secondo lei un tubo rotto nel muro della cucina) fingendo che fosse stato risolto. 

Mi disse che la mattina si svegliava con i vetri appannati dal vapore, viveva nell’umido, anche i vestiti nell’armadio erano bagnati e temeva per la propria salute.

La sua capacità di trasmettere angoscia e creare continue emergenze era veramente fenomenale. 

Ma tutto questo cominciai a capirlo solo dopo.

In quel momento mi sforzai di tranquillizzarla, le dissi che avrei fatto di tutto per aiutarla e scrissi un messaggio al geometra. Era un sabato pomeriggio. Mi disse di richiamare lunedì o martedì.

Mi chiederà molti soldi? Chiese lei. Perché io non posso spendere, aggiunse.

Il lunedì però lei non si fece sentire. Martedì mi comunicò di aver risolto con l’agenzia. Erano andati insieme a fare un sopralluogo e, secondo lei, anche loro si erano resi conto che il problema era reale.

Lo hanno visto con i loro occhi, disse, che l’appartamento non corrispondeva a quello per cui avevo firmato il contratto. 

Quindi le avrebbero restituito la caparra.

Ma la casa, chiesi, non l’avevi comprata?

Eh no, disse lei. Il percorso doveva ancora essere completato. 

Si inerpicò in un intreccio di spiegazioni, dai tempi della vendita di un’altra casa al nord, agli accordi per stare in quella attuale in comodato gratuito fino al momento dell’acquisto, che decisi di ascoltare senza troppa attenzione.

In ogni caso quando, qualche settimana dopo mi presentai all’immobiliare dicendo che avevo ospitato la tipa dopo che aveva lasciato la casa in centro, la loro versione fu decisamente diversa.

Non passarono molti giorni, che arrivò un’altra telefonata.

Scusa se chiedo ancora a te, ma non saprei a chi altri rivolgermi. Qui conosco solo te.

Mi aiuteresti a trovare un appartamento in affitto? Io entro il mese devo lasciare questa casa, non la sopporto più, ci sto proprio male. 

Ma prima di comprarne un’altra ci devo pensare bene. Non vorrei rischiare di sbagliare ancora una volta.

Non posso che assumermi la responsabilità di quello che avvenne dopo. Anche se, a ben vedere, la tipa aveva seminato ben bene, e soprattutto aveva giocato consapevolmente con il nostro estremo stato di fragilità. Ma di questo mi sarei resa conto soltanto quando ormai ero chiusa in gabbia. 

Inesorabilmente, tutto ciò che si era preparato in quelle tre settimane, a partire dal giorno della ricerca delle marche da bollo, le confidenze, i video musicali, le telefonate, le richieste di aiuto, i consigli per il benessere, tutto quanto, divenne una cosa sola, nell’errore (purtroppo non l’unico) più grande della mia vita.

  • In tre giorni una casa in affitto qua non la troverai mai, le dissi. 
  • Vieni a stare da me, tanto ancora i turisti non arrivano, nel caso rinvio l’inizio della stagione, così nel frattempo puoi stare tranquilla, rilassarti in campagna, e capire dove vuoi andare a stare.

La sventurata rispose.

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Il parco dei bambini perduti

Qua vicino c’è un piccolo parco giochi per bambini. Ci passo davanti quando vado a camminare. Da anni scatto delle foto, ogni volta che ci passo. Ma finora mai, a qualsiasi ora, giorno, stagione, ci ho visto un bambino.

Il parchetto è perfetto. Ci sono scivolini, altalene, casette delle bambole. Ogni anno c’è qualcosa in più. Il totem degli indiani, un tepee, il tirassegno. 

Deserto.

A pochi metri, diviso dalla strada del passeggio, su un altro piccolo pezzo di terra, c’è l’area sportiva. Una piccola piscina, un campetto da basket, una rete da volley, un ombrellone.

Deserta, anche quella.

Queste immagini, con il potenziale di vitalità e l’effettiva situazione, creano uno stridìo, che da anni mi porto dentro. 

Cerco di immaginare la storia che potrebbe esserci dietro. Un figlio mancato, un figlio perduto. Una tragedia che si trasforma in ossessione.

Una tragedia privata, da lasciare dov’è, senza coltivare la pretesa di conoscerla e interpretarla.

Però, non c’è niente da fare, il richiamo di quel parchetto resta irresistibile.

Da anni penso a come scrivere delle storie ambientate lì.

Qualcosa di horror, qualcosa che parla di bambini morti, scomparsi, di ossessioni, paura e mistero.  

Una cosa difficile per me, che non leggo storie horror.

Qualcosa però l’ho pensato. 

Ho pensato che quel parchetto, deserto di giorno, si vada popolando di notte, quando la terra rilascia il calore accumulato nelle ore calde e il vapore acqueo sale nell’aria, formando una nebbiolina rada.

Un’atmosfera spettrale dove a poco a poco ogni gioco viene occupato da un bambino. O da una bambina. 

Allora, anche se è notte, quel parchetto diventa un parco giochi come tutti gli altri. Spettralità e nebbia permettendo.

Tra un bambino che si dondola, uno che scivola, l’altro che gioca agli indiani o si arrampica su un tronco, dove nascono amicizie e avversioni.

Nella storia che immagino però quei bambini non sono veramente lì. Sono spiriti. Gli spiriti dei bambini ricoverati in ospedale, con i loro piccoli corpi fiaccati da malattie gravi, costretti a letto, immobili, spesso a occhi chiusi, impossibilitati a correre, ridere e gridare.

Quei bambini, quando le luci dell’ospedale si spengono, quando rimane solo quell’orrida luce bluastra a velare il bianco delle stanze con il sottofondo del rumore cadenzato delle macchine, si svegliano e si alzano per andare a giocare al parco.

Poi al mattino sono di nuovo lì, nel letto. E i dottori, le infermiere, le mamme e i babbi non immaginano minimamente quello che accade con il buio.

Per scrivere questa storia, per crearla, anzi, perché questa non è ancora una storia, ho chiesto aiuto a Stephen King.

Ho trovato un romanzo breve, La bambina che amava Tom Gordon. L’ho letto, ho studiato la scrittura, la trama per prendere ispirazione. E alla fine mi sono depressa un po’. 

Non mi ero resa conto che a Stephen King per dipingere un personaggio e renderlo interessante bastano due righe. Forse anche meno.

“Il mondo aveva i denti e in qualsiasi momento ti poteva morsicare”. Questo Trisha McFarland scoprì a nove anni. Alle dieci di una mattina di giugno era sul sedile posteriore della Dodge Caravan di sua madre con addosso la sua maglietta blu dei Red Sox (quella che ha 36 Gordon sulla schiena) a giocare con Mona, la sua bambola. Alle dieci e mezzo era persa nel bosco. Alle undici cercava di non essere terrorizzata, cercava di non pensare: ‘Questa è una cosa seria, questa è una cosa molto seria’. Cercava di non pensare che certe volte a perdersi nel bosco ci si poteva fare anche molto male. Certe volte si moriva”.

E comunque La bambina che amava Tom Gordon non è un racconto horror. Però…

Qualche tempo fa, ho scritto un raccontino per un concorso. Visto che era lì, ho ripreso la storia del bambino in coma in ospedale che col pensiero la notte usciva per andare al campetto giochi di cui gli aveva parlato una compagna di classe. Solo che il tema del concorso era la Vespa. E allora per farci entrare la Vespa, la storia del bambino che si alza di notte è diventata la cornice di un’altra storia, quella della zia che aveva un fidanzato morto in un incidente col trattore che nel capanno aveva una Vespa con tutta una lunga storia. La vicenda si svolgeva in uno stato rurale americano, Kansas, Wyoming, Nebraska, Dakota, tra distese di campi coltivati a grano e mais e la Vespa doveva essere arrivata fin lì per un motivo. Infatti il babbo del fidanzato della zia l’aveva ricevuta in regalo da un italiano che lui aveva salvato durante la Seconda Guerra Mondiale. 

Poi il bambino si risvegliava in ospedale, il dottore gli guardava gli occhi con la penna luce e la mamma urlava incredula.

Insomma, le battute a disposizione erano poche e di roba ce ne doveva stare fin troppa. 

Non è andata bene. 

Però questa storia del racconto horror non mi passa mica. Non so se dovrei leggere ancora qualcosa di Stephen King o di qualcun altro. 

Oppure. Se chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui dovesse avere anche qualche buona idea per sviluppare la trama, io l’ascolto.

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La vendetta dei bagels

Ho notato che in queste memorie  tendo a non parlare molto bene di me. Penso alla me di quel tempo come a una persona superficiale, pronta all’avventura sì, ma con una certa incoscienza e fondamentalmente ingenua. Non che non sia vero. Se guardo le foto di quell’esperienza, vedo una ragazza dal viso fresco, incorniciato da bellissimi ricci naturali rossi, illuminato da un sorriso spontaneo. Non è poco.

Oggi sono decisamente più matura, saggia e purtroppo anche molto più provata dai casi della vita. In foto vengo orribile, i lineamenti risultano deformati, il sorriso è più raro e non ha più la luce di un tempo.

Insomma, ho quasi il doppio dell’età che avevo quando ero a New York. Forse è normale che sia così.

Penso a una foto in particolare. Sono con Sarah, la ragazza spagnola, Carmen, la mia amica brasiliana e la giapponese, in posa sulla terrazza interna del Metropolitan Museum. Non ricordo chi l’abbia scattata, di preciso. Io appaio molto a mio agio, naturalmente sorridente e molto in sintonia con le altre ragazze. Sono magrissima. Indosso la minigonna di velluto a coste grosse blu Benetton, delle calze blu trasparenti, gli stivalini eroici con le stringhe, un dolcevita viola con il collo a cerniera. 

Mi piaccio. Tutto sommato questo viaggio nel passato lo trovo piacevole e probabilmente mi fa anche bene. In fondo nella me di oggi è contenuta anche la me di ieri, comprese le parti che allora amavo.

L’ultima settimana della mia permanenza a New York, Carmen e Misako erano già partite, in classe arrivò una giovane coreana. Fin dall’inizio dimostrò una decisa avversione nei miei confronti. Controbatteva sempre alle mie affermazioni, passava il tempo in classe con il volto rivolto verso il basso e gli occhi che mi scrutavano di sottecchi. Insomma, sembrava ossessionata da me e piena di rancore. Rimasi molto turbata da questo atteggiamento che non riuscivo a spiegarmi. Fino ad allora avevamo trascorso delle bellissime mattine di studio con i compagni di ogni nazionalità, eravamo stati insieme al museo e in discoteca. Come in ogni gruppo c’era chi si sentiva più o meno affine all’altro, ma in fondo si trattava di rapporti con persone che vedevamo per alcune settimane e che in seguito, probabilmente, non avremmo incontrato mai più. Mi sembrava la condizione ottimale per avere relazioni amichevoli improntate sulla leggerezza e la cordialità. Per questo rimasi spiazzata dalle frasi taglienti che la nuova arrivata indirizzava verso di me. 

Un giorno l’insegnante ci chiese di raccontare alla classe la cosa che preferivamo di New York, quella che avremmo rimpianto quando saremmo tornati a casa. Io non ebbi dubbi. I bagels, dissi. Da quando avevo scoperto le ciambelline di pane, che fra l’altro sono il simbolo della città, non potevo stare senza. Cercavo le bakeries dove li facevano più buoni e con maggiore assortimento. Li assaggiavo con il sale, con i semi di papavero, le spezie, la cipolla, l’origano, il pepe. 

E una volta tornata a casa, dopo essermi procurata un bel librone sulla cucina americana, li ho fatti io stessa per amici e familiari.

Ognuno disse la sua e non credo di ricordarmi la preferenza di nessuno degli altri compagni di corso. Quando fu il turno della nuova coreana lei disse con tono sprezzante che c’era una cosa che sicuramente non avrebbe rimpianto di New York. I bagels. E guardando di sbieco nella mia direzione, iniziò a spiegare i motivi per cui quegli innocenti panini le facevano immensamente schifo e di come dopo averli assaggiati la prima volta decise che non ne avrebbe mangiato più nemmeno uno.

Si accalorò molto nell’impresa della distruzione del povero bagel.

Era evidentemente una ragazza un po’ squilibrata oltre che fastidiosa. Per fortuna la incrociai soltanto negli ultimi giorni.

Non sarebbe stata l’ultima volta, però, che avrei avuto a che fare con ragazze problematiche che tutto all’improvviso manifestavano sentimenti di odio e rancore nei miei confronti.

Ma queste sono storie diverse e le sperimenterò diversi anni dopo quel viaggio a New York.

(10 – continua)

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Parigi, o cara…

Tra il 2013 e il 2015 mi capitò di fare due viaggi Venezia-Parigi in treno. Il primo capitò per i miei cinquant’anni. Era la prima volta che andavo a Parigi. La volta che avevo organizzato il viaggio per festeggiare la pensione di mamma, il giornale mi richiamò e al posto mio ci andò zia Carla.

Partii con un’amica giornalista, di soppiatto e in gran segreto per non farlo sapere al lavoro, così da evitare a qualcuno la voglia di crearci dei problemi.

Salimmo sul treno a Mestre intorno alle otto. Era una bella sera d’autunno e, non appena fummo a bordo, ci sentimmo subito più leggere. 

Il treno viaggiava tutta la notte. Saremmo arrivate alla Gare de Lyon la mattina intorno alle 9.30, direttamente in città, senza bisogno di recuperare bagagli e prendere navette o taxi, come se fossimo andate in aereo. 

In quella settimana avrei voluto soprattutto rilassarmi e girare a vuoto per le vie di Parigi, senza obblighi né calendari da rispettare. 

Il primo momento relax come intendevo io fu quando capitammo in un piccolo parco a ridosso di alcuni palazzi con i caratteristici camini parigini. Ci sedemmo, tirai fuori il quaderno verde con le pagine bianche e cominciai a disegnare. 

Quel quaderno sarebbe stato il mio diario di viaggio. Avevo iniziato fin dalla lunga notte trascorsa nella cuccetta a scrivere qualche appunto. Avrei continuato a farlo per tutta la vacanza, fissandoci sopra le testimonianze di quelle giornate. Biglietti della metropolitana e dei musei, impressioni sui posti e sulle persone. Tutto, insomma.

Quell’anno il Nobel per la letteratura fu assegnato a Alice Munro e io leggevo i suoi racconti sul mio e-reader. Avrei voluto scrivere anche io dei racconti. 

Ma ero grezza, lo sentivo. Le parole si inceppavano sulla carta, scivolavano via in frasi banali, nei modi di dire che deviano l’attenzione verso qualcosa di più interessante. 

Dovevo esercitarmi. Leggere e scrivere, leggere e scrivere.

Parigi sarebbe stato il mio esercizio.

Avrei scritto quello che vedevo, che facevo, che pensavo. Qualcosa di buono ne sarebbe venuto fuori.

Il treno era un’occasione fantastica. Più di dodici ore in un vagone letto con sei micro cuccette piene di umanità. Io sceglievo sempre quella più in alto, con sopra solo il tetto del vagone.

All’andata con noi c’era una modella di colore, capelli ricci sparati, con un bambino piccolo vestito alla moda che mangiava pappette e riempiva i pannolini. La mia amica era disturbata, dal rumore e dall’odore. Io osservavo. 

Un’anziana prof francese di storia dell’arte rientrava da uno dei suoi viaggi annuali a Venezia. Lo raccontava con l’aria malinconica dell’addio ma si offriva di tenere il piccolo lord quando la mamma doveva uscire dal vagone.

Nel viaggio del ritorno, nella nostra cuccetta di donne, sul lettuccio in alto, nella cuccetta gemella alla mia, c’era un uomo. Piuttosto giovane, capelli corti e ordinati, ben vestito. La mia amica non disse nulla, ma la sentii irrigidirsi. Io ero incuriosita.  

Stette tutto il tempo steso senza parlare e quando il controllore gli chiese i documenti non ebbe niente da ridire.

Provai a pensare a come sciogliere l’enigma. Mi immaginai che potesse essere uomo solo all’apparenza mentre sulla carta di identità era donna. 

Sembrava un personaggio di George Simenon, uno di quei ragazzi tristi dall’aria innocua a cui dentro ribolle tutto un mondo. 

Quando rientrammo da Parigi cominciai a scrivere racconti sui nostri compagni di viaggio, immaginando le storie che avevano alle spalle.

La seconda volta andai con un’altra amica, con lo stesso treno delle otto di sera in partenza da Mestre. 

Poco più di un anno dopo, i passeggeri erano completamente diversi. C’erano moltissimi islamici. All’andata poteva sembrare un caso, ma al ritorno no. Si percepiva anche una certa tensione. Nella nostra carrozza c’era una ragazza dell’est con una valigia enorme e pesantissima. All’inizio parlammo un po’ con lei. Disse che era stata a trovare dei parenti che vivevano in una traversa degli Champs Elysée. 

Quando entrarono altre ragazze con l’hijab, l’aria cambiò definitivamente. Si misero a parlare fitto fitto tra sé anche con quella che c’era prima, lanciandoci occhiate di fuoco.

Il top fu intorno alla mezzanotte quando la prima tipa si stese sulla branda alta, quella accanto alla mia, e cominciò ad ascoltare musica araba dal cellulare.

Sono ancora stupita dal modo gentile con cui le dissi, scusa, forse ti sei addormentata con la musica accesa… 

Le storie del secondo viaggio entrarono nel mio blog, ma qualcosa andò a finire anche nel quaderno verde insieme ai biglietti usati della metro e a tutto il resto. 

Nel frattempo ero tornata a vivere a casa in Toscana. Quando mamma seppe che avevo un quaderno sui viaggi di Parigi mi disse che le sarebbe piaciuto leggerlo. Dopo un po’ che l’aveva glielo ripresi perché mi disse che non riusciva a capire la mia scrittura.

Poi lo ritirai fuori per raccontare delle cose agli allievi bellunesi di un corso di scrittura creativa on line. 

Dopodiché, il buio. Il quaderno verde è scomparso. Non è tra le cose di mamma, non è nelle mie scatole di quaderni scritti, mezzi scritti o da scrivere. 

Ormai è un bel po’ che lo cerco, rovistando nei posti più improbabili.

Potrei averlo prestato a qualcuno, ma a chi?

Chiunque lo abbia ricevuto o visto da qualche parte, potrebbe restituirmelo, per favore?

Ricambierò con una teglia di zuppa inglese. O altro dolce a richiesta.

Astenersi perditempo.

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Era una notte buia e fredda…

Ai tempi dell’università avevo la patente ma non ancora la macchina, per cui mi muovevo con quelle di mamma e babbo sperando di trovare sempre il serbatoio abbastanza pieno. 

Babbo all’epoca aveva un’Alfetta 2000 nera con la bombola del gas nel bagagliaio.

Si era nei primi anni ‘80 e le macchine non sempre partivano, specialmente d’inverno. Ricordo i rumori della mattina presto, quando mamma buttava una pentola d’acqua calda sul parabrezza e teneva il motore acceso per diversi minuti per farlo scaldare prima di partire.

Non c’era l’obbligo di indossare le cinture di sicurezza e chi lo faceva sembrava un po’ strano, come quelli che tenevano la mascherina prima del Covid. E un po’ anche dopo.  

L’Alfetta aveva una manopola in basso a sinistra sotto il volante per passare da gas a benzina. Ma bisognava farlo con un certo criterio altrimenti se si ingolfava poi non se ne usciva più.

Una sera d’inverno presi l’Alfetta dopo cena per andare da degli amici in Borgo. Partì subito. 

Presi in giù la discesa di casa nostra, feci il tratto in piano della quercia, risalii la curva dei pini, ancora un breve tratto pianeggiante, la curva a gomito in discesa e via lungo il viale dei tigli. Ormai era fatta. Arrivata alla Cappellina, superai i binari della ferrovia ormai dismessa e scesi verso l’imbocco sulla allora Statale 68, come quella di Guccini.

E lì, prima ancora di controllare se arrivassero macchine da sinistra, la macchina si spense. 

Girai la chiave e provai a riaccendere, premendo sull’acceleratore. Niente da fare.

Provai e provai, ma a un certo punto dovetti smettere per non ingolfare il motore, sempre che non lo fosse già.

E ora, come la risolvevo questa? Era buio, anche un po’ tardi, per la strada non passava quasi nessuno. Non potevo avvisare i miei amici, ma nemmeno babbo o mamma. Forse avrei potuto lasciare la macchina lì dov’era, a cavallo della ferrovia, per tornare a casa a piedi e chiedere aiuto. 

Uscii dall’auto sperando che prima o poi passasse qualcuno.

In effetti qualcuno passò. Era una macchina che andava verso Poggibonsi. Come mi vide, il tizio rallentò, fece manovra poco più avanti per tornare indietro e mi raggiunse.

  • Grazie, lo salutai appena si fermò.

Era sempre un ragazzo ma piuttosto grandino, non uno della mia età.

Ascoltò quello che avevo da dire sulla macchina, come funzionava con la storia del gas, come fosse partita alla grande ma scollettando la ferrovia avesse perso colpi e si fosse fermata… 

  • E insomma, che posso fare per farla ripartire? 

Il tizio cominciò a parlare, ma diceva cose che c’entravano poco con la macchina. Mi chiedeva come mi chiamavo, che facevo, perché ero lì a quell’ora.

Gli risposi, anche se non mi parevano cose importanti e ripetei.

  • Mi puoi aiutare a farla ripartire? Forse con dei cavi per la batteria…

Ma quello continuava a chiedere. 

  • L’Università? Dove di preciso… Che cosa studi?

E io a ripetere, lettere moderne a Siena, e di nuovo tutte le cose che gli avevo appena detto.

Cominciai a pensare che fosse un po’ stupido. O forse voleva solo perder tempo perché non aveva idea di come fare per aiutarmi.

Pensai che, ovunque stesse andando, avrebbe potuto trovare un telefono per chiamare casa mia e avvisare babbo che mi venisse a prendere.

  • Insomma è proprio vero che sei una studentessa, o mi stai prendendo in giro?

Uffa! Ma che gli passava per la testa a questo… era non so quanto tempo, ormai che me ne stavo lì bloccata al buio e pure al freddo, e questo si poneva tutti quegli interrogativi inutili.

  • Dai, dimmi la verità. Te stai aspettando qualcuno…
  • Noooo, mi si è fermata la macchina, non riparte. Devo andare in Colle Alta da degli amici…
  • Non è che invece stai qui apposta?
  • E ridagli… Ma che ci starei a fare? Se la macchina non si fosse spenta a quest’ora sarei già in Borgo in una casa al calduccio.

A un certo punto il tizio si mise zitto e sembrò che riflettesse, serio serio.

  • Allora mi devi scusare…
  • Perché?
  • Eh, perché io… insomma, io… 

D’un tratto guardava verso il basso e sembrava che non sapesse più che cosa dire. Aspettai.

  • Insomma, io avevo pensato che aspettassi dei clienti…
  • COSA?
  • Scusami, è che ti ho visto qui ferma per strada…

Ma roba dell’altro mondo. E chi se la immaginava una storia così? 

Rimasi talmente tanto stupita che non ebbi nemmeno la forza di realizzare sul momento che razza di lumacone si fosse fermato a far finta di soccorrermi.

Risalii in macchina e provai a girare la chiave ancora una volta. Miracolo, il motore si accese.

Salutai l’imbecille e schizzai verso Colle Alta, stando ben attenta a posteggiare in discesa nel caso al ritorno mi fosse toccato lo scherzetto bis.

Che magari mi capitava di incrociare ancora una volta un idiota di tal razza…  

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Cena al Casone con Caron Dimonio

Il primo anno che lavorai a Mestre i colleghi organizzarono una cena in un casone di pescatori in laguna dalle parti di Caorle. Ospiti d’onore, io e una collega tedesca che quell’estate aveva lavorato all’inserto in lingua dedicato ai turisti.

Prima del gran giorno ci avevano edotte su ciò che avremmo trovato. Una vera capanna di pescatori con il tetto in paglia come quelle tanto amate da Hemingway, una cena di pesce freschissimo a un prezzo irrisorio. Ma soprattutto, privilegio riservato alle sole componenti femminili del gruppo, mentre i maschi avrebbero percorso a piedi il tratto dal posteggio al casone, noi saremmo state trasportate su una zattera da una specie di Caron Dimonio. 

Il capo della redazione ce lo aveva descritto con dovizia di particolari. Barba lunga e incolta, così come i capelli, stava sempre a piedi nudi ed era già un’attrazione di per sé.

Arrivammo la sera tardi dopo il lavoro e lasciammo le macchine nel luogo indicato.

Quindi i colleghi si avviarono a piedi dopo averci consegnato nelle mani del Caronte che si esprimeva soltanto in dialetto.

Era già buio ma la notte era rischiarata dalla luna. La laguna era immersa nel silenzio, interrotto ogni tanto dallo sciabordio dell’acqua e dal verso di qualche animale notturno. Oltre che dalle nostre voci di giornalisti cittadini e un po’ caciaroni.

Il nostro traghettatore ci fece accomodare sulla zattera, eravamo in quattro, quindi, salito a bordo con un balzo, cominciò a vogare attraverso la laguna.

Vorrei aver conservato una memoria più vivida di tutti i particolari di quell’esperienza. Mi pare di ricordare che i colleghi si erano offerti di portare le nostre borse fino al Casone per non appesantire la zattera, e che faceva un po’ freschino. 

Nel casone c’era un lungo tavolo di legno apparecchiato. Dietro scoppiettava un bel fuoco nel caminetto. Ci sedemmo e subito arrivarono dei vassoi con gli antipasti. Peoci freschissimi, che sarebbero le cozze. Canoce (ovvero cicale di mare) candide e tenere. Pur non essendo una grande mangiatrice di pesce (ho iniziato solo a ventidue anni) avevo trascorso tutta l’estate mestrina ad assaggiare spaghetti ai caparossoi (vongole) in ogni parte della provincia veneziana (cosa che alla fine mi aveva causato un’eruzione di bolle rossastre su tutto il corpo) per cui il pesce della laguna lo conoscevo abbastanza bene.

Ero quindi titolata anch’io per decretare che quello servito al casone era veramente eccezionale. Freschissimo, cotto e condito quanto bastava per apprezzarne gusto e freschezza. Ed era anche abbondante. I vassoi continuavano ad arrivare mentre i colleghi spiegavano di che pesce si trattava e come si mangiava. 

Fin dai giorni precedenti ci parlavano di quello che sarebbe stato il piatto forte della serata, il broetto. Una zuppa di granseola (un granchio gigante) e di tante altre qualità di pesce che, con una cottura lenta e lunghissima, si disfacevano rendendo il brodo densissimo.

Su questa crema galleggiavano dei trancetti tondi argentei, pastellati e fritti. Chiesi che cosa fossero. 

Anguilla, mi risposero.

No, con questa non ce la posso fare, e la scansai, rimandando a dire il vero quasi tutto il broetto in cucina. 

I colleghi ci rimasero un po’ male e mi incitavano almeno ad assaggiarla, ma preferii di no.

Tanto la cena aveva ancora un sacco di portate, tra primi e grigliate.

Alla fine eravamo pieni da scoppiare, quando qualcuno chiese se prendevamo il caffè.

Tripudio di mani alzate.

Arrivò nei bicchierini di terracotta e fu il caffè più buono che avessi mai bevuto. Lo aveva preparato uno dei lavoranti del casone, uno straniero dei Balcani o della Turchia, lasciando tutta la sera un paiolo di rame con acqua e caffè a sobbollire nel caminetto.

Insieme ai vassoi pieni di crostacei e molluschi, arrivavano anche le bottiglie di vino.

A un certo punto della cena eravamo tutti molto allegri. Qualcuno cominciò a sobillarmi chiedendo di fare l’imitazione di un collega, non presente, un tipo un po’ particolare che mi rendeva il lavoro abbastanza difficile. Il collega in questione parlava solitamente per frasi fatte e con tono solenne, per cui imitarlo era abbastanza semplice. Poi c’era la mimica con la quale accompagnava le sue affermazioni, che a me veniva benissimo.

Non feci caso, nell’allegria della serata, che durante il mio piccolo show qualcuno scattava delle foto. Fu il capo, qualche tempo dopo, a dirmi che le teneva nel cassetto pronte all’uso nel caso ce ne fosse stato bisogno. per ricattarmi

Insistei per vederle e, miodio, la facevo veramente bene quell’imitazione. 

Il capo le richiuse subito nel cassetto, nonostante gli chiedessi di darmele che forse era meglio se le tenevo io.

Non ho mai pensato nemmeno per un attimo che mi avrebbero tradito mostrandole all’interessato, tra l’altro anche piuttosto permaloso e vendicativo.

In segno di lealtà, quando il mio periodo di lavoro finì, tra i regali che ricevetti c’erano anche quelle foto.

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Rovigo, Stazione di Rovigo

Parecchi anni fa, un po’ prima del Duemila, feci delle sostituzioni estive a Rovigo. Si trattava di lavorare per tre mesi, seguendo la cronaca nera e la giudiziaria, mentre i colleghi a turno andavano in ferie. Avevo un giorno libero alla settimana, ed era sempre e solo la domenica. Una volta, giunta quasi alla fine del percorso travagliato per la preparazione della mia tesi di laurea, sarei dovuta andare a Firenze a definire gli ultimi particolari con il relatore, ma non ci fu verso di avere un giorno libero infrasettimanale.

Chiesi a mamma di andare lei al posto mio per farsi dare istruzioni e spiegare la situazione al prof.    

Lui commentò, “ma in che razza di posto lavora sua figlia?”.

Insomma, a parte questo in generale andava tutto bene. Ormai avevo costruito legami con i colleghi, anche di altre testate, e con le forze dell’ordine. Per cui alla fine i tre mesi passavano veloci, tra l’afa appiccicosa e le zanzare grandi come elicotteri.

Però quando arrivavo alla fine avevo solo voglia di tornare a casa. 

Un anno, il penultimo, stavo in una casetta minuscola, una stanzina sottotetto di una ventina di metri quadri con un divano letto, un armadio cucina e un bagnetto. La sera prima dell’ultimo giorno di lavoro avevo messo alcuni panni a rinvenire in un secchio con acqua e sapone all’interno della doccia. Mentre finivo di sistemare le mie cose mi chiamò un amico, uno con cui facevamo sempre lunghe telefonate.

Chiacchiera chiacchiera, mi ricordai che dovevo sciacquare i panni per averli asciutti il giorno dopo, per cui, con il telefono tra l’orecchio e la spalla, mi piegai sul secchio. 

Purtroppo il telefono mi scivolò e ci finì dentro. Lo ripresi subito e lo aprii, era uno di quei vecchi Motorola con lo sportellino, ma non dava segni di vita. Tentai di asciugarlo in ogni modo ma non c’era nulla da fare, non funzionava più. 

Questa non ci voleva proprio. Comunque, il giorno dopo era l’ultimo in cui avrei lavorato e me la sarei potuta prendere un po’ più calma. 

La mattina uscii prima del solito per andare in un negozio di elettrodomestici. Un commesso prese il telefono, lo aprì, lo guardò e scosse la testa.     

“Ci spero poco – disse – lei ha provato con il phon?”.

No, non avevo provato.

“Comunque me lo lasci, vedrò che si può fare. Ma sarebbe un miracolo… Ripassi nel pomeriggio”.

Andai in redazione pronta ad affrontare il mio ultimo giro di nera e l’ultima visita in tribunale, con la mente già predisposta verso il ritorno a casa in Toscana e alle mie vacanze.

Non appena oltrepassai la porta, sentii che l’aria non era quella sonnacchiosa di sempre. Il vice capo servizio, agitatissimo, quasi mi piombò addosso.

“Ma dove eri finita, è un’ora che ti chiamo…”

“Mi si è ro…”

“Chiama subito il fotografo e fila. C’è un treno fermo in mezzo ai campi. Corri!”

“Ma come…”

“Vai!”

Nell’ufficio del capo della Squadra Mobile, in Questura, c’era un quadretto con incorniciata una poesia dedicata alla stazione di Rovigo, descritta come una virgola, una lettera cancellata. Se quella era la stazione, figuriamoci un binario in mezzo a una distesa di campi di barbabietole da zucchero o di mais. 

Fermammo l’auto nel posto più vicino possibile ai vagoni fermi, dove c’erano già un sacco di persone. Qualche collega della carta stampata e della tv, con fotografi e operatori. Forze dell’ordine, addetti delle ferrovie, amministratori pubblici.

Non era un incidente. Non era stato messo sotto nessuno, né essere umano né animale. Era probabilmente solo un guasto, al locomotore o alla linea. Ma per il Polesine, una striscia di terra racchiusa tra l’Adige e il Po, quella era la notizia del giorno.

Al giornale erano in fibrillazione. Volevano sapere che cosa era successo, perché il treno si era fermato, quando sarebbe ripartito. Come stavano i passeggeri, che cosa pensavano.

“Intervistali!” gridava il vice capo al telefono del fotografo. 

Il guasto del mio cellulare contribuiva a complicare la situazione. Ogni chiamata convergeva sul fotografo, costretto ogni volta a passarmi il suo apparecchio. Limitava anche i nostri movimenti. Se mi allontanavo troppo da lui per girare intorno ai vagoni, alla prima chiamata della redazione doveva cercarmi e raggiungermi per passarmi il telefono.

Non era successo niente di grave, ma tutto, dal treno bloccato nel nulla al mio telefono morto, era talmente impallato da restarmi nella memoria come una delle situazioni più disagiate e snervanti vissute nel mio lavoro.

Alla fine il treno ripartì e noi potemmo tornare a Rovigo. Un salto a casa per un pranzo veloce e poi in redazione. 

Intanto i colleghi avevano saputo della disavventura del mio cellulare e ognuno diceva la sua. Per lo più erano concordi nel prevedere che non si sarebbe potuto recuperare.

Appena scoccarono le quattro corsi al negozio di elettrodomestici per il verdetto. 

“Un miracolo, guardi… non ce lo spieghiamo nemmeno noi”.

Insomma, il telefono si era ripreso e aveva ricominciato a funzionare, che fosse merito del phon o del fatto che il salto in acqua era stato veramente breve. O anche della bravura dei tecnici del negozio.

In ogni caso li ringraziai tantissimo. Tornai in ufficio, finii di scrivere i miei pezzi.

Finalmente arrivò il momento di chiudere il computer per l’ultima volta, di salutare tutti e schizzare verso la casa minuscola, dove avrei dormito per l’ultima notte prima di tornare nella mia casa vera.

***

“… Rovigo non si distingueva per nulla di particolare era
un capolavoro di mediocrità strade diritte case non belle
soltanto prima o dopo la città (secondo la direzione del treno)
spuntava all’improvviso dalla piana di un monte – solcato da una cava rossa
simile a un prosciutto della festa guarnito di cavolo crespo
oltre a ciò nulla che allietasse attristasse attirasse lo sguardo
Eppure era un città in carne e pietra – come tante
una città dove qualcuno ieri è morto qualcuno è impazzito
qualcuno disperatamente per tutta la notte ha tossito
AL SUONO DI QUALI CAMPANE COMPARI ROVIGO
Ridotta a una stazione a una virgola a una lettera cancellata
nulla soltanto una stazione – “arrivi” – “partenze”
e perché penso a te Rovigo Rovigo”.

Zbigniew Herbert, Rovigo

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Una bolla foderata di illusioni

All’epoca un altro sogno impossibile era quello di incontrare l’uomo giusto. Da quello sarebbe dipeso tutto il resto, pensavo. Immaginavo il colpo di fulmine, le affinità, le nostre vite che si incontravano e che, magicamente, combaciavano come due pezzi separati di una stessa unità. Una volta fatto quel passo, tutti gli altri aspetti della mia vita si sarebbero sistemati di conseguenza. La casa, il posto dove abitare, il lavoro, l’idea di famiglia. Tutto. 

Vivevo in una bolla le cui pareti erano foderate di illusioni.   

Mi ero trasferita un anno prima a Treviso dalla Toscana per lavorare come giornalista, dopo che il quotidiano in cui lavoravo a Siena era stato chiuso, travolto dalla tempesta di Mani Pulite. Il Veneto mi aveva chiamato, per una sostituzione estiva di pochi mesi, e io avevo risposto. “Treviso non è bella come Siena – disse, quasi scusandosi, il vicedirettore del quotidiano con cui parlai al telefono – però ha un suo fascino. È poi è vicinissima a Venezia”. 

In realtà avrei risposto sì anche a una chiamata dal più remoto paese dell’Africa. 

Dopo la prima sostituzione in Veneto, fatti i miei conti, pensai che avrei lavorato sicuramente di più e meglio lì che in Toscana. Così decisi di lasciare tutto, casa genitori e sorella, e iniziare una nuova vita. Il lavoro era provvisorio, temporaneo, precario. In pratica sarei stata una collaboratrice esterna al giornale, mentre speravo di essere richiamata per una sostituzione in redazione non appena se ne fosse presentata l’occasione. Era il 1995, avevo trentadue anni, ero giornalista professionista da quattro e avevo alle spalle dodici lanci con il paracadute e un incidente d’auto, un tamponamento subito il 22 maggio 1993, che mi avrebbe lasciato le spalle e il collo doloranti per gli anni a venire. 

Non fu tutto facile. Cambiai casa dopo appena quindici giorni dal mio arrivo, non appena mi resi conto che la proprietaria, un’anziana che viveva sola al piano di sopra, confondeva la sua inquilina pagante con una dama di compagnia. Dopo la prima notte, trascorsa insonne in un letto di mogano con la rete sfondata, quando lei cercò di entrare in casa mia alle otto di mattina, si stupì che avessi chiuso la porta a chiave dall’interno.      

“Non va bene. Così non posso entrare” mi rimproverò stizzita non appena le ebbi aperto la porta. 

Ma era una vita nuova, finalmente lontana dalla mia famiglia, fantastica e affettuosa ma soffocante di aspettative e di direttive, e dalla grande casa in campagna sempre piena di problemi (l’acqua, la strada, le scale) in cui ci eravamo trasferiti nel mio ultimo anno di liceo. 

Nella nuova vita, insieme a tante altre cose, ci fu spazio anche per un vero, costosissimo, corso di inglese. Andavo in via Canova una volta a settimana, a ripassare con l’insegnante madrelingua quello che studiavo a casa sul libro e ripetevo con l’ausilio di audiocassette. Le lezioni davano i loro frutti. Imparavo velocemente. Ero brava. Una studentessa brillante e piena di volontà.

Ma finché non vai in un paese anglosassone, mi disse la direttrice, è tutto inutile.

Arrivai al JFK intorno a mezzanotte. Presi un carrello, raccolsi le mie due grosse valigie dal nastro trasportatore e mi avviai verso l’uscita in cerca di un taxi. 

In aereo avevo cercato qualcuno disposto a condividere la corsa con me, ma senza risultato. Prima di uscire dall’aeroporto invece trovai una ragazza sudafricana, Helen, alta e bionda, che fu ben felice della mia proposta. La seguii fuori mentre ignorava tranquillamente la lunga fila delle persone in attesa di un taxi giallo e si fermava a contrattare il prezzo con l’autista di una macchina bianca. Il mix di stanchezza ed eccitazione mi convinse a salire sul taxi abusivo senza farla troppo lunga. 

La prima volta che vidi Manhattan fu di notte e fu come essere al cinema. Solo che quella volta ero proprio lì.

Helen scese prima di me, poi fu il mio turno, una volta arrivati all’incrocio fra la 18esima strada e la Prima Avenue. 

La casa di Liz era al settimo piano di una costruzione in mattoncini rossi in mezzo a tante altre costruzioni tutte uguali: un appartamento con una camera, un bagno, un salotto e una cucina. Nelle aree comuni c’erano l’ascensore e il cunicolo per gettare l’immondizia, ma nessun portiere di quelli che si vedono nei palazzi importanti.

Credo che fosse un palazzo di edilizia popolare ad affitto bloccato. Un bel colpo di fortuna per una ragazza che abitava da sola a Manhattan.

(2 – continua)

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Il mio spicchio di mela

Sono su un marciapiede, la gente mi scansa passandomi intorno senza vedermi. Faccio progetti per la giornata e ho l’agitazione nelle gambe.

Take it easy. Mi dice Carmen. Simona, take it easy. Non c’è bisogno di correre. Tu SEI a New York. Tutto questo che hai intorno E’ New York, non hai bisogno di correre sempre da un posto all’altro.

La lascio parlare ma non ce la faccio a darle retta. È la prima volta che sono a Manhattan e sono bulimica di New York. Vado dappertutto, voglio vedere tutto. Musei, cinema, strade, negozi. Assaggiare, comprare, camminare.

Carmen è alta, fisico sinuoso, carnagione olivastra, capelli lunghi neri e ricci. Accanto a lei ci si sente al sicuro. La calma le esce dagli occhi.

Io non sto mai ferma e indosso degli stivali di pelle nera con il tacco basso chiusi davanti con le stringhe anche se in realtà si indossano con la cerniera laterale. Si sono rivelati perfetti per macinare chilometri e chilometri tutti i giorni sui marciapiedi americani. Quando tornerò a casa e andrò in Toscana a trovare i miei, con mamma faremo un giro a Firenze e quegli stessi stivali cominceranno a farmi un male insopportabile ai piedi. Ma finché siamo a New York va tutto bene.

Carmen l’ho conosciuta alla scuola di inglese che frequento al mattino. In classe c’è gente che viene da posti diversi. Sara, in fissa con Michael Jackson, è spagnola, Raimon, catalano. Carmen è brasiliana di Porto Alegre. È una delle più grandi, insieme a me, a una giapponese, Misako, e ad alcuni coreani. Ci sono anche delle ragazze cilene. Poi c’è un ragazzo turco.

Le insegnanti si alternano. Fiona, che viene ogni mattina da Worcester, e Carol Anne.

È il febbraio del 1996. In Italia è appena andata in fiamme La Fenice e io, che in quel periodo vivevo a Treviso e frequentavo Venezia con una certa regolarità, sono sconvolta.
A una delle attività pomeridiane della scuola, quando ci portavano in giro per New York, ne parlo con un’altra allieva italiana. Non ricordo come si chiamava. La vidi solo quel giorno, in metropolitana, mentre andavamo in discoteca.

I am so sad, I cried, mi dice della Fenice.   

Parliamo inglese, ci sforziamo di parlare inglese, anche fra connazionali, per imparare meglio. Gli accompagnatori del pomeriggio sono due ragazzi. Uno è Mario, un tizio magro dagli occhi furbi, che si porta dietro la ragazza francese, una tipa da copertina. Che bella pronuncia che hai, mi disse Claire quando le feci sentire due parole in francese. L’altro è Joe.

Con Mario girammo per Tribeca, Chelsea e Soho, visitammo il Metropolitan Museum e andammo alla Webster Hall e al Tunnel, la discoteca frequentata dalle modelle. Avremmo potuto trovarci anche Naomi Campbell, ci disse.

La partenza era fissata per il pomeriggio del 24 febbraio su un volo Klm Venezia-Amsterdam-New York. Sarei arrivata al Jfk intorno a mezzanotte. Avrei preso un taxi, uno di quelli ufficiali, quelli gialli, si erano raccomandati in agenzia, e poi avrei raggiunto l’appartamento sulla 18th angolo First Avenue, dove mi aspettava la signora che mi avrebbe ospitato in Bed & Breakfast.

Quando arrivarono i documenti, biglietti e voucher, la chiamai, dopo aver calcolato il fuso orario. Le parlai leggendo al telefono il foglietto con gli appunti scritti in inglese.

Come prima cosa, lei mi corresse subito la pronuncia del suo cognome.

Pensai che fosse una specie di professoressa.

A quel tempo vivevo in affitto in un appartamento all’ultimo piano di un condominio di tre nella prima periferia di Treviso. Una zona che tutti conoscevano per la presenza del grattacielo di Antenna Tre, una tv locale, anche se gli studi televisivi ormai erano stati trasferiti da tutt’altra parte. Un appartamento ammobiliato, proprietà dei coniugi Caregnato, due simpatici vecchietti che mi avevano adottato come una figlia.

Una volta al mese mi invitavano a pranzo al circolo ufficiali, sulle rive del Sile, quando passavo da casa loro per pagare l’affitto mi offrivano i cannoli (la moglie era siciliana) fatti con la ricotta arrivata apposta da giù. Una volta mi portarono addirittura a trascorrere un weekend nella loro casa di Enego, sull’altipiano di Asiago.

Io però ero stufa di trovar famiglie pronte ad adottarmi ovunque andassi e volevo solo scappare, anche dalla casa dove abitavo. Quando decisi di andare a New York, un sogno che non avrei mai creduto di trasformare in realtà, e per di più di andarci da sola, pensai che fosse l’occasione per dare un giro di volta alla mia vita.

(1 – continua)

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La sera del capriolo morto

Qualche anno fa, in una calda sera di fine luglio, andai con la mia amica del liceo a vedere uno spettacolo sulla Francigena nell’Abbazia di San Galgano. Partimmo che era ancora giorno. Al curvone dei Cappuccini notai che dal ciglio spuntavano le zampe di un capriolo. Io guidavo, la mia amica parlava rivolta verso di me per cui non si era accorta di niente.

  • Presto, presto, chiama il 118 che c’è un capriolo investito.
  • Che c’entra il 118, è un animale…
  • Fidati, hanno l’obbligo di passarti il veterinario di turno.
  • Ma poi sei sicura? Io non l’ho mica visto.
  • Perché eri girata dall’altra parte, sbrigati che si fa tardi.

Solo pochi giorni prima, andando a Siena, avevo visto un capriolo morto sulla rotatoria per la Siena – Firenze all’uscita Nord di Colle Val d’Elsa.

Dopo aver sceso Paola e mamma davanti all’ospedale, mi misi a fare telefonate per avvisare qualcuno che facesse togliere la carcassa.

Il servizio per la fauna selvatica, che mi rispose subito, mi disse però che interveniva solo per gli animali feriti e mi consigliò di avvisare il Comune competente. 

Pensai che la parte dove era il capriolo era sicuramente su Poggibonsi.

Chiamai il Comune. Mi passarono un’impiegata dalla voce scocciata che, non appena le ebbi spiegato la faccenda, mi chiese:

  • Ma lei è proprio sicura che lì sia Poggibonsi? Perché potrebbe essere anche Colle. 

Dopo alcuni minuti, ritornò all’apparecchio e mi informò sconsolata che era proprio Poggibonsi. 

Disse anche che avrebbe mandato qualcuno. 

La sera di San Galgano non c’erano dubbi su quale fosse il Comune competente, ma alle otto di sera non avremmo trovato nessuno. Nemmeno i vigili.

Intanto la mia amica parlava col 118.

  • Oh, mi hanno detto che mi passano il servizio veterinario… Allora avevi ragione te.

Aspetta aspetta, però, il servizio veterinario non rispondeva, per cui le dissi di riagganciare e richiamare il Suem per chiedere che potevamo fare, vista l’ora. 

Non ne avevano idea.

  • Fai il 115, chiama i vigili del fuoco.
  • Ma come fai a sapere tutti questi numeri?
  • Eh, dopo anni di giro di nera…

I vigili del fuoco la ascoltarono e promisero che sarebbero intervenuti.

La mia amica però era ancora scettica.

  • Secondo me te lo sei sognato. Io non ho visto nulla. Sai che figura ora con tutte quelle telefonate…
  • Ma figurati se non c’era. Ho visto benissimo le quattro zampine all’aria che spuntavano dal fosso.
  • Mah, sarà…

Arrivammo a San Galgano, prendemmo posto nella chiesa e guardammo lo spettacolo, “Storie e amori sulla via Francigena, un musical in cammino”, di Nicola Costanti e Marco Brogi.

Marco lo avevamo salutato fuori dalla basilica. 

Scoprimmo anche che il Comune di Chiusdino organizzava un festival estivo di un certo livello, oltre all’opera sulla Francigena c’era già stato un concerto di Max Gazzè e altri appuntamenti interessanti erano in programma, ma noi non ne sapevamo niente.

Dell’evento di quella sera io stessa l’avevo saputo quasi per caso, vedendo un post di Marco su Facebook.

La serata fu molto bella. Bravissimi gli attori e cantanti, ben scritta la storia, fantastico il posto. Bella anche la sera d’estate.

Al ritorno, dopo un po’ di strada, il discorso tornò sui caprioli, anche perché io sono sempre terrorizzata quando guido per le strade in mezzo al verde, che spuntino animali e prego dentro di me che ciò non avvenga.

Quando passammo dal curvone dei Cappuccini, a Colle, il capriolo non c’era più.

“Certo che non c’è – commentò la mia amica – vedrai, non c’è mai stato, te lo sei solo immaginato”.

Qualche giorno dopo una conoscente commentò su Facebook un mio post su che cosa fare quando si trovano animali selvatici morti e feriti, dicendomi di guardare la bacheca di sua sorella.

Aprii la pagina e vidi la foto del povero capriolo a zampe all’aria al curvone dei Cappuccini. 

La sorella scriveva che si era trovata a passare di lì, aveva visto (e fotografato) il capriolo, dopo di ché era impazzita a chiamare carabinieri e non so chi altri per far togliere la carcassa. 

Tra l’altro diceva che si trattava di un esemplare di femmina e pure incinta. Alla fine concludeva che comunque, grazie al suo telefonare a destra e a manca, alla fine il povero animale era stato tolto. 

Oddio, stavo perdendo il primato di avvistatrice di caprioli morti per strada, ma a dire il vero in quel momento non mi sembrava la cosa più importante.

La cosa veramente importante era scaricare la foto e inviarla a quella miscredente della mia amica come prova definitiva che quella sera non avevo avuto le traveggole.

Ogni tanto, una piccola soddisfazione… 

(La foto del capriolo nel verde invece l’ho fatta io sotto casa e almeno quello è indiscutibilmente vivo)

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