Nel caos più assoluto (7)

Se l’importanza di una storia si giudica dal finale, allora quella della Tipa della Conchiglia Sbriciolata è stata veramente una Grande Storia. 

Non potrò mai dimenticare l’immagine di lei, in piedi, con l’abat jour bianco a forma di otto sotto il braccio e il filo elettrico che cadeva giù, appoggiata con nonchalance a quell’orribile fornelletto a gas, novella Sarah Bernhardt impegnata nell’ultimo atto dello spettacolo.

Fenomenale.

Alla fine andò così. Dopo lo scambio in chat sul senso della raccolta differenziata e le condizioni terribili in cui io l’avevo costretta a vivere, le dissi: Senti, finiamola qui. Te te ne vai il prima possibile e con me hai chiuso. Da ora in avanti parlerai solo con la mia mamma, e mi dispiace sinceramente per lei, ma io non posso avere a che fare con una persona come te, specialmente dopo essermi fatta in quattro per aiutarti a superare il momento.

Aspetta un attimo, pensai, il momento… 

Non è che sei te che li crei ad hoc questi “momenti” per approfittare delle persone, utilizzare quello che ti fa comodo e poi andar via con una scusa?

Un po’ come quella di Victor Victoria, che per mangiare a sbafo nei ristoranti teneva uno scarafaggio in tasca da mettere nel piatto al momento giusto.

Mamma continuava a dire: “Povera cara, a me fa una compassione che non riesco proprio ad avercela con lei… È così sprovveduta… Non sembra una persona adatta ad andare in giro da sola nel mondo”. “Però – aggiungeva subito dopo – qualcosa deve saperlo fare, altrimenti non sarebbe arrivata fin qui”.

Per la famosa casa la Tipa aveva versato una caparra per poi disdire tutto al momento di firmare il contratto. 

C’era un tubo rotto, volevano fregarmi. 

Da me si era rotto il tubo del bidet, ma lo avevo fatto riparare troppo presto. Per cui aveva dovuto trovare altre magagne.

Non ho intenzione di darti una lira per un posto del genere!, aveva urlato portandosi via i valigioni.

Durante la sua assenza mi misi a sistemare la casetta, certa che non sarebbe più rientrata, se non per riprendere i bagagli. Non era facile con tutta quella roba in mezzo. Le sue caffettiere erano tutte piene. Pensai, è come quello che cambia la macchina quando c’è da svuotare il posacenere. Le lavai. Anche la mia caffettiera americana era sporchissima. La caraffa di vetro e la base elettrica, completamente incrostata. Un pentolino per bollire l’acqua era incatramato all’interno con una roba nera e densa.

Sull’acquaio un bel po’ di piatti e pentole rovesciate, messi ad asciugare. Li controllai uno a uno. Uno schifo. Tazze macchiate di tè, sugo e unto sulle pentole, pezzetti di cibo su posate e scodelle. Rilavai tutto. Anche il frigorifero era coperto da uno strato denso e appiccicoso, scuro, che si era infilato nella maniglia incavata sopra allo sportello. Dentro, roba rossa appiccicata dappertutto. Staccai la presa, lo portai fuori e detti una prima passata con la sistola. 

Sotto il frigo, altra roba rossa ormai essiccata. 

Ecco una tazzina da caffè rotta, andò a fare compagnia al bicchiere di cristallo da vino rosso in frantumi emerso dall’immondizia.

Il letto sembrava una “cuccia”, aggrovigliato e mai rifatto. 

Lascia stare, ho la mia biancheria, uso quella, mi aveva detto. 

Ma dal mucchio uscivano solo lenzuola e coperte della casa. 

Saltando da un valigione all’altro liberai il letto anche dal topper nuovo di pacca, per poter mettere tutto a lavare.

Sul tavolo della cucina c’era un libro di grammatica inglese dall’aspetto familiare. Lo aprii. C’era scritto il nome di mamma. Ma fin dove cavolo era andata a frugare? 

C’erano anche il maglioncino d’angora e il libriccino che le avevo regalato. Li presi e li portai via. La borsa di paglia non la vidi, pazienza. 

Le amiche mi dicevano di stare in guardia perché la tipa era evidentemente un’approfittatrice e una truffatrice. Loro non avevano dubbi. Io iniziavo a crederci solo allora. 

Facevo fatica ad accettare che qualcuno pensasse di introdursi nella vita di due donne sole, colpite da un lutto devastante, per il proprio tornaconto. 

Come non potevo credere che quella lampada bianca in plastica a forma di otto potesse essere una telecamera. 

Che dovevo fare? Qui c’era tutta la mia roba!, urlò la Tipa quando le chiesi il perché. 

Il senso di tradimento, la fiducia data a chi non la meritava, l’invasione dei miei spazi, della mia casa, della mia vita. Non credevo fosse possibile stare ancora peggio di quanto già stavo.      

Mi dispiaceva ancor più aver messo mamma in questa situazione. Ma lei diceva, vedrai che prima o poi finirà anche questa.

Intanto però la Tipa era sparita, lasciando la casa piena della sua paccottiglia.

Forse avrei dovuto aprire i valigioni, ho pensato dopo, o avrei dovuto portarli in garage, dove c’erano altre scatole piene dei suoi ammennicoli. Fatto sta che, per oltre due settimane, nell’attesa di sue notizie, la casetta non è stata agibile, invasa com’era da tutta quella roba. 

Non potevo pulire, non potevo fare la conta dei danni.

Passai dall’agenzia immobiliare che le aveva “venduto” la famosa casa. Quella dei titolari che, secondo lei, avevano cercato di truffarla. 

La storia che mi raccontarono era incredibilmente simile alla mia.  

Si era presentata con quegli occhioni, – mi dissero – sola e sperduta come un gattino bagnato, si poteva non aiutarla?  

Così le avevano aperto le porte dell’agenzia a tarda sera, perché potesse arrivare con i suoi valigioni, l’avevano aiutata a scaricare e le avevano custodito tutto finché non entrò nell’appartamento. 

E in segno di gratitudine, la Tipa continuava a urlare che la volevano truffare. In compenso, però, tutti gli agenti immobiliari della zona furono avvisati di tenerla alla larga nel caso si presentasse.

Non è ancora finita. C’è da parlare del capitolo regali e della sua fantastica uscita di scena.

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