Sono in un bistrot con due amiche. Ognuna di noi ha davanti un piatto, ognuna diverso, ma tutte con lo stesso bicchierone di birra.
Una è appena tornata da un superviaggio, oltreoceano e con intenti umanitari, e io avrei molta voglia di sentire il suo racconto. L’altra sta per partire per una nazione tra l’Asia e l’Europa.
Mangiamo un boccone veloce prima di andare a teatro per un concerto.
Il discorso cade sulla nuova amica (la tipa della conchiglia sbriciolata).
Quella sera ci sarebbe dovuta essere anche lei.
Lei che ripeteva di amare la musica, che senza musica non avrebbe potuto vivere.
Invece, dopo aver aderito subito alla mia proposta, qualche giorno prima, quando le ho ricordato l’appuntamento è diventata vaga.
Oddio, devo vedere… Ho da fare un po’ di cose mie… Ti faccio sapere…
Il giorno stesso, non avendo saputo più niente, le comunico che sarei partita alle sette e che avremmo mangiato in un bistrot.
Vai pure, dice, preferisco sistemare alcune cose mie, devo prepararmi per il viaggio di dopodomani.
Mi sembra di percepire che qualcosa non quadra, ma pazienza. D’altra parte già nei giorni precedenti la nuova amica, che vive nella casetta da una decina di giorni, di stranezze ce ne ha mostrate un bel po’.
In ogni caso, per me è la prima uscita con le amiche dopo i giorni del dolore, e non mi faccio turbare più di tanto.
Poi, una volta al bistrot, il discorso cade su di lei.
Le amiche chiedono, come ci siamo conosciute, com’è, che fa.
Tra l’altro ho anche alcune foto.
No, non alcune. Una intera collezione poiché la tipa a ogni passo che fa si scatta un selfie e me lo manda.
Tutti primi piani. Primo piano della tipa a teatro che assiste al balletto, primo piano della tipa sulla terrazza di casa mia (in realtà è affacciata alla finestra della cucina, ma come vedremo, per lei dire le cose che non corrispondono alla realtà, minime o importanti che siano, non sembra essere un problema). E ancora. La tipa che mangia in un ristorante vegano, la tipa accanto a un manifesto di un qualche corso yoga.
La tipa. Punto.
Che faccia da psicopatica! Dice R.
Ma dai… è un po’ particolare, questo è vero… Dico io.
No no, dammi retta – R. insiste – Questa è proprio psicopatica. Guardala bene…
Intanto L., l’altra amica, se la rideva, continuando a mangiare polpettine di melanzana.
Senti, io ti dico una cosa. Questa è pericolosa, si vede dalla faccia. Levatela di torno prima possibile…
R. è decisamente categorica.
Durante il concerto mi arriva un messaggio.
Sai, ho fatto bene a non venire. Domani sera vado via presto per dormire da un’amica e prendere il treno la mattina all’alba. Sarà per un’altra volta. Magari organizziamo qualcosa da sole, io e te.
Sì, magari.
Credetti di capire una cosa. Che l’idea di trascorrere una serata con le mie amiche la metteva a disagio.
Anche se non capivo ancora bene il perché, tutto quello che faceva cominciava a far sentire molto a disagio me.
Il giorno dopo, vedendo che all’ora che aveva detto di dover andare era sempre in casa, le chiesi se non usciva.
No, parto domani mattina prestissimo. Non è necessario che vada a disturbare la mia amica. Tanto ho trovato uno che mi dà un passaggio a quell’ora…
Sembrava un po’ strano. Tutti lei li trovava quelli pronti a ogni ora del giorno e della notte a dar passaggi per qua e per là.
La sensazione di disagio aumentava. Non capivo bene che cosa volesse dire né che cosa volesse fare. Da quando era arrivata a casa mia alternava momenti (apparentemente) di affetto e di preoccupante dipendenza da me e da quello che le offrivo, ad altri in cui sembrava offesa e risentita nei miei confronti.
Un giorno, entrando nel mio appartamento, senti una canzone alla radio e scoppiò improvvisamente a piangere, buttandosi tra le mie braccia.
Rimase lì per qualche secondo, io non dissi niente. Poi mi chiese scusa, disse che non se la sentiva di parlare, e finì lì.
Intanto i problemi che riguardavano la sua vita lievitavano come l’impasto di una pizza gigante, sovrastando tutto il resto.
Quando la incrociavo non parlava d’altro, rovesciandomi addosso situazioni che sembrava dovessi risolverle io.
Tolsi le chiavi dalla mia porta esterna, per impedirle di piombare dentro a ogni ora senza avvisare né chiedere permesso. Seppi poi che la stessa cosa la faceva anche con mamma. Con la scusa di portarle dei regalini, una tazza, due frittelle, apriva la porta e entrava.
Lascia stare – diceva mamma – non dirle niente. Tanto tra poco, si spera, se ne va.
Intanto però avevo smesso di chiamarla nuova amica, quando parlavo di lei.
Ora era diventata il Caso Umano.
(4)
