Un bel po’ di tempo fa in tribunale a Belluno girava una coppia che attirava l’attenzione. Lui, un ragazzo piuttosto alto e di corporatura normale, indossava un cappello alla Stanlio e Ollio coperto di paillettes d’argento sopra un completo verde. La signora, una vecchina piccola e dall’aspetto fragile, pareva la Fatina dei Boschi, con ai piedi delle pantofole in lana cotta e il vestito dello stesso materiale.
Probabilmente erano madre e figlio.
Ogni tanto li vedevo uscire, o entrare, dal palazzo di giustizia. Avrei voluto fermarli e cercare di capire chi erano e per quale motivo fossero là, ma ero sempre o troppo lontana o impegnata.
Da giorni annunciavo in redazione l’intervista ai due, chissà che storia interessante avevano da raccontare.
Ogni mattina, nella mia lista di cose da seguire, c’era anche un appunto su di loro, accanto ad altre notizie da approfondire o scoprire.
Chiesi a qualche amico avvocato di avvisarmi per tempo quando si vedevano in giro.
Un giorno qualcuno mi disse che erano appena entrati nel corridoio della Sezione Civile.
Non c’era molto da fare in quel momento per cui partii di corsa, e li trovai.
Mi avvicinai e mi presentai. Loro non parvero affatto infastiditi dal mio interesse. Anzi.
Era da un po’, disse lui, che cercavano un contatto a cui esporre il Problema, ma ogni volta c’era qualcosa che si metteva in mezzo e non riuscivano a trovare la persona giusta.
Quale sarebbe questo Problema, chiesi.
Il tizio dal cappello di paillettes aprì una borsa di plastica della spesa e ne trasse una cartelletta piena di fogli. Appoggiò il quadernetto su una superficie e cominciò a sfogliarlo mentre mi spiegava.
Ci misi un secondo a pensare, “ahi, chi me l’ha fatto fare…”.
Il quaderno era pieno di foto. Foto di condomini di periferia, palazzoni o palazzine col giardinetto e il cancello, come se ne vedono un po’ dappertutto. Ma c’era qualcosa che non andava.
Dai condomini spuntavano delle antenne.
Mentre lui parlava, la vecchina ripeteva le ultime parole, come a dare una conferma. Aveva una vocina sottile sottile.
Lui parlava a ruota sciolta, indicando le foto delle antenne. La cosa era molto complessa. Loro infatti usavano quelle antenne per arrivare a Noi.
Loro chi?
Eh… sorriso misterioso e occhi al cielo. Loro.
C’erano le onde elettromagnetiche, la Loro arma contro di Noi. Noi umani? Forse.
Molto bene. Non solo il mio articolo stava andando a farsi friggere, proprio come i nostri cervelli sotto le onde elettromagnetiche. Ma avanzava in me la consapevolezza che io questi li avevo rincorsi per settimane, solo perché uno indossava un cappello di paillettes e l’altra le pantofole di lana cotta.
Il tizio non mi mollava più, aveva trovato un pubblico, e la vecchina continuava a balbettare qualche parola di fine frase. Io intanto cominciavo a sentirmi male.
Sentivo come se avessi dentro di me qualcosa di nero, denso, amaro. Sofferenza, tanta, scura, profonda. Altro che onde elettromagnetiche.
Più stavo loro vicina e più mi avvolgevano nelle loro sabbie mobili.
Dovevo uscirne il prima possibile.
Passò il presidente del tribunale, un tipo alto e scherzoso, che veniva dalla Toscana.
Paillettes fece uno scarto e lo avvicinò, chiedendogli di ascoltarlo.
Il presidente gli spiegò che non poteva farlo, non per mancanza di volontà, ma per il suo ruolo. Avrebbe dovuto rivolgersi alla procura. Lui doveva mantenersi obiettivo e distaccato di fronte a ogni caso, senza conoscerlo prima.
Lo invidiai.
Ma colsi la palla al balzo.
Loro sembravano spaesati. Anche quel tentativo andava a vuoto.
Dissi che dovevo scappare, grazie, grazie davvero, è stato molto interessante.
Scriverà qualcosa?
Devo sentire la redazione, dissi, girando a sinistra per prendere il corridoio verso le aule giudiziarie.
Qualsiasi processo, i soliti maltrattamenti in famiglia, lo spaccio di droga, una lite tra vicini per i confini, era meglio di quell’abisso su cui mi ero appena affacciata.
