Il negozio di babbo

Del negozio di babbo, quando era in piazza, ricordo due cose: il soppalco in legno e un cartonato di Patty Pravo a grandezza naturale. Da qualche parte devono esserci ancora le foto che ci scattavamo insieme come se fosse vera. 

Patty aveva i capelli biondi con il ricciolo piegato all’insù e una riga nera sul confine tra la palpebra e le ciglia che si allungava oltre gli occhi. La bocca semiaperta, come se sorridesse ma non troppo, indossava un vestito cortissimo bianco e stivali di cuoio. 

Sul soppalco c’erano gli elettrodomestici, come di sotto, solo che tra le scale e le travi che coprivano tutto il resto quando ci saliva qualcuno era tutto un rimbombo. 

Il negozio in realtà era di zio. Babbo insegnava, a un certo punto faceva anche il tempo pieno a Sant’Andrea, e dal negozio ci passava quando finiva la scuola.

Diceva, vado a bottega. 

Prima del negozio grande col soppalco, c’era stato quello piccolo con le scalette che scendevano e l’acquario con i pesci. Ma io ero piccina e non me lo ricordo. Il negozio piccolo era a pochi metri da quello col soppalco. Bastava attraversare la strada ed era lì, dove per anni c’è stato l’ingresso di un ristorante che ora è diventato pizzeria, nello stabile che aveva ospitato una delle cartiere di Colle. Alle medie il prof di storia e geografia ci portò proprio lì a vedere la lavorazione della carta. 

Quando visitai la cartiera con la scuola il negozio piccolo era già stato chiuso, credo. Quindi la bottega era stata aperta con la cartiera ancora funzionante e con l’acqua della gora che arrivava dal rialzo in pietra davanti all’edificio per far muovere tutti i macchinari.

Nel negozio piccolo una volta successe una piccola tragedia. Una notte ci fu un corto circuito e i pesci dell’acquario morirono tutti.  

Ero alle medie anche ai tempi del negozio col soppalco.

A me quel negozio piaceva tantissimo e da allora ho continuato a sognare una casa con un soppalco che però non ho mai avuto.

A un certo punto il negozio si trasferì di nuovo, nei locali tra la piazza e via Roma, dove prima c’era la Posta, e al posto di quello vecchio fu aperta una banca.

E questo cambierà del tutto i ricordi piacevoli che avevo di quel posto. 

Parecchi anni dopo infatti, quando ormai stavo per finire gli esami all’università, iniziai a collaborare con un giornale locale. Scrivevo articoli su Colle, seguivo il consiglio comunale, facevo interviste. 

Erano i miei primi articoli e la paga era molto bassa. Ma il problema vero era quello che creava la banca quando andavo a riscuotere il mio misero assegno. Andavo lì perché babbo mi aveva detto che erano amici suoi e di zio. Bastava che facessi i loro nomi, quando mi presentavo alla cassa, e non avrei avuto problemi.

Non era così. Loro li conoscevano, ma me no. E ogni volta ci rimanevo malissimo. Erano tempi, a Colle, in cui si faceva tutto per conoscenza diretta. Oggi non potrebbe succedere niente del genere, basta mostrare il documento. 

Una volta babbo mi accompagnò e fu tutta una festa. Ogni impiegato lo salutava e scambiava due battute con lui. .

  • Questa è la mi’ figliola, c’ha da cambiare un assegno.
  • E che problema c’è? Mandala da me, disse uno in cassa. 

Quella volta andò tutto liscio. Quando ci tornai da sola però non si ricordavano più di me e successe tutto come al solito.

Alla fine cambiai banca. Nel frattempo ero stata assunta in redazione e l’assegno non era più quello dei primi tempi. Ma non mi è più successo quello che capitava di là.

Peccato. Non so nemmeno che cosa è successo al soppalco. 

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