Per l’8 ottobre 2003 era prevista la visita del presidente della Repubblica a Belluno. Il viaggio di Carlo Azeglio Ciampi, oltre alla puntata nel capoluogo, prevedeva anche una cerimonia a Longarone, il giorno dopo, per il quarantesimo anniversario della tragedia del Vajont, e un appuntamento a Feltre.
In un momento abbastanza piatto per la cronaca, in redazione ci barcamenavamo tra le succinte comunicazioni ufficiali che arrivavano dal Quirinale tramite la Prefettura e la necessità di riempire un bel po’ di spazio dedicato all’evento. C’erano da scovare notizie, nonostante le rigide regole del Protocollo e le bocche cucite di tutti i personaggi, amministratori e politici, coinvolti in prima persona.
Una collega si era concentrata sul lato culinario. Ma nessuno voleva rischiare rivelando quale ristorante fosse stato chiamato a preparare il pranzo di gala a Palazzo dei Rettori. Figurarsi per quanto riguardava il menu.
La ricerca però alla fine qualche risultato l’aveva portato. La collega si era imbattuta in un camioncino con le insegne di un ristorante che si allontanava da piazza Duomo, sede della Prefettura, nei giorni prima dell’arrivo del Presidente. Con una telefonata era riuscita a farsi confermare l’ingaggio, ma per la lista dei piatti che sarebbero stati serviti non ci fu niente da fare.
Ricordo ancora le telefonate che fece a tutti gli invitati, politici e amministratori perlopiù, per strappare la promessa di rivelare il menu non appena si fossero seduti a tavola.
Riuscì anche a montare una piccola polemica sui gusti della signora Franca in fatto di acqua minerale. La First Lady infatti beveva un determinato tipo di acqua in bottiglia di vetro che non era facilissima da trovare sul posto e doveva essere presa in un magazzino del Trentino.
Io invece, chiamavo le scuole. C’era da capire come si erano organizzati gli insegnanti per preparare i bambini all’arrivo del Presidente della Repubblica, se avevano fatto temi, disegni, ritagliato bandierine tricolori da sventolare.
Niente. Non avevano fatto niente.
Anzi, nessuno sapeva niente.
“Ma a noi non ci hanno mica avvertito”, era la risposta che arrivava dalle scuole elementari cittadine.
Non c’è bisogno che nessuno vi avverta, dicevo io. Il Presidente arriva in piazza, è un fatto, e chiunque può vederlo e salutarlo.
“Sì, ma noi mica si può uscire da scuola con i bambini a nostro piacimento, occorre il permesso della direzione, e ormai…”.
“Ormai” voleva dire che era già tardi e Ciampi sarebbe arrivato la mattina dopo alle 10. Non c’erano i tempi per organizzare l’uscita straordinaria dei ragazzi.
Il babbo di uno dei collaboratori del giornale però, era direttore di una scuola. Provammo a giocare quella carta, sperando che fosse sufficiente perché i bambini delle scuole potessero assistere alla visita del Presidente. Dopodiché non rimaneva altro che aspettare e vedere che cosa sarebbe accaduto l’indomani.
La mattina dopo, prima delle 10, piazza Duomo era tutto un brulicare di bambini accompagnati dalle loro maestre. Ne fui contenta. E pensai che in fondo non c’era voluto un grande sforzo perché tutto ciò accadesse.
Intanto si avvicinava il corteo presidenziale, con Ciampi che passava attraverso piazza dei Martiri, con intorno tutto il codazzo di sindaci e politici vari, salutando le persone assiepate dietro alle transenne.
Finalmente arrivò in piazza Duomo, sotto la Prefettura, dove fu accolto dagli strilli entusiasti dei bambini.
Il Presidente si avvicinò e cominciò ad abbracciarli, a chinare la testa verso di loro, a stringere le loro manine.
Fui molto contenta anche di questo. Ma non sapevo ancora di preciso che cosa fosse successo in realtà. Lo seppi poco dopo, quando qualcuno della Prefettura o qualche collega, non ricordo, disse che lui, Ciampi, non era la prima volta che lo faceva, però sicuramente in quell’occasione lo aveva fatto. Aveva infranto il Protocollo.
Non era previsto, secondo le rigide regole presidenziali, che si avvicinasse ai bambini (che infatti avrebbero anche potuto non esserci), né che interagisse con loro.
Appena mi fu tutto chiaro, piagnona come ero all’epoca, mi spuntarono subito due lacrime di commozione.
