La vendetta dei bagels

Ho notato che in queste memorie  tendo a non parlare molto bene di me. Penso alla me di quel tempo come a una persona superficiale, pronta all’avventura sì, ma con una certa incoscienza e fondamentalmente ingenua. Non che non sia vero. Se guardo le foto di quell’esperienza, vedo una ragazza dal viso fresco, incorniciato da bellissimi ricci naturali rossi, illuminato da un sorriso spontaneo. Non è poco.

Oggi sono decisamente più matura, saggia e purtroppo anche molto più provata dai casi della vita. In foto vengo orribile, i lineamenti risultano deformati, il sorriso è più raro e non ha più la luce di un tempo.

Insomma, ho quasi il doppio dell’età che avevo quando ero a New York. Forse è normale che sia così.

Penso a una foto in particolare. Sono con Sarah, la ragazza spagnola, Carmen, la mia amica brasiliana e la giapponese, in posa sulla terrazza interna del Metropolitan Museum. Non ricordo chi l’abbia scattata, di preciso. Io appaio molto a mio agio, naturalmente sorridente e molto in sintonia con le altre ragazze. Sono magrissima. Indosso la minigonna di velluto a coste grosse blu Benetton, delle calze blu trasparenti, gli stivalini eroici con le stringhe, un dolcevita viola con il collo a cerniera. 

Mi piaccio. Tutto sommato questo viaggio nel passato lo trovo piacevole e probabilmente mi fa anche bene. In fondo nella me di oggi è contenuta anche la me di ieri, comprese le parti che allora amavo.

L’ultima settimana della mia permanenza a New York, Carmen e Misako erano già partite, in classe arrivò una giovane coreana. Fin dall’inizio dimostrò una decisa avversione nei miei confronti. Controbatteva sempre alle mie affermazioni, passava il tempo in classe con il volto rivolto verso il basso e gli occhi che mi scrutavano di sottecchi. Insomma, sembrava ossessionata da me e piena di rancore. Rimasi molto turbata da questo atteggiamento che non riuscivo a spiegarmi. Fino ad allora avevamo trascorso delle bellissime mattine di studio con i compagni di ogni nazionalità, eravamo stati insieme al museo e in discoteca. Come in ogni gruppo c’era chi si sentiva più o meno affine all’altro, ma in fondo si trattava di rapporti con persone che vedevamo per alcune settimane e che in seguito, probabilmente, non avremmo incontrato mai più. Mi sembrava la condizione ottimale per avere relazioni amichevoli improntate sulla leggerezza e la cordialità. Per questo rimasi spiazzata dalle frasi taglienti che la nuova arrivata indirizzava verso di me. 

Un giorno l’insegnante ci chiese di raccontare alla classe la cosa che preferivamo di New York, quella che avremmo rimpianto quando saremmo tornati a casa. Io non ebbi dubbi. I bagels, dissi. Da quando avevo scoperto le ciambelline di pane, che fra l’altro sono il simbolo della città, non potevo stare senza. Cercavo le bakeries dove li facevano più buoni e con maggiore assortimento. Li assaggiavo con il sale, con i semi di papavero, le spezie, la cipolla, l’origano, il pepe. 

E una volta tornata a casa, dopo essermi procurata un bel librone sulla cucina americana, li ho fatti io stessa per amici e familiari.

Ognuno disse la sua e non credo di ricordarmi la preferenza di nessuno degli altri compagni di corso. Quando fu il turno della nuova coreana lei disse con tono sprezzante che c’era una cosa che sicuramente non avrebbe rimpianto di New York. I bagels. E guardando di sbieco nella mia direzione, iniziò a spiegare i motivi per cui quegli innocenti panini le facevano immensamente schifo e di come dopo averli assaggiati la prima volta decise che non ne avrebbe mangiato più nemmeno uno.

Si accalorò molto nell’impresa della distruzione del povero bagel.

Era evidentemente una ragazza un po’ squilibrata oltre che fastidiosa. Per fortuna la incrociai soltanto negli ultimi giorni.

Non sarebbe stata l’ultima volta, però, che avrei avuto a che fare con ragazze problematiche che tutto all’improvviso manifestavano sentimenti di odio e rancore nei miei confronti.

Ma queste sono storie diverse e le sperimenterò diversi anni dopo quel viaggio a New York.

(10 – continua)

Lascia un commento

Archiviato in adventure, diario minimo

Lascia un commento