Quando nevicò a Colle, nell’85, eravamo venuti a vivere in campagna da pochi anni, e io facevo l’università a Siena. La nostra casa allora era bellissima. C’erano da fare ancora tanti lavori, mancavano i radiatori, il pozzo dell’acqua, e forse io stavo sempre nella camerina microscopica su al terzo piano. E l’aia era vecchia e con il cotto rotto qua e là. La vegetazione era rara, c’erano pochi fiori, non c’era la piscina e nemmeno il cancello. Dietro casa c’erano dei ciliegi e qualche amareno in mezzo alla vegetazione intricata ed erano più le ciliegie col baco di quelle buone. Babbo ogni tanto chiamava un qualche esperto a fare degli innesti ma non andavano mai a buon fine. Con le amarene invece andò meglio e un anno, o forse anche più d’uno, riempimmo dei barattoloni di vetro e le mettemmo sotto spirito.
Quando nevicò eravamo del tutto impreparati e rimanemmo bloccati in casa con quello che avevamo, soli in mezzo al mondo, nel silenzio ovattato.
Una sera babbo e mamma andarono in Piano a piedi a fare un po’ di spesa. Comprarono un grande catino azzurro di plastica e ci misero dentro diverse cose da mangiare. Quando tornarono a casa Iadi, il nostro pastore tedesco, gli andò incontro tutto festoso. Annusando nel catino puntò il cartoccio del prosciutto e lo divorò in un baleno. Mamma e babbo non se ne accorsero fino a quando scaricarono la spesa in casa.
Poi ci chiamò zio Osvaldo e ci chiese se avevamo bisogno di qualcosa. Con i suoi fuoristrada era l’unico che poteva muoversi in auto per le nostre salite e discese.
Così il pane e altre cose di emergenza cominciò a portarcele lui.
La neve l’avevo vista in montagna e mi pareva normale di trovarla ogni volta che ci andavo. Ma averla a Colle era tutta un’altra cosa.
Mi piaceva guardarmi intorno e osservare le cose di tutti i giorni ridotte a profili appena accennati. A volte del tutto scomparse. Le macchine, gli alberi, il muretto, la mattina presto quando nessuno ancora ha lasciato le impronte dei suoi passi e la neve è soffice e intatta e vorresti che rimanesse sempre così.
A Belluno, tanti anni dopo, l’avrei incontrata più spesso. Avrei imparato anche i diversi nomi delle formazioni di ghiaccio in quota dai bollettini meteo che mettevano in guardia dal pericolo valanghe. Mai quanti ne conosceva Smilla e in più io me li sono pure dimenticati.
Una volta, era il gennaio 2006, erano annunciate abbondanti nevicate in pianura. Dal giornale mi chiesero di fare un pezzo con le previsioni meteo del giorno dopo per tutto il Veneto. Cominciai a guardare dei siti e a prendere appunti per il mio articolo. Mi imbattei anche in uno che annunciava neve a Venezia per il giorno dopo alle 13 in punto. Fui tentata di passare oltre. L’idea di scriverlo però non mi dispiaceva. Se poi non fosse successo non avrebbe mica fatto male a nessuno. Capita con le previsioni.
Quel fatto di mettere l’ora precisa era un rischio che qualcuno si era preso e che in qualche modo andava premiato. Ci pensai ancora un po’, mentre scrivevo quanto sarebbe successo su tutte le altre zone della regione, e alla fine decisi di metterlo nell’articolo. In fondo, nell’ultima riga, ben visibile: a Venezia è prevista neve alle 13 in punto.
Il giorno dopo Belluno era imbiancata come non si vedeva da un po’. Dalla grande finestra del salotto, guardando tutto a sinistra, dietro il Palazzo Rosso del Comune, vedevo il colle del Nevegal come un piattino di panna montata in casa, liscia e piatta, senza le righette dello spruzzatore del bar. Davanti, lo Schiara, con il dito alzato della Gusela del Vescovà, con le rocce coperte di bianco. Sulla destra, spostandomi alla finestra di camera, mi avvicinavo al Serva, che sembrava stare lì, ben piantato e a portata di mano come un panettone sulla tavola di Natale.
Subito dopo pranzo mi chiamarono dalla redazione.
“Simona, ma come hai fatto? È incredibile… Oggi alle 13 in punto è caduto il primo fiocco di neve su Venezia. Qui ci stanno chiamando tutti. Una radio vuole farti un’intervista. Posso dare il tuo numero?”.
Non amavo la radio e ancor meno la tv, nel senso che avevo difficoltà ad apparire. Preferivo stare al sicuro dietro alla mia penna, che già anche quello ti espone abbastanza.
Quindi, quando dalla radio mi chiamarono per intervistarmi non feci una gran figura. Anzi, per la timidezza e l’imbarazzo mi sforzai quasi di sembrare antipatica.
Invece quella volta a casa, nell’85, con la neve che copriva tutta la campagna, a un certo punto mi venne in mente un’idea. Presi un cuscino e lo misi in un sacco della spazzatura di quelli neri e resistenti, chiudendolo bene. Andai in cima alla discesa che va verso la grande quercia, mi sedetti sul cuscino e scesi giù, libera, come su uno slittino.
Quel gioco funzionava benissimo. Arrivata in fondo, ripresi il sacco e risalii, per scivolare giù di nuovo. Dalla seconda o terza volta, però, non ero più sola.
Iadi, il pastore tedesco che si era pappato il cartoccio di prosciutto, mi aveva scoperto e ora si voleva divertire anche lui.
Scendemmo giù insieme. Io con il mio cuscino-slittino, e lui che mi rincorreva felice abbaiando.
