I famelici scoiattoli di New York

A New York, per quanto fossi in preda alla frenesia, cercavo di allungare il tempo in tutto quello che facevo. Se visitavo Central Park stavo più tempo possibile su una panchina a leggere o a guardare la gente passare. Volevo vivere come se avessi abitato in quella città, non come se fossi la semplice turista che ero. Cercavo la quotidianità, la ripetitività delle azioni. Facevo quello che avrei fatto se fossi stata una Newyorker. Anche se tutto sarebbe durato solo tre settimane, per me, al momento era abbastanza.

La sveglia, la colazione a casa, poi alle 8 la camminata fino a scuola. Il pranzo, veloce, di solito un bagel con salmone e formaggio in un negozio vicino alla scuola. Il pomeriggio poi c’era da decidere dove andare. Se la scuola aveva programmato delle attività, partecipavo a quelle. Altrimenti spuntavo la mia lista delle cose che avrei voluto fare e vedere a Manhattan.

Carmen diceva una cosa vera, camminavo senza sosta. Saltavo sulla metro, sui bus, attraversavo street e avenue, visitavo musei, guardavo vetrine, scattavo foto. Ma facevo anche cose diverse. 

Una sera con la giapponese della mia classe andai a Broadway. Lei aveva trovato dei biglietti con lo sconto e mi aveva invitato a vedere Miss Saigon. Il giorno dopo commentammo l’esperienza in classe. Io ero irritata perché non avevo capito le parole. La giapponese ridacchiava. L’insegnante disse che secondo lei non era possibile che io non le avessi capite. “Certo, – dissi – ho capito qual era la storia, una specie di Madama Butterfly. Ma io avrei voluto capire tutte le parole”.

Con Mark, sempre della scuola, una volta andammo al cinema a vedere Dead Man Walking. Anche lì, stessa cosa. Capivo il senso della storia ma non le parole singole. A un certo punto in sala risero tutti, mi sembra dopo una battuta di Susan Sarandon. Ma io non avevo idea di che cosa avesse detto. 

Un’altra sera andai al cinema da sola, dalle parti di casa, su indicazione di Liz. Davano il Postino, The Postman, con Massimo Troisi, che in quei giorni aveva vinto l’Oscar per la colonna sonora. Liz mi disse che vedere il film in italiano e con i sottotitoli sarebbe stato un buon esercizio per il mio inglese.

In realtà piansi tutto il tempo.

La sera, quando rientravo in casa, facevo un po’ di cyclette nella mia camera guardando le previsioni incredibilmente precise delle tv locali di New York. La cyclette era rivolta verso la finestra e io potevo vedere quello che facevano tutti gli abitanti degli altri appartamenti. 

Le finestre erano dei grandi rettangoli verticali di vetro incorniciate da ferro dipinto di verde. Nessuna aveva le tende. Non ho mai capito questa abitudine degli americani. Probabilmente c’è un patto tacito a non curiosare nella vita altrui, ma come si fa a sopprimere la curiosità insita nell’essere umano? Io guardavo, anche se non conoscevo nessuna di quelle persone, per cui alla fine era come guardare un film. E se qualcuno faceva lo stesso con me, era uguale. Ai piani alti del caseggiato di fronte c’era un ragazzo che si allenava in casa con pesi e bastoni. In altri appartamenti si vedeva la luce e si indovinava l’arredamento anche se in quel momento non c’era nessuno.

Nei giardinetti di Stuyvesant Town vivevano tantissimi scoiattoli, di quelli belli grassottelli americani. Dopo aver scoperto che amavano ricevere cibo dalle persone, mi tenevo sempre qualcosa in borsa per loro. Un pezzetto di pane, un biscotto, un ritaglio di pizza. Non mi ci volle molto per pentirmi di questa novità. Quegli scoiattoli erano molto pretenziosi e, una volta imparato da chi potevano aspettarsi del cibo, appena lo vedevano gli si facevano incontro chiedendo senza permettergli di camminare in pace.

Questo accadde anche a me, naturalmente. E quando lo dissi a Liz lei commentò: “Brava, ora non te li toglierai più di torno”.

E così fu.

(8 – continua)

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