Appena arrivava l’autunno, nel piccolo slargo davanti al teatro Comunale, al di là della strada, si piazzava un caldarrostaro. Con un paiolone di metallo a base forata, Lino passava tutto il giorno al freddo, a Belluno le temperature vanno giù perfino d’estate, a cuocere castagne, che poi vendeva in cartocci.
Non impazzisco per le castagne, ma può darsi che sia capitato anche a me di fermarmi a comprarne un po’. Di sicuro ogni tanto qualcuno ce le portava in redazione o uno di noi andava a prenderle per tutti.
Un giorno un collaboratore fece un articolo sulla tradizione delle caldarroste e su chi le faceva in città.
Oltre a Lino ce ne erano anche altri, associazioni sportive nelle feste di piazza o qualche rivenditore di frutta e verdura. In ogni caso il collaboratore si era documentato bene e snocciolava anche una serie di cifre, del tipo quanti giorni durava la vendita delle castagne, quante ne venivano smerciate, cose del genere.
E alla fine della fiera Lino, il caldarrostaro di piazza, era al top della classifica.
Quando impaginai l’articolo mi venne spontaneo scrivere nel titolo, oltre alle notizie su chi, dove e quando arrostiva le castagne, “Ma Lino li fa fuori tutti”.
Una frase innocente e scherzosa, in linea col tono leggero del pezzo del collaboratore.
Il giorno dopo, non appena il giornale uscì in edicola, il segretario mi passò una telefonata.
- C’è Lino delle castagne, senti che ha da dire.
Era arrabbiatissimo. Parlava in dialetto pronunciando frasi sconnesse il cui senso era che lo avevamo messo contro tutti, che non era vero che lui faceva fuori gli altri e giù avanti di questo passo. E soprattutto che noi giornalisti si doveva scrivere quello che era vero sennò sarebbe andato dai carabinieri e ci avrebbe fatto una bella denuncia.
A me veniva da ridere. Ma una denuncia per che cosa? Però mi armai di pazienza e cominciai a spiegargli. Guardi signor Lino, il titolo è scherzoso, non significa che lei letteralmente fa fuori tutti gli altri, è un eufemismo.
Silenzio.
Che faceva Lino, rifletteva? O non capiva?
Subito dopo riprendeva, come un fiume, come se io non avessi detto nulla, come un disco rotto che ripete sempre la stessa frase.
Dovete scrivere come stanno le cose davvero sennò vi denuncio.
Pensai che forse la parola eufemismo non era nel suo vocabolario.
Guardi, signor Lino, non solo non abbiamo detto niente di male ma le abbiamo fatto fare una bella figura. È quella la verità, no? È lei che vende più castagne di tutti. Il titolo è iperbolico.
Di nuovo silenzio.
Per ripartire da capo con la sua tiritera fino alla denuncia per tutti.
Il capo non poteva sopportare che si stesse al telefono nemmeno per fare le interviste, figurarsi per rispondere a quelli che per lui erano solo dei rompipalle che gli rallentavano il lavoro ritardando il momento in cui sarebbe potuto tornare a casa.
- Che ha da rompere questo? Butta giù, non stare a perder tempo.
Ma il giorno dopo Lino si presentò in redazione. Probabilmente il segretario era in archivio o stava facendo qualcosa altrove, altrimenti lo avrebbe fatto aspettare nella saletta.
Invece Lino attraversò il salone con i suoi vestiti affumicati, la pancia prominente, la pelle sporca di carbone e un cappellaccio in testa, e col suo vocione chiese chi era quello che aveva fatto l’articolo contro di lui.
E io, guardi signor Lino, glielo ripeto, non è come…
In quel momento il capo si affacciò alla porta della sua stanza e guardando verso il salone disse, qualcuno lo butti fuori altrimenti a questo gli metto le mani addosso.
Lino però non sentiva ragioni e continuava a dire che lo avevamo rovinato, che tutti a Belluno ora ce l’avevano con lui e che dovevamo scrivere la verità altrimenti ci denunciava tutti.
Disse anche che lui era una persona buona, che d’inverno con quel freddo stava tutto il giorno davanti al teatro a vendere caldarroste e d’estate con quel caldo stava tutto il giorno fuori dall’ospedale a vendere i gelati e che faceva un piacere ai bambini e ai genitori, che se non c’era lui come facevano. E che lui una cosa così non se la meritava proprio e che non capiva perché ci volessimo mettere contro di lui.
In dialetto e senza congiuntivi.
Il segretario riuscì a convincerlo a uscire prima che il capo, che nel frattempo si era chiuso nella sua stanza per non sentire, desse definitivamente in escandescenze.
Il povero Lino provò a presentarsi ancora in redazione ma ormai ci aveva stufato e non gli davamo più relazione. Fece qualche altra telefonata di protesta, in cui cercai ancora una volta di spiegare che il titolo era in senso figurato.
Ma ormai anche io avevo capito che era tutto inutile e che le mie figure retoriche per lui non valevano un sacco della sua carbonella.
Anzi, non esistevano proprio.
