Una volta Liz mi chiese di cucinare per lei qualcosa di italiano. Spaghetti col pomodoro. Non fu semplicissimo raggranellare l’occorrente, non tanto per la pasta e il pomodoro, quanto per l’attrezzatura. “Ma io ho uno scolapaste! Come puoi pensare che non ce l’abbia” mi disse Liz quando le chiesi come intendesse scolare la pasta.
Preparai il sugo con aglio, prezzemolo e pomodoro. Feci bollire l’acqua, la salai, cossi la pasta per il tempo indicato sulla confezione. La condii e la mangiammo.
Mi pare di ricordare che non fosse venuta malaccio. Non ricordo se capitò quello che dicevano della pasta venduta negli Stati Uniti, cioè che era fatta con grano tenero.
Ricordo soltanto che dopo cena mi prese una botta di sonno pazzesca e filai a dormire.
Per la prima settimana andare a letto intorno alle otto di sera era d’obbligo, visto che soffrivo ancora il jet lag. Poi per fortuna passò. La sera degli spaghetti ero già abbondantemente fuori dalla zona jet lag, ma caddi ugualmente preda di un sonno di piombo.
Un’altra volta Liz mi costrinse a parlare in inglese davanti a tutti sul bus che ci riportava a casa dal centro. Passavamo sotto il Crysler Building, uno dei miei edifici preferiti di Manhattan e lei mi chiese di descriverlo. Non avevo idea di quello che intendesse farmi fare.
“Prendi il tuo libro e leggi quello che dice del Crysler”.
“Ecco qua”, aprii il libro a pagina 144 e glielo mostrai.
“Io non capisco l’italiano, traduci”.
“Progettato da William Van Alen…”
“A voce alta, magari interessa anche a loro”, disse Liz, allargando la mano ad indicare la gente che era nel bus insieme a noi.
Eravamo in piedi e ci tenevamo al palo per non cadere alle fermate. Io mi vergognavo, per l’inglese ma anche per il resto. Liz invece sembrava una piazzista. “È vero che interessa anche a voi?”.
Non ricordo di aver sentito risposte decise. Sbaglierò. Ma quel giorno mi toccò fare l’americana, parlando alla gente sul pullman di un monumento della loro città.
La situazione in Italia si va facendo ogni giorno più drammatica. Oggi, 22 marzo 2020, a un mese dall’inizio di questa epidemia, i numeri sono altissimi. 53.578 i casi positivi, 4.825 i morti. In questi giorni abbiamo pianto vedendo i video dei camion militari che portavano le bare dal Nord Italia in altri luoghi per la cremazione. Molti i medici e gli infermieri contagiati, diversi i morti anche fra i soccorritori.
Ho iniziato a scrivere i miei ricordi di New York pensando alla differenza fra quei giorni di completa libertà, di spensieratezza e avventura, mentre ero costretta a stare in casa per evitare i rischi di contagio. All’inizio ci si scherzava, era un gioco. Una settimana a casa, due, e poi sarebbe tornato tutto come prima. Così pensavamo, credo. Facevamo le lunghe file ai supermercati in silenzio, con il volto nascosto dalla mascherina e le mani fasciate nei guanti di lattice. Non salutavamo più nessuno, un conto è baciarsi e abbracciarsi, un conto è la paura di rimanere contagiati. In questa guerra il nemico vero è invisibile ma l’altro, gli altri esseri umani, quelli che rappresentano il pericolo, sono visibilissimi. Poi, valle a riconoscere le persone, con il volto coperto fino agli occhi e lo sguardo puntato a terra.
Oggi è difficile ridere e non è più un gioco. La macchia si espande, ha già toccato la Toscana e non è detto che non tocchi anche noi.
I miei giorni newyorkesi si fanno sempre più piccoli e lontani. Mi chiedo se ha senso stare ancora qui a raggranellare ricordi e sensazioni di un tempo che non è più.
Ma la risposta è davanti ai miei occhi. Non mi sono sentita mai libera e viva come in quelle tre settimane da sola a calpestare chilometri di marciapiedi newyorkesi con i miei stivalini neri. Ricordare come ero, non può che farmi bene. Al peggio potrei rischiare di risvegliare lo spirito libero di quei giorni. Ma non sarebbe poi un gran male.
(7 – continua)
