Era una notte buia e fredda…

Ai tempi dell’università avevo la patente ma non ancora la macchina, per cui mi muovevo con quelle di mamma e babbo sperando di trovare sempre il serbatoio abbastanza pieno. 

Babbo all’epoca aveva un’Alfetta 2000 nera con la bombola del gas nel bagagliaio.

Si era nei primi anni ‘80 e le macchine non sempre partivano, specialmente d’inverno. Ricordo i rumori della mattina presto, quando mamma buttava una pentola d’acqua calda sul parabrezza e teneva il motore acceso per diversi minuti per farlo scaldare prima di partire.

Non c’era l’obbligo di indossare le cinture di sicurezza e chi lo faceva sembrava un po’ strano, come quelli che tenevano la mascherina prima del Covid. E un po’ anche dopo.  

L’Alfetta aveva una manopola in basso a sinistra sotto il volante per passare da gas a benzina. Ma bisognava farlo con un certo criterio altrimenti se si ingolfava poi non se ne usciva più.

Una sera d’inverno presi l’Alfetta dopo cena per andare da degli amici in Borgo. Partì subito. 

Presi in giù la discesa di casa nostra, feci il tratto in piano della quercia, risalii la curva dei pini, ancora un breve tratto pianeggiante, la curva a gomito in discesa e via lungo il viale dei tigli. Ormai era fatta. Arrivata alla Cappellina, superai i binari della ferrovia ormai dismessa e scesi verso l’imbocco sulla allora Statale 68, come quella di Guccini.

E lì, prima ancora di controllare se arrivassero macchine da sinistra, la macchina si spense. 

Girai la chiave e provai a riaccendere, premendo sull’acceleratore. Niente da fare.

Provai e provai, ma a un certo punto dovetti smettere per non ingolfare il motore, sempre che non lo fosse già.

E ora, come la risolvevo questa? Era buio, anche un po’ tardi, per la strada non passava quasi nessuno. Non potevo avvisare i miei amici, ma nemmeno babbo o mamma. Forse avrei potuto lasciare la macchina lì dov’era, a cavallo della ferrovia, per tornare a casa a piedi e chiedere aiuto. 

Uscii dall’auto sperando che prima o poi passasse qualcuno.

In effetti qualcuno passò. Era una macchina che andava verso Poggibonsi. Come mi vide, il tizio rallentò, fece manovra poco più avanti per tornare indietro e mi raggiunse.

  • Grazie, lo salutai appena si fermò.

Era sempre un ragazzo ma piuttosto grandino, non uno della mia età.

Ascoltò quello che avevo da dire sulla macchina, come funzionava con la storia del gas, come fosse partita alla grande ma scollettando la ferrovia avesse perso colpi e si fosse fermata… 

  • E insomma, che posso fare per farla ripartire? 

Il tizio cominciò a parlare, ma diceva cose che c’entravano poco con la macchina. Mi chiedeva come mi chiamavo, che facevo, perché ero lì a quell’ora.

Gli risposi, anche se non mi parevano cose importanti e ripetei.

  • Mi puoi aiutare a farla ripartire? Forse con dei cavi per la batteria…

Ma quello continuava a chiedere. 

  • L’Università? Dove di preciso… Che cosa studi?

E io a ripetere, lettere moderne a Siena, e di nuovo tutte le cose che gli avevo appena detto.

Cominciai a pensare che fosse un po’ stupido. O forse voleva solo perder tempo perché non aveva idea di come fare per aiutarmi.

Pensai che, ovunque stesse andando, avrebbe potuto trovare un telefono per chiamare casa mia e avvisare babbo che mi venisse a prendere.

  • Insomma è proprio vero che sei una studentessa, o mi stai prendendo in giro?

Uffa! Ma che gli passava per la testa a questo… era non so quanto tempo, ormai che me ne stavo lì bloccata al buio e pure al freddo, e questo si poneva tutti quegli interrogativi inutili.

  • Dai, dimmi la verità. Te stai aspettando qualcuno…
  • Noooo, mi si è fermata la macchina, non riparte. Devo andare in Colle Alta da degli amici…
  • Non è che invece stai qui apposta?
  • E ridagli… Ma che ci starei a fare? Se la macchina non si fosse spenta a quest’ora sarei già in Borgo in una casa al calduccio.

A un certo punto il tizio si mise zitto e sembrò che riflettesse, serio serio.

  • Allora mi devi scusare…
  • Perché?
  • Eh, perché io… insomma, io… 

D’un tratto guardava verso il basso e sembrava che non sapesse più che cosa dire. Aspettai.

  • Insomma, io avevo pensato che aspettassi dei clienti…
  • COSA?
  • Scusami, è che ti ho visto qui ferma per strada…

Ma roba dell’altro mondo. E chi se la immaginava una storia così? 

Rimasi talmente tanto stupita che non ebbi nemmeno la forza di realizzare sul momento che razza di lumacone si fosse fermato a far finta di soccorrermi.

Risalii in macchina e provai a girare la chiave ancora una volta. Miracolo, il motore si accese.

Salutai l’imbecille e schizzai verso Colle Alta, stando ben attenta a posteggiare in discesa nel caso al ritorno mi fosse toccato lo scherzetto bis.

Che magari mi capitava di incrociare ancora una volta un idiota di tal razza…  

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