Cena al Casone con Caron Dimonio

Il primo anno che lavorai a Mestre i colleghi organizzarono una cena in un casone di pescatori in laguna dalle parti di Caorle. Ospiti d’onore, io e una collega tedesca che quell’estate aveva lavorato all’inserto in lingua dedicato ai turisti.

Prima del gran giorno ci avevano edotte su ciò che avremmo trovato. Una vera capanna di pescatori con il tetto in paglia come quelle tanto amate da Hemingway, una cena di pesce freschissimo a un prezzo irrisorio. Ma soprattutto, privilegio riservato alle sole componenti femminili del gruppo, mentre i maschi avrebbero percorso a piedi il tratto dal posteggio al casone, noi saremmo state trasportate su una zattera da una specie di Caron Dimonio. 

Il capo della redazione ce lo aveva descritto con dovizia di particolari. Barba lunga e incolta, così come i capelli, stava sempre a piedi nudi ed era già un’attrazione di per sé.

Arrivammo la sera tardi dopo il lavoro e lasciammo le macchine nel luogo indicato.

Quindi i colleghi si avviarono a piedi dopo averci consegnato nelle mani del Caronte che si esprimeva soltanto in dialetto.

Era già buio ma la notte era rischiarata dalla luna. La laguna era immersa nel silenzio, interrotto ogni tanto dallo sciabordio dell’acqua e dal verso di qualche animale notturno. Oltre che dalle nostre voci di giornalisti cittadini e un po’ caciaroni.

Il nostro traghettatore ci fece accomodare sulla zattera, eravamo in quattro, quindi, salito a bordo con un balzo, cominciò a vogare attraverso la laguna.

Vorrei aver conservato una memoria più vivida di tutti i particolari di quell’esperienza. Mi pare di ricordare che i colleghi si erano offerti di portare le nostre borse fino al Casone per non appesantire la zattera, e che faceva un po’ freschino. 

Nel casone c’era un lungo tavolo di legno apparecchiato. Dietro scoppiettava un bel fuoco nel caminetto. Ci sedemmo e subito arrivarono dei vassoi con gli antipasti. Peoci freschissimi, che sarebbero le cozze. Canoce (ovvero cicale di mare) candide e tenere. Pur non essendo una grande mangiatrice di pesce (ho iniziato solo a ventidue anni) avevo trascorso tutta l’estate mestrina ad assaggiare spaghetti ai caparossoi (vongole) in ogni parte della provincia veneziana (cosa che alla fine mi aveva causato un’eruzione di bolle rossastre su tutto il corpo) per cui il pesce della laguna lo conoscevo abbastanza bene.

Ero quindi titolata anch’io per decretare che quello servito al casone era veramente eccezionale. Freschissimo, cotto e condito quanto bastava per apprezzarne gusto e freschezza. Ed era anche abbondante. I vassoi continuavano ad arrivare mentre i colleghi spiegavano di che pesce si trattava e come si mangiava. 

Fin dai giorni precedenti ci parlavano di quello che sarebbe stato il piatto forte della serata, il broetto. Una zuppa di granseola (un granchio gigante) e di tante altre qualità di pesce che, con una cottura lenta e lunghissima, si disfacevano rendendo il brodo densissimo.

Su questa crema galleggiavano dei trancetti tondi argentei, pastellati e fritti. Chiesi che cosa fossero. 

Anguilla, mi risposero.

No, con questa non ce la posso fare, e la scansai, rimandando a dire il vero quasi tutto il broetto in cucina. 

I colleghi ci rimasero un po’ male e mi incitavano almeno ad assaggiarla, ma preferii di no.

Tanto la cena aveva ancora un sacco di portate, tra primi e grigliate.

Alla fine eravamo pieni da scoppiare, quando qualcuno chiese se prendevamo il caffè.

Tripudio di mani alzate.

Arrivò nei bicchierini di terracotta e fu il caffè più buono che avessi mai bevuto. Lo aveva preparato uno dei lavoranti del casone, uno straniero dei Balcani o della Turchia, lasciando tutta la sera un paiolo di rame con acqua e caffè a sobbollire nel caminetto.

Insieme ai vassoi pieni di crostacei e molluschi, arrivavano anche le bottiglie di vino.

A un certo punto della cena eravamo tutti molto allegri. Qualcuno cominciò a sobillarmi chiedendo di fare l’imitazione di un collega, non presente, un tipo un po’ particolare che mi rendeva il lavoro abbastanza difficile. Il collega in questione parlava solitamente per frasi fatte e con tono solenne, per cui imitarlo era abbastanza semplice. Poi c’era la mimica con la quale accompagnava le sue affermazioni, che a me veniva benissimo.

Non feci caso, nell’allegria della serata, che durante il mio piccolo show qualcuno scattava delle foto. Fu il capo, qualche tempo dopo, a dirmi che le teneva nel cassetto pronte all’uso nel caso ce ne fosse stato bisogno. per ricattarmi

Insistei per vederle e, miodio, la facevo veramente bene quell’imitazione. 

Il capo le richiuse subito nel cassetto, nonostante gli chiedessi di darmele che forse era meglio se le tenevo io.

Non ho mai pensato nemmeno per un attimo che mi avrebbero tradito mostrandole all’interessato, tra l’altro anche piuttosto permaloso e vendicativo.

In segno di lealtà, quando il mio periodo di lavoro finì, tra i regali che ricevetti c’erano anche quelle foto.

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