Storia dei miei gatti randagi

Quando ero piccola i gatti vivevano liberi per le strade e non andava molto di moda tenerli in casa. C’era Braciolina, la gatta dei miei vicini, che faceva eccezione, ma lei era una bellissima Siamese dal pelo sfumato e gli occhi di ghiaccio e non poteva essere altrimenti.
Così, quando cominciai a vedere un bel po’ di gattini che giravano intorno casa, affamati e senza affetto, pensai che sarebbe stato bellissimo ospitarli e darmi da fare per nutrirli e offrir loro una cuccia.
Per l’appunto avevamo un micro pezzetto di terra dietro casa che fungeva da posteggio invernale per la roulotte. Qui cresceva il salice piangente regalato dagli alunni alla mia mamma e c’era un’aiuola lunga e stretta sull’altro lato dove erano stati piantati dell’uva spina e qualche giaggiolo. I gatti potevano stare lì.
Costruii una casetta mettendo insieme qualche scatolone e un po’ di stracci e preparai loro una cuccia morbida e riparata.
Soldi per comprare il cibo non ne avevo ma concordai con mamma una retribuzione per ogni lavoretto che avessi fatto in casa. Lavare i piatti 25 lire, sparecchiare 10 lire, spazzare 15 lire.
Il mangime per gli animali all’epoca era basico. Per i gatti c’erano le lattine come quelle dei pomodori pelati, piene di sbobba generica.
Però costava poco, per cui, a forza di lavoretti riuscivo sempre a comprarne quanto bastava per accudire i miei gattini. Tra l’altro erano i tempi in cui ancora si pensava che ai gatti il latte non facesse male, per cui un piattino con la zuppetta di pane raffermo c’era sempre. Anche per la gioia delle formiche.
Ero molto orgogliosa del lavoro che mi permetteva di nutrire tutti quei gatti.
Mi sentivo nel giusto e mi piaceva raccontare quello che facevo per sentirmi dire quanto ero brava.
Invece c’era gente che non lo apprezzava affatto.
La vicina del salice piangente, per esempio. Quella che non poteva sopportare che le fronde andassero a cadere dentro il suo spicchietto di terra.
A lei i gatti davano fastidio.
Perché sporcavano, perché portavano malattie, perché attiravano le formiche, perché il cibo puzzava. Perché perché.
Stava sempre lì a brontolare e a dire frasette un po’ sottovoce un po’ no, del tipo, vedrai che gli fo un giorno o l’altro a quei gatti.
La mattina passava il bussino giallo che ci portava a scuola. Sopra, insieme all’autista, c’era una signorina antipatica che assomigliava a Lucio Battisti.
Un giorno, mentre aspettavo il bussino giallo sotto casa, vidi che il gatto grosso, quello a macchie bianche e nere, era a terra rigido.
Non è possibile, pensai.
Lo presi in collo. Non si muoveva, era duro come uno stoccafisso.
Cominciai a piangere e decisi che non sarei andata a scuola. Dovevo controllare la situazione dei gatti, cercare di capire che cosa fosse successo.
Arrivò il pulmino e io ero lì con il gatto rigido che tenevo per la coda e piangevo.
La signorina mi disse di salire, ma io non volevo.
Dicevo, mi hanno ammazzato il gatto, non lo vede, mi hanno ammazzato il gatto.
Sul dopo i ricordi si fanno un po’ confusi.
Spuntò un sacco nero per l’immondizia e qualcuno mi disse che ci avrei dovuto mettere dentro il gatto.
Ma io volevo fare una buca in terra e metterci sopra una piccola croce per ricordarlo.
Non ricordo se scesero giù mamma e babbo a risolvere la situazione.
È probabile che furono proprio loro a farmi buttare via il gatto e a farmi andare a scuola.
Così tra le lacrime fui costretta a salire sul bussino giallo insieme agli altri bambini, mentre la signorina antipatica si lamentava che avevo fatto perdere tempo a tutti e ora eravamo in ritardo.
Non riuscivo a capire il perché, ma intuivo che i gatti ti fanno restare da sola e fanno anche arrabbiare le persone. Come la vicina che chissà se era stata lei, poi, a mettere il veleno.


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