In un’estate delle scuole medie, quando eravamo tornati dal mare e potevo finalmente passare i pomeriggi a giocare con gli amici di Campolungo, babbo e mamma se ne vennero fuori con la novità che avremmo trascorso qualche giorno a Venezia.
- Io non vengo, dissi.
Babbo cercò di convincermi elencandomi le cose belle che avremmo visto a Venezia, ma io continuavo a dire che a me di vedere Venezia non me ne importava proprio nulla e volevo continuare a giocare con i miei amici.
Si partì una mattina con la roulotte, alla volta di Mestre, dove sembrava ci fosse un campeggio.
Lo trovammo e rimanemmo subito delusi. Primo, era attaccato all’autostrada e sai la notte, disse babbo, come avremmo dormito con il rumore di tutte quelle macchine, secondo, aveva pochi alberi, dei pioppetti ancora giovani, stenterelli, che non facevano ombra nemmeno a una formica.
Prendemmo una piazzola e ci sistemammo.
- Tanto staremo tutto il giorno fuori, disse babbo, che ci importa di com’è il campeggio.
Semmai c’era il discorso della notte, così vicini all’autostrada e con tutte quelle macchine che passavano.
La prima notte dormii benissimo.
Di macchine, a dire il vero, non ne passavano tante, ma a me quel rumore, scoprii, mi cullava.
Dal finestrino, prima di addormentarmi, vedevo le luci giallo triste che lampioni altissimi proiettavano sul cavalcavia e in quel deserto di pioppi stentati, autostrade e lampioni io mi sentivo a casa.
La sera tornavamo stanchi morti e con i piedi doloranti per le camminate e non vedevo l’ora di rifugiarmi nel mio deserto metropolitano di periferia, protetta dalle luci giallo triste e cullata dal rumore dei motori.
La mattina prendevamo il bus per piazzale Roma.
In San Marco comprammo il granturco e babbo ci fece le foto mentre venivamo assalite da stormi di piccioni affamati.
Una volta prendemmo un taxi, cioè un motoscafo, per andare chissà dove, forse a Murano a vedere la lavorazione del vetro.
Visitammo la basilica, il teatro della Fenice, e chissà quante altre cose che ho dimenticato per poi recuperarle negli anni della maturità, quando Venezia era diventato un posto vicino.
Scoprimmo la pizza surgelata servita in ristoranti da turisti, un tondino di pasta con un po’ di pomodoro e briciole di mozzarella o qualcosa di simile che costava una sassata.
Una sera successe un fatto strano. Prima di andare a cena in qualche ristorante, per poi tornare al camping col bus, babbo cominciò a rovistare nelle tasche dei pantaloni con aria preoccupata. Poi prese a confabulare con mamma, che cominciò anche lei a cercare qualcosa nella borsa.
- Bambine, disse mamma, babbo ha dimenticato il portafogli in roulotte e siamo senza soldi. Io non li ho presi pensando che tanto li aveva lui.
Cerca cerca però intanto babbo qualche spicciolo l’aveva trovato. Ci riducemmo così a comprare qualcosa al volo in un negozio di alimentari. Un sacchetto di gioppini, un cartoccio di affettati. Per bere c’era una fontanina.
Ci sistemammo su una sporgenza in pietra sulla fiancata di una chiesa e mangiammo così, come veniva.
Babbo diceva, ora la gente ci prenderà per dei morti di fame.
E io non lo so se è la memoria che attorciglia e poi scioglie i ricordi. Ma mi pare di sentire ancora il sapore di quei gioppini e della fetta di prosciutto cotto in cui li avvolgevamo.
