Rovigo, Stazione di Rovigo

Parecchi anni fa, un po’ prima del Duemila, feci delle sostituzioni estive a Rovigo. Si trattava di lavorare per tre mesi, seguendo la cronaca nera e la giudiziaria, mentre i colleghi a turno andavano in ferie. Avevo un giorno libero alla settimana, ed era sempre e solo la domenica. Una volta, giunta quasi alla fine del percorso travagliato per la preparazione della mia tesi di laurea, sarei dovuta andare a Firenze a definire gli ultimi particolari con il relatore, ma non ci fu verso di avere un giorno libero infrasettimanale.

Chiesi a mamma di andare lei al posto mio per farsi dare istruzioni e spiegare la situazione al prof.    

Lui commentò, “ma in che razza di posto lavora sua figlia?”.

Insomma, a parte questo in generale andava tutto bene. Ormai avevo costruito legami con i colleghi, anche di altre testate, e con le forze dell’ordine. Per cui alla fine i tre mesi passavano veloci, tra l’afa appiccicosa e le zanzare grandi come elicotteri.

Però quando arrivavo alla fine avevo solo voglia di tornare a casa. 

Un anno, il penultimo, stavo in una casetta minuscola, una stanzina sottotetto di una ventina di metri quadri con un divano letto, un armadio cucina e un bagnetto. La sera prima dell’ultimo giorno di lavoro avevo messo alcuni panni a rinvenire in un secchio con acqua e sapone all’interno della doccia. Mentre finivo di sistemare le mie cose mi chiamò un amico, uno con cui facevamo sempre lunghe telefonate.

Chiacchiera chiacchiera, mi ricordai che dovevo sciacquare i panni per averli asciutti il giorno dopo, per cui, con il telefono tra l’orecchio e la spalla, mi piegai sul secchio. 

Purtroppo il telefono mi scivolò e ci finì dentro. Lo ripresi subito e lo aprii, era uno di quei vecchi Motorola con lo sportellino, ma non dava segni di vita. Tentai di asciugarlo in ogni modo ma non c’era nulla da fare, non funzionava più. 

Questa non ci voleva proprio. Comunque, il giorno dopo era l’ultimo in cui avrei lavorato e me la sarei potuta prendere un po’ più calma. 

La mattina uscii prima del solito per andare in un negozio di elettrodomestici. Un commesso prese il telefono, lo aprì, lo guardò e scosse la testa.     

“Ci spero poco – disse – lei ha provato con il phon?”.

No, non avevo provato.

“Comunque me lo lasci, vedrò che si può fare. Ma sarebbe un miracolo… Ripassi nel pomeriggio”.

Andai in redazione pronta ad affrontare il mio ultimo giro di nera e l’ultima visita in tribunale, con la mente già predisposta verso il ritorno a casa in Toscana e alle mie vacanze.

Non appena oltrepassai la porta, sentii che l’aria non era quella sonnacchiosa di sempre. Il vice capo servizio, agitatissimo, quasi mi piombò addosso.

“Ma dove eri finita, è un’ora che ti chiamo…”

“Mi si è ro…”

“Chiama subito il fotografo e fila. C’è un treno fermo in mezzo ai campi. Corri!”

“Ma come…”

“Vai!”

Nell’ufficio del capo della Squadra Mobile, in Questura, c’era un quadretto con incorniciata una poesia dedicata alla stazione di Rovigo, descritta come una virgola, una lettera cancellata. Se quella era la stazione, figuriamoci un binario in mezzo a una distesa di campi di barbabietole da zucchero o di mais. 

Fermammo l’auto nel posto più vicino possibile ai vagoni fermi, dove c’erano già un sacco di persone. Qualche collega della carta stampata e della tv, con fotografi e operatori. Forze dell’ordine, addetti delle ferrovie, amministratori pubblici.

Non era un incidente. Non era stato messo sotto nessuno, né essere umano né animale. Era probabilmente solo un guasto, al locomotore o alla linea. Ma per il Polesine, una striscia di terra racchiusa tra l’Adige e il Po, quella era la notizia del giorno.

Al giornale erano in fibrillazione. Volevano sapere che cosa era successo, perché il treno si era fermato, quando sarebbe ripartito. Come stavano i passeggeri, che cosa pensavano.

“Intervistali!” gridava il vice capo al telefono del fotografo. 

Il guasto del mio cellulare contribuiva a complicare la situazione. Ogni chiamata convergeva sul fotografo, costretto ogni volta a passarmi il suo apparecchio. Limitava anche i nostri movimenti. Se mi allontanavo troppo da lui per girare intorno ai vagoni, alla prima chiamata della redazione doveva cercarmi e raggiungermi per passarmi il telefono.

Non era successo niente di grave, ma tutto, dal treno bloccato nel nulla al mio telefono morto, era talmente impallato da restarmi nella memoria come una delle situazioni più disagiate e snervanti vissute nel mio lavoro.

Alla fine il treno ripartì e noi potemmo tornare a Rovigo. Un salto a casa per un pranzo veloce e poi in redazione. 

Intanto i colleghi avevano saputo della disavventura del mio cellulare e ognuno diceva la sua. Per lo più erano concordi nel prevedere che non si sarebbe potuto recuperare.

Appena scoccarono le quattro corsi al negozio di elettrodomestici per il verdetto. 

“Un miracolo, guardi… non ce lo spieghiamo nemmeno noi”.

Insomma, il telefono si era ripreso e aveva ricominciato a funzionare, che fosse merito del phon o del fatto che il salto in acqua era stato veramente breve. O anche della bravura dei tecnici del negozio.

In ogni caso li ringraziai tantissimo. Tornai in ufficio, finii di scrivere i miei pezzi.

Finalmente arrivò il momento di chiudere il computer per l’ultima volta, di salutare tutti e schizzare verso la casa minuscola, dove avrei dormito per l’ultima notte prima di tornare nella mia casa vera.

***

“… Rovigo non si distingueva per nulla di particolare era
un capolavoro di mediocrità strade diritte case non belle
soltanto prima o dopo la città (secondo la direzione del treno)
spuntava all’improvviso dalla piana di un monte – solcato da una cava rossa
simile a un prosciutto della festa guarnito di cavolo crespo
oltre a ciò nulla che allietasse attristasse attirasse lo sguardo
Eppure era un città in carne e pietra – come tante
una città dove qualcuno ieri è morto qualcuno è impazzito
qualcuno disperatamente per tutta la notte ha tossito
AL SUONO DI QUALI CAMPANE COMPARI ROVIGO
Ridotta a una stazione a una virgola a una lettera cancellata
nulla soltanto una stazione – “arrivi” – “partenze”
e perché penso a te Rovigo Rovigo”.

Zbigniew Herbert, Rovigo

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