Il delitto del Central Park

Una giovane donna corre in Central Park. Quando arriva vicina ad Harlem, nella parte nord est del parco, viene aggredita da un gruppo di teen agers che la prendono a sassate, la picchiano, la accoltellano e la lasciano agonizzante in un fosso quasi dissanguata. Il suo corpo rimarrà a terra finché qualcuno, passando di lì, non lo vedrà e chiamerà i soccorsi. La donna sarà ricoverata in ospedale, rimanendo in coma per 12 giorni. 

Questa notizia mi si è conficcata dentro e ogni volta che penso a Central Park l’episodio si sovrappone a tutte le cose belle lette nei libri e viste nei film.

Quando, con la scuola, andammo a visitare il museo della televisione, The Paley Center for Media, sulla 52esima, dopo il giro di rito ci offrirono la possibilità di accedere agli archivi. Ognuno avrebbe potuto scegliere l’avvenimento che gli interessava e vedere il materiale che lo riguardava.

Io chiesi il materiale sull’aggressione di Central Park. Ricordo che c’era addirittura una specie di quadretto appeso alla parete che raffigurava come una mappa con tanto di disegni le varie fasi dell’aggressione. Devo avere ancora la foto da qualche parte.

Carmen scelse l’omicidio di John Lennon, anche quello avvenuto vicino al Central Park, sotto il Dakota Building, dove viveva con Yoko Hono. Passammo anche dallo Strawberry Fields, il Memorial inaugurato alla fine del 1985 in Central Park, poco distante da dove John Lennon fu ucciso l’8 dicembre 1980.

Nel 1993 Josie Barnard, nella sua guida per donne in viaggio a New York, scrive a proposito di Central Park: “Nel 1876 la rivista Harper’s scrisse che emanava ‘un’atmosfera e un gusto magici’. I suoi creatori, Olmsted e Vaux, volevano che contribuisse alla ‘più grande felicità di chiunque… ricco o povero, giovane o vecchio, ebreo o gentile’. Oggi compare regolarmente nella cronaca nera per stupri di gruppo e delitti efferati”.

Il caso della jogger di Central Park è del 19 aprile 1989. Trisha Meili, che fu data per morta, è invece sopravvissuta all’inferno che visse quella sera mentre faceva la sua corsetta serale. Da allora, da economista di belle speranze si è trasformata in una speaker motivazionale e lavora con le vittime di aggressioni sessuali al Mount Sinai. Continua a soffrire di amnesie e altri postumi dopo l’aggressione. Nel 2003 ha pubblicato un libro, I am the Central Park Jogger. Quel giorno di tanti anni fa le vittime di violenza furono moltissime con una trentina di giovani scatenati in un’apoteosi di aggressioni, attacchi e rapine nella zona più a nord del parco. 

Con Liz mi trovavo bene anche se non era facile intendersi a causa del mio blocco nel capire la parlata e nell’esprimermi. Quello era lo scopo del viaggio. Dopo tanto studio, avrei finalmente potuto sciogliermi e rendere viva la lingua che avevo studiato.

Quando me la trovai davanti, fuori dalla porta di legno color avorio del suo appartamento, rimasi sorpresa. Al telefono avevo pensato a una signora di mezza età o più, del tipo professoressa. Un po’ seria e anche rigida. 

Invece mi trovai di fronte a questa biondina dai capelli corti, taglio sbarazzino, bocca grande, gran sorriso, alta qualche centimetro in meno di me.

Il suo modo di fare era spiccio e diretto. Non mi nascondeva il suo fastidio per la mia difficoltà di espressione ma era anche collaborativa, e faceva in modo di spiegarmi le cose. 

Appena arrivata, vista l’ora, mi spedì a dormire. Il giorno dopo avremmo parlato. Mi mostrò quindi gli spazi della casa a mio uso e quelli comuni e mi fece vedere dove avrei potuto mettere le mie cose in frigo. Qualche tempo prima aveva ospitato un altro italiano, un ragazzo, che pare si allargasse un po’. “Mi chiedeva sempre il mio deodorante! – mi disse una volta – e io gli spiegavo che non potevo prestarglielo. Ma lui ogni volta insisteva”.

Non capii dove fosse il problema finché non andai in uno di quei mega negozi di profumeria, integratori e varie, a cercarne uno per me. All’epoca usavo il Breeze, con la confezione che si premeva verso l’ascella senza bisogno di venire a contatto con la pelle. Non ci fu verso di trovarne uno simile, erano tutti roll-on. Quella sembrava l’unica possibilità con cui intendevano il deodorante a New York

Ecco perché la richiesta dell’italiano era così fuori luogo.  

(6 – continua)

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