Prima di partire cerco di prepararmi al meglio. In libreria trovo un libro di Josie Barnard, “New York, una guida per donne in viaggio”. Titolo originale: Virago Woman’s Guide to New York.
Lo leggevo a casa prima di addormentarmi. Una sera lessi il capitolo dedicato ai consigli su che cosa fare e a chi rivolgersi in caso di violenza sessuale. Devo ammettere che questa cosa mi mise un po’ di apprensione. Dovetti parlarne con qualcuno perché ricordo un tizio, una specie di guru motivazionale con il quale avevo fatto un seminario, che mi disse. “Sapete che dovete fare se qualcuno cerca di violentarvi? Ditegli: vieni qua che ti faccio un pompino. È l’unico modo per farli scappare”.
A parte il fatto che con il mio inglese tirar fuori una frase del genere nel corso di un tentativo di violenza sarebbe stato impossibile. Se poi l’aggressore fosse stato tedesco, olandese, indiano o cinese non avrei saputo proprio come dirlo. In ogni caso all’epoca ero timidissima e complessata, anche se sembravo pronta a spaccare il mondo. Quindi feci quello che facevo di solito in occasioni simili. In risposta alla frase del guru rimasi in silenzio e la mia faccia divenne paonazza.
Se penso alla faccia che dovevo avere mentre girellavo spensierata per le strade di Manhattan, credo che oggi mi verrebbe voglia di prendermi a schiaffi. In foto mi vedo carina, con il mio visetto magro e sorridente, incorniciato dai capelli ricci e rossi.
Sono sicura di aver avuto stampata in faccia un’espressione trasognata e assurdamente felice. E insopportabile. Camminavo felice, osservavo curiosa, sorridevo a tutti, ringraziavo, sperimentavo il mio inglese, scoprivo nuovi negozietti con vestiti fantastici a prezzi stracciati. Ero a tre metri da terra, minimo.
Eccetto i pusher che ogni tanto mi si avvicinavano mentre ero intenta a scrutare una vetrina e mugugnavano frasi incomprensibili, che non capivo nemmeno se fossero rivolte proprio a me, riscontravo la stessa attitudine anche nei volti di chi incrociavo, o nei commessi dei negozi. Sorridi e il mondo ti sorriderà.
Solo un giorno, curiosando fra le casse di frutta e verdura di un negozietto vicino casa, mi incrociai con una tipa che voleva passare dal piccolo corridoio in cui ero io. Ne nacque il solito balletto, avanti io, indietro lei, vado a destra, no a sinistra. Una cosa che mi fece ridere e che avrei trovato divertente. Se non fossi stata gelata da lei con un “allora, ti vuoi decidere o no?” detto con un tono tanto glaciale e sgarbato che ancora oggi lo ricordo.
Ricordo soprattutto il senso di disagio di essermi trovata lì sorridente come una scema.
A pensarci bene, nemmeno il mio primo incontro con la metropolitana fu il massimo della gentilezza. Arrivai di buon’ora pronta a cambiare un po’ di linee per arrivare fin sotto alle Torri Gemelle dove ci sarebbe stato il primo incontro della scuola. Lì ci saremmo presentati uno ad uno, avremmo risposto a un questionario e ci avrebbero assegnato la classe dopo aver stabilito quale fosse il livello della nostra lingua.
In linea d’aria era piuttosto vicino all’appartamento sulla First Avenue dove vivevo in quei giorni con Liz, ma attraversare l’isola in direzione orizzontale era un po’ complicato. Sicuramente lo era meno che andare a piedi nel mio primo giorno a New York con un appuntamento e un orario preciso da rispettare, secondo Liz. Il primo scoglio lo trovai alla biglietteria dove chiesi venti token (le monetine di metallo bucate che allora erano i gettoni della metro) con un foglio da 100 dollari. La donna di colore di là dal vetro mi disse. No. Cercai di capire perché. Lei continuava a dire No. Mentre dietro di me la fila si allungava. Non poteva nemmeno spicciarmi il foglio. No. Finché per mia fortuna un gentile signore, compresa la situazione, mi dette dei fogli cambiandomi i 100. Oddio, ma che gente gentile che c’è a New York! Wow! Come sono fortunata…
Così rinfrancata misi il mio primo token nell’apposita fessura e mi inoltrai nel groviglio del trasporto sotterraneo di New York, armata di cartina e del foglio di istruzioni scritto da Liz.
Il World Trade Center fu il primo vero monumento di New York che mi trovai davanti, in una fresca mattina di fine febbraio. Non ci salii mai. Anzi, mi irritavo quando qualcuno mi consigliava di andare a cena al ristorante in cima a una delle due torri per vedere il panorama di New York dall’alto. È imperdibile, dicevano. A me sembrava una cosa banale, scontata, da turisti in gita organizzata. Ma dalla strada, in quella mattina tersa in cui passai qualche ora seduta all’aperto nell’attesa del mio turno sotto ai due mostri, non posso negare che faceva un certo effetto vedere tutto quel vetro e quel cristallo brillare contro il cielo azzurro.
Cinque anni e mezzo dopo, quando ci furono i fatti dell’11 settembre, babbo mi chiese se fossi salita sulle torri gemelle, con il tono orgoglioso di chi può dire mia figlia c’è stata.
No, babbo. Non ci sono mai salita. Però ci ho girellato sotto con il naso all’insù.
(5 – continua)
