New York per me rappresentava a quel tempo tutto quello che uno poteva voler fare o desiderare nella vita. Una città dove si concentrava una sintesi del mondo. Il posto in cui tutto accadeva e dove volevo essere perché le cose non accadessero senza di me.
Il fatto che lo skyline fosse visto e rivisto o che ogni strada raccontasse la scena di un film o la pagina di un romanzo mi sembrava, più che un ripercorrere situazioni già vissute da altri, la possibilità infinita, aperta e sorprendente di viverne di mie. A New York anche una banale passeggiata aveva il sapore di un film. O quantomeno lo scenario. Il giorno che attraversai Central Park per la prima volta quasi mi scoppiava il cuore dall’emozione. Avrei voluto che le persone a me care fossero con me o mi potessero vedere, proprio me, camminare in quel posto. Ero ancora nel parco quando trovai una cabina telefonica e chiamai a casa. Rispose babbo. “Sono a Central Park” gli dissi, con la voglia di condividere tutta quella gioia che mi esplodeva nel petto.
Non è stato facile negli anni spiegare la mia passione viscerale per New York. Molti amici la interpretavano in modo ideologico, prendendo a pretesto la politica imperialista americana o stupidaggini simili. Non per l’imperialismo in sé, ma per il legame che poteva avere con il mio amore per questa città. Nullo. Per qualcuno invece amare New York voleva dire approvare in toto tutto quello che la politica americana aveva fatto negli anni. Come se andare in vacanza in Thailandia giustificasse in automatico la prostituzione minorile.
A dirla tutta, alla me di allora della politica americana non importava proprio niente. Per me New York era soprattutto passeggiare sulle strade dove era stato Holden Caulfield e insieme a lui tanti altri personaggi di quei romanzi che avevo divorato e che avrei continuato a leggere anche dopo, sempre affamata di quelle vie e dei loro incroci numerati.
Un giorno con Carmen entrammo nella libreria Barnes & Noble sulla Quinta strada. Era un negozio enorme, dagli spazi ampi e il soffitto altissimo. Sulla destra c’erano degli armadietti di metallo grigio scuro dove lasciare le borse, come in biblioteca o al museo.
Mentre aspettavamo il nostro turno, uno dei ragazzi che ci precedeva si allontanò lasciando un libro sul bancone. Era un’edizione tutta stropicciata di The Catcher in The Rye che, appoggiata sul margine del tavolo, mi cadde proprio sui piedi. Non l’avevo persa di vista un attimo e, non appena lui se ne andò, pensai di poter prendere io quel libro. “Ferma, che fai?” mi disse Carmen. “È un furto”.
Non ci fu verso di convincerla. E a malincuore dovetti riporre il libro sul bancone. Probabile che qualcun altro lo avrà preso dopo di me. Magari era un primo vagito del book crossing che si sarebbe diffuso negli anni successivi, con i libri abbandonati sulle panchine dei parchi o in altri posti, a disposizione degli sconosciuti. Quale furto… Era semmai un segno del destino.
La mattina mi alzo prima delle sette. Scendo dal letto di Liz, due materassi e quattro cuscini, mentre lei dorme sul divano in salotto, ed entro in bagno. Sanitari e piastrelle sembrano quelli degli anni Cinquanta, che dovrebbe essere il periodo di costruzione di quegli edifici. Nella doccia, sopra alla vasca da bagno in spessa ceramica color avorio, c’è una radio resistente all’acqua. È una stanza simpatica.
Mi vesto pescando gli abiti dalle valigie aperte sul pavimento della camera. Sono magrissima. Indosso delle gonnelline Sisley o Benetton che oggi mi starebbero giusto a un ginocchio. Il pezzo forte è quella in velluto blu a coste grosse.
La colazione è compresa nel prezzo della stanza. In cucina apro il frigo e prendo il latte. Sugli scaffali ci sono i cereali.
“Non si mangiano così” mi dice Liz. “Troppo latte. Devono rimanere più croccanti”.
Rispondo ridendo. Il mio inglese non è abbastanza fluido per spiegare le ragioni per cui a me piacciono così. Mi pare strano però che nel paese delle libertà uno non possa nemmeno mangiare i corn flakes come preferisce. Pare che Liz abbia le idee molto chiare, almeno nel settore dei corn flakes.
Liz la mattina va alle Nazioni Unite, poco lontano da casa. Il pomeriggio poi è in un ufficio Uptown. Non ho mai capito in realtà che cosa consistesse il suo lavoro.
Qualche volta usciamo insieme e camminiamo per alcuni isolati lungo la First Avenue. Poi io giro sulla ventisettesima e Liz prosegue dritto. Non ci metto molto ad arrivare sulla Quinta dove c’è la mia scuola. Vado a piedi anche se potrei prendere un bus. Ma è sempre la solita storia. Voglio annusare quest’aria, voglio guardare ogni portone, ogni negozio, ogni manifesto, ogni persona che incrocio sulla mia strada. Voglio riempirmi gli occhi di qualsiasi cosa faccia parte di New York.
La scuola è al terzo piano di un edificio massiccio. Le lezioni iniziano alle 9.30 e finiscono alle 12.30, con un intervallo di dieci minuti intorno alle 10.30. C’è anche una saletta per i fumatori. Nell’intervallo non si vede da qui a lì.
Da poco a New York hanno vietato il fumo nei locali pubblici. Ecco perché appena arrivata ho visto tanta gente con la sigaretta accesa per strada, ferma o mentre camminava. Non si può fumare nemmeno nei ristoranti, eccetto vicino al bancone del bar.
Una sera in un ristorante ho acceso la sigaretta appena seduta al tavolo. “Per favore la spenga” mi ha detto il cameriere. “Ma vedo che altri fumano”. “Le ho detto la spenga, per favore”. Non mi ha portato nemmeno un posacenere. Ho dovuto spengerla per terra, schiacciandola con la scarpa. In compenso sul tavolo non manca mai il bicchierone di acqua e ghiaccio omaggio della casa.
(4 – continua)
