Il gioco della memoria

Con il tempo la memoria evapora, scompare o si trasforma. Rivangando vecchi ricordi con gli amici con i quali li ho condivisi scopro come ognuno conservi una parte di quanto avvenuto, la sua parte, che non coincide del tutto con la mia. C’è sempre un particolare che sfugge, nella loro mente o nella mia, rimanendo sospeso nel dubbio che sia veramente accaduto o no. A volte i loro ricordi arricchiscono i miei, completandoli. Altre volte portano volti nuovi o situazioni che in me non hanno lasciato alcuna traccia.

È un gioco che mi piace fare negli ultimi tempi. Sono cose che si fanno a una certa età, non c’è ragione di farle quando si pensa alla vita come a un domani infinito. Ma a un certo punto accade, e ci si mette a guardarsi indietro nel tentativo di riconoscere la strada che abbiamo percorso e di fissare la nostra identità. Forse anche solo per convincersi di aver lasciato, se non negli altri, una testimonianza almeno per noi stessi.

Qualcuno deve aver detto che le esperienze che viviamo ci si stampano dentro, così come i libri che leggiamo, i film che guardiamo, le canzoni che ascoltiamo. E forse anche le persone che incontriamo, che amiamo o che odiamo. Ogni cosa lascia dentro di noi un pezzettino di sé che contribuisce, granello su granello, alla formazione della nostra complessa personalità, con il groviglio di pensieri, atteggiamenti, gusti e idiosincrasie che la caratterizza.

Se esiste questo qualcuno, io sono d’accordo con lui. O con lei.

Mentre cerco di rivivere nella memoria i particolari di un viaggio di ventiquattro anni fa, sono bloccata in casa, nel chiuso della mia stanza, durante la pandemia di Coronavirus del marzo 2020. Oggi, a quasi 57 anni, ammetto che non mi pesa tantissimo l’inazione. Posso leggere, scrivere, meditare, cucinare e fare addirittura due passi nella campagna fuori casa.

Se una cosa del genere fosse accaduta nel 1996, alla me stessa di allora, sarei sicuramente impazzita. 

All’epoca ero una ragazza che azzannava la vita, affrontandola di petto, mossa da una tensione continua che mi spingeva alla ricerca perpetua di stimoli e novità per nutrire un’anima ribelle e anche, ora posso dirlo, un po’ ossessiva.

L’entusiasmo assoluto dei miei giorni newyorchesi oggi mi appare come una sorta di bulimia, un’incapacità di fermarmi, di stare nel silenzio, sola con me stessa, mangiata com’ero fino all’osso dalla smania di scoprire, fare, vedere cose nuove e conoscere nuove persone.

Una delle sensazioni che ricordo della me di quegli anni è la paura di non esserci. La paura che le cose avvenissero senza di me. Questa cosa la avevo fin da piccola. Quando i miei genitori organizzavano delle cene, cosa che in genere avveniva per l’ultimo dell’anno, e invitavano i loro amici, io non volevo mai andare a letto. Non sopportavo l’idea che venissero dette cose che io non avrei potuto ascoltare. Questo creava un vuoto doloroso dentro di me e lo dovevo riempire subito, puntando i piedi per rimanere sveglia. Certe volte ho dovuto far finta di andare a letto, per poi rimanere a origliare gli ospiti dietro la porta della mia cameretta, finché anche l’ultimo non era andato via. 

Nelle foto che ancora oggi riposano in qualche cassetto mi si può vedere, a cinque-sei anni, con i capelli corti corti e gli occhietti tondi, eternamente svegli e attenti.

Oggi, nel tempo sospeso che viviamo, un tempo in cui ci invitano a stare in casa il più possibile per cercare di rallentare la propagazione del contagio, mi sembra abbia un senso rifugiarmi nel ricordo del periodo più movimentato e avventuroso della mia vita, potrei dire anche agitato, quello di cui fanno parte le mie settimane a New York.

L’idea in realtà mi è venuta leggendo un libro di Siri Hustvedt, “Ricordi del futuro”, in cui l’autrice, ormai adulta e impegnata nel trasloco della madre in una casa di cura, ritrova il quaderno Mead che aveva scritto durante l’anno sabbatico che si prese prima dell’università, in cui si trasferì dal Minnesota a New York in cerca di avventure da scrivere in un romanzo.    

Qualche tempo fa l’ho ritrovato anche io il quadernetto del mio viaggio a New York. È piccolo, quadrato e foderato di una stoffa di vellutino rosso a fiorellini. Me lo aveva regalato Meredith, la mia amica americana, una delle insegnanti di quel famoso corso di inglese a Treviso. In questi giorni ho provato a ricercarlo senza successo. Sicuramente prima che finisca di scrivere questa storia salterà fuori. Non sarà dettagliato e ricco di spunti di scrittura come quello della scrittrice americana, ma come aiuto per la memoria andrà benissimo. Sempre che ricompaia.

(3 – continua)

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