All’epoca un altro sogno impossibile era quello di incontrare l’uomo giusto. Da quello sarebbe dipeso tutto il resto, pensavo. Immaginavo il colpo di fulmine, le affinità, le nostre vite che si incontravano e che, magicamente, combaciavano come due pezzi separati di una stessa unità. Una volta fatto quel passo, tutti gli altri aspetti della mia vita si sarebbero sistemati di conseguenza. La casa, il posto dove abitare, il lavoro, l’idea di famiglia. Tutto.
Vivevo in una bolla le cui pareti erano foderate di illusioni.
Mi ero trasferita un anno prima a Treviso dalla Toscana per lavorare come giornalista, dopo che il quotidiano in cui lavoravo a Siena era stato chiuso, travolto dalla tempesta di Mani Pulite. Il Veneto mi aveva chiamato, per una sostituzione estiva di pochi mesi, e io avevo risposto. “Treviso non è bella come Siena – disse, quasi scusandosi, il vicedirettore del quotidiano con cui parlai al telefono – però ha un suo fascino. È poi è vicinissima a Venezia”.
In realtà avrei risposto sì anche a una chiamata dal più remoto paese dell’Africa.
Dopo la prima sostituzione in Veneto, fatti i miei conti, pensai che avrei lavorato sicuramente di più e meglio lì che in Toscana. Così decisi di lasciare tutto, casa genitori e sorella, e iniziare una nuova vita. Il lavoro era provvisorio, temporaneo, precario. In pratica sarei stata una collaboratrice esterna al giornale, mentre speravo di essere richiamata per una sostituzione in redazione non appena se ne fosse presentata l’occasione. Era il 1995, avevo trentadue anni, ero giornalista professionista da quattro e avevo alle spalle dodici lanci con il paracadute e un incidente d’auto, un tamponamento subito il 22 maggio 1993, che mi avrebbe lasciato le spalle e il collo doloranti per gli anni a venire.
Non fu tutto facile. Cambiai casa dopo appena quindici giorni dal mio arrivo, non appena mi resi conto che la proprietaria, un’anziana che viveva sola al piano di sopra, confondeva la sua inquilina pagante con una dama di compagnia. Dopo la prima notte, trascorsa insonne in un letto di mogano con la rete sfondata, quando lei cercò di entrare in casa mia alle otto di mattina, si stupì che avessi chiuso la porta a chiave dall’interno.
“Non va bene. Così non posso entrare” mi rimproverò stizzita non appena le ebbi aperto la porta.
Ma era una vita nuova, finalmente lontana dalla mia famiglia, fantastica e affettuosa ma soffocante di aspettative e di direttive, e dalla grande casa in campagna sempre piena di problemi (l’acqua, la strada, le scale) in cui ci eravamo trasferiti nel mio ultimo anno di liceo.
Nella nuova vita, insieme a tante altre cose, ci fu spazio anche per un vero, costosissimo, corso di inglese. Andavo in via Canova una volta a settimana, a ripassare con l’insegnante madrelingua quello che studiavo a casa sul libro e ripetevo con l’ausilio di audiocassette. Le lezioni davano i loro frutti. Imparavo velocemente. Ero brava. Una studentessa brillante e piena di volontà.
Ma finché non vai in un paese anglosassone, mi disse la direttrice, è tutto inutile.
Arrivai al JFK intorno a mezzanotte. Presi un carrello, raccolsi le mie due grosse valigie dal nastro trasportatore e mi avviai verso l’uscita in cerca di un taxi.
In aereo avevo cercato qualcuno disposto a condividere la corsa con me, ma senza risultato. Prima di uscire dall’aeroporto invece trovai una ragazza sudafricana, Helen, alta e bionda, che fu ben felice della mia proposta. La seguii fuori mentre ignorava tranquillamente la lunga fila delle persone in attesa di un taxi giallo e si fermava a contrattare il prezzo con l’autista di una macchina bianca. Il mix di stanchezza ed eccitazione mi convinse a salire sul taxi abusivo senza farla troppo lunga.
La prima volta che vidi Manhattan fu di notte e fu come essere al cinema. Solo che quella volta ero proprio lì.
Helen scese prima di me, poi fu il mio turno, una volta arrivati all’incrocio fra la 18esima strada e la Prima Avenue.
La casa di Liz era al settimo piano di una costruzione in mattoncini rossi in mezzo a tante altre costruzioni tutte uguali: un appartamento con una camera, un bagno, un salotto e una cucina. Nelle aree comuni c’erano l’ascensore e il cunicolo per gettare l’immondizia, ma nessun portiere di quelli che si vedono nei palazzi importanti.
Credo che fosse un palazzo di edilizia popolare ad affitto bloccato. Un bel colpo di fortuna per una ragazza che abitava da sola a Manhattan.
(2 – continua)
