Sono su un marciapiede, la gente mi scansa passandomi intorno senza vedermi. Faccio progetti per la giornata e ho l’agitazione nelle gambe.
Take it easy. Mi dice Carmen. Simona, take it easy. Non c’è bisogno di correre. Tu SEI a New York. Tutto questo che hai intorno E’ New York, non hai bisogno di correre sempre da un posto all’altro.
La lascio parlare ma non ce la faccio a darle retta. È la prima volta che sono a Manhattan e sono bulimica di New York. Vado dappertutto, voglio vedere tutto. Musei, cinema, strade, negozi. Assaggiare, comprare, camminare.
Carmen è alta, fisico sinuoso, carnagione olivastra, capelli lunghi neri e ricci. Accanto a lei ci si sente al sicuro. La calma le esce dagli occhi.
Io non sto mai ferma e indosso degli stivali di pelle nera con il tacco basso chiusi davanti con le stringhe anche se in realtà si indossano con la cerniera laterale. Si sono rivelati perfetti per macinare chilometri e chilometri tutti i giorni sui marciapiedi americani. Quando tornerò a casa e andrò in Toscana a trovare i miei, con mamma faremo un giro a Firenze e quegli stessi stivali cominceranno a farmi un male insopportabile ai piedi. Ma finché siamo a New York va tutto bene.
Carmen l’ho conosciuta alla scuola di inglese che frequento al mattino. In classe c’è gente che viene da posti diversi. Sara, in fissa con Michael Jackson, è spagnola, Raimon, catalano. Carmen è brasiliana di Porto Alegre. È una delle più grandi, insieme a me, a una giapponese, Misako, e ad alcuni coreani. Ci sono anche delle ragazze cilene. Poi c’è un ragazzo turco.
Le insegnanti si alternano. Fiona, che viene ogni mattina da Worcester, e Carol Anne.
È il febbraio del 1996. In Italia è appena andata in fiamme La Fenice e io, che in quel periodo vivevo a Treviso e frequentavo Venezia con una certa regolarità, sono sconvolta.
A una delle attività pomeridiane della scuola, quando ci portavano in giro per New York, ne parlo con un’altra allieva italiana. Non ricordo come si chiamava. La vidi solo quel giorno, in metropolitana, mentre andavamo in discoteca.
I am so sad, I cried, mi dice della Fenice.
Parliamo inglese, ci sforziamo di parlare inglese, anche fra connazionali, per imparare meglio. Gli accompagnatori del pomeriggio sono due ragazzi. Uno è Mario, un tizio magro dagli occhi furbi, che si porta dietro la ragazza francese, una tipa da copertina. Che bella pronuncia che hai, mi disse Claire quando le feci sentire due parole in francese. L’altro è Joe.
Con Mario girammo per Tribeca, Chelsea e Soho, visitammo il Metropolitan Museum e andammo alla Webster Hall e al Tunnel, la discoteca frequentata dalle modelle. Avremmo potuto trovarci anche Naomi Campbell, ci disse.
La partenza era fissata per il pomeriggio del 24 febbraio su un volo Klm Venezia-Amsterdam-New York. Sarei arrivata al Jfk intorno a mezzanotte. Avrei preso un taxi, uno di quelli ufficiali, quelli gialli, si erano raccomandati in agenzia, e poi avrei raggiunto l’appartamento sulla 18th angolo First Avenue, dove mi aspettava la signora che mi avrebbe ospitato in Bed & Breakfast.
Quando arrivarono i documenti, biglietti e voucher, la chiamai, dopo aver calcolato il fuso orario. Le parlai leggendo al telefono il foglietto con gli appunti scritti in inglese.
Come prima cosa, lei mi corresse subito la pronuncia del suo cognome.
Pensai che fosse una specie di professoressa.
A quel tempo vivevo in affitto in un appartamento all’ultimo piano di un condominio di tre nella prima periferia di Treviso. Una zona che tutti conoscevano per la presenza del grattacielo di Antenna Tre, una tv locale, anche se gli studi televisivi ormai erano stati trasferiti da tutt’altra parte. Un appartamento ammobiliato, proprietà dei coniugi Caregnato, due simpatici vecchietti che mi avevano adottato come una figlia.
Una volta al mese mi invitavano a pranzo al circolo ufficiali, sulle rive del Sile, quando passavo da casa loro per pagare l’affitto mi offrivano i cannoli (la moglie era siciliana) fatti con la ricotta arrivata apposta da giù. Una volta mi portarono addirittura a trascorrere un weekend nella loro casa di Enego, sull’altipiano di Asiago.
Io però ero stufa di trovar famiglie pronte ad adottarmi ovunque andassi e volevo solo scappare, anche dalla casa dove abitavo. Quando decisi di andare a New York, un sogno che non avrei mai creduto di trasformare in realtà, e per di più di andarci da sola, pensai che fosse l’occasione per dare un giro di volta alla mia vita.
(1 – continua)
