Anche io, come Checco Zalone, sono stata derubata a Padova. È successo venti anni fa, in un mese di maggio in cui ero libera dal lavoro ed ero scesa in Toscana da Belluno.
Poi, risalendo, come capitava tutte le santissime volte, avevo dovuto riempire la macchina di forme di cacio pecorino di diversa stagionatura, olio extravergine di oliva, qualche bottiglia di vino rosso e pane sciocco per tutti quelli che ogni santissima volta mi dicevano, ah vai in Toscana? Mi porti questo e quest’altro che poi ti ridò i soldi…
Che poi non era questione di soldi. La questione era che ogni volta dovevi fare tutto all’ultimo momento, specialmente con la roba fresca, calibrare i tempi e gli spazi e insomma. Ne avevo già abbastanza a cui pensare senza bisogno di fare la staffetta del furgone gastronomico dall’Arno al Piave.
Un anno provai anche a mettere su un progetto di e-commerce di cibo toscano, per risparmiarmi la fatica ed evitare di rimetterci anche, alla fine. Ma non trovai le persone giuste o forse i tempi non erano ancora maturi.
In quell’epoca avevo la macchina più brutta della mia vita, ancora più brutta della Cinquecentina rossa modello nuovo (quello che non hanno osato fare mai più), una Renault Scenic verde marcio scuro la cui unica virtù era quella di essere spaziosa. Infatti l’avevo presa quando il parco cani era raddoppiato con l’avvento di Gastone.
Quel maggio di venti anni fa sarei rimasta in Toscana un mesetto all’incirca per cui riempii la mia spaziosa Scenic buttandoci dentro tutte le giacche che avevo, da quella nera di Donna Karan New York a quella marroncina in pelle che mi aveva regalato un amico.
Preparai una scatola con i miei cd preferiti, una trentina; portai i miei quadri per farli vedere a casa, quelli primitivi del cane blu e della Dea Madre ispirata a Dubuffet. Il solito sacchetto con gli assorbenti e altri aggeggi di uso quotidiano.
Al ritorno non solo avevo da riportare le cose dell’andata. In più c’erano gli scatoloni con le vettovaglie, formaggi, pane e tutto il resto.
Mi fermai a Padova a salutare alcuni amici con i quali uscii a cena. Poi, visto che si era fatto tardi, mi dissero che avrei fatto meglio a fermarmi a dormire e partire con calma la mattina dopo.
Posteggiai la macchina in strada e mi caricai di formaggi, pane e vino per tenerli in casa al fresco. Come effetti personali presi giusto un ricambio e il beauty. Tutto il resto, le giacche, i cd e i quadri rimasero in macchina.
La mattina dopo, verso le nove, fatta colazione, salutai gli amici che mi avevano ospitato, ripresi cibo e bevande e mi incamminai verso la macchina.
In quel momento mi squillò il cellulare. Era una persona che avevo intervistato qualche tempo prima. Il pezzo era uscito proprio quella mattina e mi voleva ringraziare.
Pareva l’inizio di una bella giornata.
Mentre mi avvicinavo alla macchina c’era qualcosa che non mi quadrava, ma non capivo cosa. Poi fu tutto chiaro. La sbriciolatura di vetri verdolini sul marciapiedi non sarebbe dovuta essere lì, ma avrebbe dovuto starsene integra e inserita nello sportello posteriore sinistro dove invece c’era un gran buco.
Dall’abitacolo era sparito tutto.
Via le giacche di DKNY, la giacca in pelle e tutte le altre, via la scatola dei cd, di cui era rimasto solo quello inserito nell’autoradio e una copertina buttata a terra, via il sacchetto degli assorbenti (ancora…).
Tutta tremante telefonai agli amici che scesero subito armati di scopetta e palettina come chi è abituato ad affrontare casi del genere.
Mi aiutarono a ripulire tutto e a fare la conta dei danni.
Poi, constatato che il problema era limitato e che la macchina, a parte il finestrino posteriore sinistro, non era stata toccata, mi rimisi in viaggio alla volta di Belluno.
Meno male che era un bel giorno di primavera e c’era il sole.
Mi consigliarono anche di non stare a perdere tempo a far denunce perché tanto quella era sicuramente l’opera di un tossico e col cavolo che qualcuno avrebbe indagato sul furto o cercato di recuperare il maltolto che con tutta probabilità era già stato piazzato per poche lire.
Il giorno dopo sarei dovuta rientrare al lavoro, non a Belluno ma nella redazione di Feltre e il problema del finestrino si faceva un po’ più complicato. Ma avrei chiesto consiglio ai colleghi e una soluzione l’avremmo trovata.
Mentre guidavo in autostrada con l’aria che vorticava da dietro ripensavo ai miei amati cd. Avrei dovuto ricomprarli, minimo. Intanto facevo mente locale su quelli che avevo messo nella scatola. Le giacche… pazienza, ma per quella regalata mi dispiaceva proprio.
A pensarci bene, però, la cosa che più mi ha ferito alla fine non è stato tanto per quello che mi era stato portato via.
Perché, razza di cafoni, non avevano nemmeno toccato i miei quadri primitivi, con il cane blu e la Dea Madre ispirata a Dubuffet?
