L’Accalappiacani

Non molto tempo dopo che ci eravamo trasferiti in campagna riuscii a convincere babbo a prendere un cane. Arrivò da un vicino, che ci regalò un cucciolo di pastore tedesco.

Lo chiamammo Iadi, come quello a cui babbo era tanto affezionato in gioventù, quello per la cui morte aveva sofferto così tanto da giurare che non avrebbe mai più tenuto un cane in vita sua.

E invece.

Un giorno andai alla pinetina di Scarna con un amico. Portammo anche Iadi. 

Era il periodo del chioschetto e con la bella stagione ci si trovava quasi tutti lì.

Si mangiava un panino, si beveva una birra, si facevano due chiacchiere, come quando si era in piazza. Quel giorno qualcuno giocava a pallone, ci unimmo anche noi.

Iadi si divertiva un sacco. Rincorreva la palla e si lanciava in grandi salti per afferrarla al volo con i denti.

A un certo punto si lanciarono in due verso la stessa palla, Iadi e un ragazzetto mai visto prima. Risultato, il tizio alzò la gamba per colpire il pallone e Iadi, che era sulla stessa traiettoria, si prese un bel calcio sui denti. Non sembrò curarsene più di tanto, per fortuna, e continuò a correre e a saltare come se niente fosse.

All’epoca in Valdelsa c’era un tizio che si occupava dei cani per il servizio veterinario pubblico.

Lo chiamavano tutti l’accalappiacani, ed era il terrore di chiunque avesse un cane.

Una figura quasi leggendaria.

Alto e ossuto, l’aria severa da perfetto tutore dell’ordine, trovava sempre qualcosa che non andava e minacciava multe o di portare il cane in canile, un luogo misterioso dove nessuno sapeva che cosa sarebbe potuto succedere davvero.

Molti dicevano che in certi periodi e in certi posti, tipo a San Gimignano quando era piena di turisti, sparasse siringhe di anestetico tra la gente non appena vedeva un cagnetto fuori regola.

Noi ce lo trovavamo spesso alla porta di casa, all’epoca non avevamo ancora il cancello, sempre pronto a contestare qualche infrazione canina.

Babbo si arrabbiava tantissimo. Io sinceramente non capivo nemmeno di che cosa parlasse. Negli anni Ottanta le cose andavano un po’ così come andavano e tanti settori non erano proprio regolamentati come oggi.

Forse ce l’aveva con il fatto che Iadi ogni tanto si allontanava e sconfinava fino a dove c’erano le prime case sulla statale.

Allora arrivava con la sua macchinetta con i contrassegni, veniva su tutto impettito fin sull’aia, suonava il campanello e a babbo, che appena lo vedeva gli cascava la mascella, diceva che quel cane era un problema e che se non si risolveva l’avrebbe portato in canile.

Che problema fosse non si è mai capito, visto che Iadi non aveva mai causato problemi né aggredito nessuno.

Probabilmente fu per colpa dell’accalappiacani che Iadi cominciò ad esser tenuto a catena. Babbo diceva che non c’erano altre soluzioni e che lo faceva per lui.

La catena era lunga e babbo aveva studiato uno stratagemma perché lo fosse ancor di più. Aveva tirato un lungo cavo di metallo da una parte all’altra della strada e ci aveva agganciato la catena di Iadi con un moschettone, come quando si fanno i lanci vincolati col paracadute.

Così Iadi, oltre che che in lungo, poteva spostarsi anche in largo.

Però era sempre una catena.

Qualche giorno dopo il pomeriggio in pineta babbo mi disse: “Hanno chiamato i carabinieri, dicono che c’è una denuncia contro di noi. Iadi ha morso un ragazzo”.

  • Ma quando?
  • Qualche giorno fa, a Scarna.
  • A Scarna Iadi era con me e non ha morso proprio nessuno.
  • Eppure questo dice che lo ha morso così forte da strappargli i pantaloni…

Mi venne in mente il ragazzetto che aveva dato un calcio in bocca a Iadi mentre cercava di colpire il pallone. Ma lì per lì non aveva detto niente e nessuno si era accorto che fosse successo qualcosa.

  • Fra l’altro sai chi era quel ragazzo? Il figliolo dell’Accalappiacani…

Ah ecco, allora era tutto chiaro.

Iniziò una trafila con alcuni incontri dal veterinario per determinare l’aggressività di Iadi. Sentivo pronunciare parole come pericoloso, soppressione. 

Eravamo veramente tutti in ansia per la sua sorte.

L’Accalappiacani era irremovibile. Reclamava giustizia, ripeteva la storia dei pantaloni strappati, peraltro nuovi, diceva, minacciava di far sopprimere il cane, di portarci in tribunale, di chiederci i danni.

Non ricordo di preciso come sia andata a finire. Mi pare che babbo alla fine gli dette un po’ di soldi per fargli ricomprare i pantaloni al figlio.

Però, che ingiustizia.

E che rabbia!

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