Jimmy Dean Jimmy Dean

Negli anni di università mi sono sciroppata una quantità infinita di film. Frequentavo lettere con indirizzo musica e spettacolo, l’unico che si sarebbe rivelato completamente inutile per le classi di concorso per l’insegnamento, e al primo piano di via Fieravecchia c’era una sala di proiezione tutta per noi. In certi giorni capitava che vedessimo più film di fila, in bianco e nero o a colori, e di ogni epoca. I vecchi muti in bianco e nero, il Nosferatu di Murnau, il Gabinetto del dottor Caligari, i primi sonori, Il Settimo Sigillo di Bergman, tutto Visconti e Pasolini, e perfino Robert Altman, una delle passioni del prof di storia del cinema. 

A lezione, con Lino Miccichè o con i suoi assistenti, imparavamo i segreti dei registi e delle storie che raccontavano. Nella saletta ci rimpinzavamo gli occhi e il cervello di immagini che scorrevano ininterrottamente sul grande schermo. Gratis, per di più.

Un anno lavorammo su Visconti. Ossessione con Clara Calamai, Senso con Alida Valli, La terra trema ispirato ai Malavoglia di Verga, furono sezionati in ogni fotogramma, ogni scelta del regista, dal cast agli ambienti, ai simboli messi in scena.

Confrontammo, sceneggiature alla mano, Ossessione e Il postino suona sempre due volte nelle due versioni del ‘46 e dell’81, tratti dallo stesso romanzo di James M. Cain.

Ci chiedemmo perché Visconti avesse scelto di far arrivare Il Corriere della Sera nello spaccio sperduto nelle campagne del Polesine.  

Analizzammo ogni espressione del viso di Alida Valli quando in Senso decide di tradire il patriota italiano di cui era follemente innamorata, consegnandolo agli austriaci. 

Considerammo il potere dell’uso del dialetto siciliano stretto da parte dei pescatori nella Terra trema, quello delle loro povere vesti e dei luoghi che abitavano.

E poi il ballo del Gattopardo, Bellissima con la Magnani, Ludwig, La caduta degli dei, Rocco e i suoi fratelli, Morte a Venezia. 

L’ultimo film che vedemmo di Visconti, a fine anno accademico, fu L’innocente, con Laura Antonelli. Non ci capimmo niente, la storia non sembrava avere un senso.

A un certo punto arrivò il tecnico addetto alla proiezione e disse che le pizze erano state scambiate. Le avrebbe riproiettate nell’ordine giusto un altro giorno, ma io non avevo più né la voglia né la forza di vederlo.

Poi ci fu l’anno di Robert Altman. Nashville, con il country music festival, Quintet, un film di fantascienza con Vittorio Gassman e Paul Newman, Jimmy Dean Jimmy Dean, con Cher, Kathy Bates e Karen Black.

Tra le pellicole che vedevamo di continuo, i testi che studiavamo, non solo per i corsi di cinema, credo che la mia testa si sia riempita all’inverosimile e che solo anni dopo, tutte le informazioni accumulate l’una sull’altra, abbiano trovato un loro ordine e soprattutto un loro perché.  

Jimmy Dean Jimmy Dean è uno di quei film che rivedrei volentieri. Ricordo però che ne fui particolarmente impressionata. È una commedia psicologica abbastanza soffocante ambientata in un piccolo drugstore di un paesino del Texas, in cui alcune fan di James Dean si ritrovano vent’anni dopo la sua morte. Tra queste c’è anche Joe, che nel frattempo è diventato Johanna. 

Sarà stato l’argomento, la presenza del trans, tema niente affatto scontato in un film del 1982, tra l’altro una figura positiva in un contesto di vite più o meno in bilico verso la follia, a rendermelo indimenticabile, non so. 

So però che è un film che non ha visto quasi nessuno, a parte i compagni di corso di storia del cinema, e che non ne ho mai più sentito parlare.

A parte una volta.

Qualche anno più tardi lavoravo alla Gazzetta di Siena come redattrice. Erano i primi Novanta. In quel periodo Giuliano Amato (quello della manovra lacrime e sangue) era sempre nelle nostre cronache per le vicende legate al Monte dei Paschi. Un giorno passò a farci visita in redazione, invitato dall’allora capo servizio. 

Ricordo che eravamo tutti seduti in una sorta di cerchio con le sedie nella sala grande e che fu un momento abbastanza importante nella quotidianità della cronaca di provincia.

Sicuramente Amato, che poi si sarebbe candidato nel collegio di Siena, avrà parlato di temi di alto livello, dal ruolo di Mps all’economia, magari inframezzando il discorso con qualche richiamo al Palio per alleggerire un po’ e allo stesso tempo far sentire che la sua appartenenza alla città non era cosa recente.

Insomma, in tutto questo a un certo punto se ne esce con una frase.

“È come in quel film di Altman, Jimmy Dean Jimmy Dean, non so se lo avete visto…”.

Fu un attimo. Alzai la mano e dissi con irrefrenato entusiasmo: “Io, io l’ho visto!”.

Nel silenzio generale, quasi di gelo.

Mi sentii avvampare, per l’imbarazzo.

Qualche giorno dopo un collega mi disse.

“Beh, almeno hai fatto bella figura. Noi siamo rimasti tutti zitti. Io nemmeno l’avevo mai sentito questo titolo. Com’è, me lo ricordi? Jimmy Dean Jimmy Dean? E di che parlerebbe?”.

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