Quando ero piccola volevo risposte precise

Quando ero piccola avevo bisogno di risposte precise. Le cose dovevano seguire una logica, altrimenti non mi davo pace.

C’era una canzone, La ragazza del clan, che mi agitava tantissimo. C’entrava Adriano Celentano ma la cantavano i Ribelli, che si chiedevano chi sarà mai la ragazza del clan. E non lo dicevano. Celentano in tv faceva degli sketch in cui si rifiutava di rivelarne l’identità. Io speravo che fosse Claudia Mori, mi sembrava la cosa più naturale, così almeno mi sarei messa l’animo in pace. Ma lui diceva che no, non era lei.

Continuavo a chiedere a mamma chi era la ragazza del clan, e a dire il vero non mi era del tutto chiaro nemmeno che cosa fosse il clan, però sulla copertina dei dischi di Celentano c’era scritta quella parola. 

Mamma rispondeva che non si sapeva e che era un gioco per creare curiosità. Ma a me non convinceva affatto che facessero una canzone con la domanda senza dare la risposta.

Poi però Pippi Calzelunghe sollevava il suo cavallo bianco a pallini neri e io avrei voluto solo essere come lei, con il babbo pirata in viaggio nei mari del mondo, lo scrigno di tesori, Villa Villacolle, la scimmietta e quei due amici scialbi, Hannika e Tommy, che la guardavano come un portento.   

Un’altra cosa. Io sapevo che mamma e babbo si erano sposati. Però non avevo mai sentito dire che fossero fidanzati, come tanti di cui sentivo parlare.

Per cui un giorno che ero in macchina con mamma e scendevamo per la via del Torrione verso Piazza Baios, le feci la domanda che mi ronzava in testa da un po’.

  • Mamma, ora che te e babbo siete sposati vi manca di fidanzarvi.

Certe volte venivo brontolata, io ritenevo, ingiustamente.

Allora mi accoccolavo a terra, nell’angolo del corridoio davanti all’armadio a muro coperto da una tenda, mi abbracciavo le ginocchia e rimuginavo sulle mie sfortune ingoiando lacrime.

Di una cosa ero sicura. Da grande non sarei stata così e avrei fatto solo cose giuste.

Non so se il mio spiccato senso di giustizia, che tanti problemi mi ha portato nella vita, sia stato covato in quei pomeriggi di pianti e pensieri oscuri.

Ma da una parte mi piace pensare di non aver tradito quella bambina con le gambe secche, i ginocchi grossi e i capelli pel di carota. 

Dietro la tenda dell’armadio a muro, che veniva usato come ripostiglio per gli addobbi di Natale e i cambi di stagione, si tenevano anche gli stivali che mamma avrebbe tirato fuori all’inizio dell’inverno. 

La mia sorella aveva deciso che non aveva senso dire questi stivali, facendo una ripetizione secondo lei inutile. Per cui aveva iniziato a dire frasi del tipo: sono miei questi vali? 

Un giorno un nostro vicino si arrabbiò tantissimo perché andando verso i garage una ruota della macchina era finita in una grossa buca. Venne fuori che qualcuno aveva scoperchiato un tombino senza rimettere il coperchio. 

Io fui subito sospettata, naturalmente, ma caddi dalle nuvole. Di quel tombino non sapevo proprio niente. E poi, che motivo avrei avuto di togliere il coperchio?

Anni e anni dopo, ormai grandi, ritrovammo il diario segreto di Paola.

Era un quadernetto quadrato, foderato di stoffa grezza, con un lucchetto e le pagine rosse di cartoncino bristol.

La prima frase era: “Io ho scoperto un segreto che non dovevo scoprirlo”.

Ci chiedemmo curiose di che cosa si trattasse.

La spiegazione ce la dette lei, calma e pacifica.

  • Era quando avevo scoperchiato il tombino e Luciano ci era finito dentro con la macchina.

In un altro punto c’è scritto: “Io a volte una colpa la do ad un altro mentre deve essere data a me”. 

Il fatto è che io avevo i capelli rossi ed ero sempre all’avventura. Quindi non c’era bisogno di chiedere, le colpe venivano date a me in automatico.

Paola, col suo testone, che una volta la fece sbilanciare dall’altalena facendola dondolare a testa in giù chissà per quanto, e la sua aria innocente, invece sembrava incarnare la vittima ideale. 

Come tutti i bambini anche noi ci divertivamo a ripetere le parolacce, man mano che le imparavamo.

Mamma si arrabbiava. 

  • Bambine, non si dicono parole del genere!

 “Io delle anzi alcune volte dico le parole del genere alla mia sorella”, scrive Paola nel suo diario. 

E ancora: “Io regalo una Barbie nuova che non muove né le gambe né le braccia alla mia sorella”.

Una volta però, potei riscattarmi di tutte le ingiustizie che ero stata costretta a subire.

Ai tempi delle medie mamma per colazione ci dava le merendine confezionate, che erano uscite da poco sul mercato.

A me piacevano da impazzire. Non mi era dispiaciuto per niente rinunciare al pane con lo stracchino o con il salame e ne mangiavo a nastro.

Le Kinder Brioss non solo facevano venire l’acquolina in bocca grazie al morbido pan di spagna farcito con marmellata di albicocche o ciliegie, ma davano la possibilità di vincere una meravigliosa casetta di cartone, con il tetto, la porta e la finestra. Il sogno dei miei giochi di bambina.

Nonostante le mie scorpacciate di brioscine però, la scritta sulla confezione era sempre la stessa: stavolta non hai vinto, ritenta, sarai più fortunato.

In casa la mia fissa per la Cicocca era diventato un motivo per cui babbo mi prendeva spesso in giro.

Una mattina, mentre aspettavo di essere accompagnata a scuola, aprii una confezione e comparve la scritta miracolosa. 

“Vale una Cicocca”.

Non ci potevo credere. Cominciai a urlare, ho vinto, ho vinto.

Mamma mi disse di smettere di fare la strullina, che tanto non ci credeva e poi bisognava andare a scuola. 

Io, in preda all’entusiasmo, le feci vedere la scritta così si dovettero convincere, lei e anche babbo. 

Quello fu un giorno bellissimo. Potei assaporare insieme il gusto della vincita e quello della fortuna. Senza contare che da lì a poco sarebbe arrivata una Cicocca di cartone tutta per me.   

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