Il matrimonio di babbo e mamma e le piccole Pierrot

Mamma e babbo si sono sposati il 28 ottobre 1962 nella chiesetta di Cellole, a Pancole. Mamma aveva un vestito di raso di seta bianco, al ginocchio, molto semplice, come usava allora, che le aveva cucito la sua amica sarta. Babbo indossava un completo nero, giacca e pantaloni con camicia e, cosa assolutamente eccezionale, una cravatta.

Di cravatte babbo ne aveva tantissime, ma si vantava di non indossarle mai. Se proprio in qualche occasione era d’obbligo, la teneva giusto il tempo necessario e poi se la infilava in tasca.

Ho fantasticato per anni davanti al portacravatte dell’armadio, su come utilizzare quelle strisce di stoffa lucida multicolor. Mi sarebbe piaciuto cucirle una ad una e farci un gilet, una borsa, qualcosa del genere. Ora non so nemmeno dove sono finite.

Il resto dell’abbigliamento di mamma era sobrio come il vestito. Tulle bianco sostenuto da una coroncina di fiori di stoffa sulla testa, un paio di décolleté di raso bianco ai piedi.

Il pranzo si tenne in un ristorante poco distante dal posto del matrimonio.

C’erano i parenti, i testimoni, qualche amico. Una cerimonia semplice.

Tra gli invitati si intrufolò un tizio di Napoli, insieme alla moglie e a due figliocci, che babbo aveva conosciuto durante una vacanza in campeggio. 

Il tizio si chiamava Gigi. Quando ricevette le partecipazioni, Gigi fece sapere che per niente al mondo avrebbe potuto perdersi il matrimonio del suo amico più caro, praticamente un fratello. Mamma si sentì mancare e si chiedeva perché diamine babbo, evidentemente preda di uno dei suoi slanci di entusiasmo, gli avesse inviato le partecipazioni.

Il tizio fece anche di più. Durante il pranzo nuziale, mentre gli sposi rispondevano alle domande su dove sarebbero andati in viaggio di nozze, Gigi annunciò che non poteva assolutamente non andare anche lui, insieme a loro. 

Lui, la moglie e i due protetti, naturalmente.  

Un amico, intuita la situazione imbarazzante, si dette da fare perché Gigi & C. rinunciassero all’idea, incoraggiandoli invece a visitare le bellezze del luogo.

  • Già che siete in Toscana, gli fu detto, sarebbe un peccato che non coglieste l’occasione per visitare Pisa, Firenze e vedere i monumenti e le opere d’arte.

Non sappiamo se Gigi decise di fare il turista o no. Di sicuro rinunciò alla malsana idea di unirsi al viaggio di nozze degli sposi. Ma non del tutto. Non appena seppe che una delle tappe prevedeva la città di Napoli, si offrì di ospitare egli stesso gli sposi e di guidarli personalmente alla scoperta delle meraviglie partenopee.

Gli sposi decisero comunque di stare in albergo, ma questo non li preservò dal calore dell’accoglienza partenopea durante il giorno. Le ore di luce napoletane furono così presto riempite da pranzi interminabili a casa di perfetti sconosciuti a cui venivano presentati come amici fraterni. Impossibile declinare qualsiasi invito, per evitare di offendere mortalmente il povero Gigi.   

Appena arrivati all’albergo, a babbo rubarono la macchina fotografica.

Gigi disse ci penso io e dopo poche ore la fotocamera ricomparve così come era sparita.

Gli aneddoti su Gigi si sprecano. Li ho sentiti raccontare centinaia di volte durante la mia infanzia e negli anni successivi. Ci sono cresciuta, praticamente.

Babbo era una buona forchetta ma i mitici pranzi partenopei non riusciva ad affrontarli nemmeno lui. 

Raccontava che a un certo punto veniva servita una finocchiella cruda dopo una sfilza di portate, tra fritti, soffritti e sughi vari. La prima volta la considerò il segnale di fine pranzo, salvo scoprire che la finocchiella serviva solo per ripulire il palato per ripartire da capo con altrettante portate. 

Poi c’era la cena.

Gigi non rispondeva mai direttamente a una domanda. Se mamma gli chiedeva qualcosa, esordiva con un “fija bbella”, a cui seguiva un “devi sapere che” e via con la storia della creazione finché l’incauta non si era dimenticata la sua stessa domanda.

I pranzi e le cene interminabili erano sempre a casa di grandi amici di Gigi. 

  • Ma tu, Gigi, chiedeva mamma, dove abiti?
  • Fija bbella, devi sapere che… 

E avanti fino allo stordimento, eludendo naturalmente l’oggetto della domanda.

Un giorno Gigi volle accompagnare gli sposi alla Reggia di Caserta. Al ritorno era buio e lui guidava fisso sulla linea di mezzeria.

  • Gigi, chiese mamma, ma perché stai nel mezzo? È pericoloso…
  • Fija bbella, devi sapere che è per avere un margine di sicurezza a destra e uno a sinistra. 

Io e la mia sorella non abbiamo mai conosciuto Gigi se non dai racconti di mamma e babbo. Lo abbiamo visto in qualche foto del matrimonio, lui, la moglie e i due figliocci, e abbiamo usato per anni le due Parker placcate oro che avevano portato in dono agli sposi.

Un anno, per Carnevale, mamma confezionò dei vestitini da Pierrot per me e per Paola. 

Eravamo ancora piccole. Cucì due paia di pantaloni a pigiama e due casacchine con una stoffa bianca lucida. Poi ci applicò sopra dei tondi di tessuto nero. 

Apprendemmo che quella era la maschera di Pierrot, una specie di Pulcinella, ma più triste e francese.

Ho saputo solo anni dopo che la stoffa usata per quei vestiti era il raso di seta bianco del suo vestito da sposa.

Peccato. Oggi quell’abito avrebbe avuto un suo perché.

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