Il cane Leo era finalmente sistemato. Aveva trovato rifugio in una struttura specializzata a Poggibonsi e, per la prima volta in cinque anni di vita, poteva correre libero in uno spazio tutto per lui, senza catena. Un ettaro di terreno recintato, con una bella cuccia in legno e le volontarie che lo vezzeggiavano, lo accarezzavano e si preoccupavano che stesse bene.
Naturalmente il cane Leo non mordeva più e aveva cessato tutto all’improvviso di essere un cane pericoloso.
C’era comunque da sistemare la questione burocratica della proprietà, che risultava sempre a carico del cittadino straniero che lo aveva abbandonato. Su questo punto al rifugio erano un po’ nervosi. Però continuavo a ricevere brevi filmati del cane Leo che correva senza lacci, scondinzolava e, a suo modo, sorrideva, anche.
La questione burocratica si sarebbe sistemata qualche mese più tardi, con implicazioni anche spiacevoli per me, in quanto fui accusata dal proprietario di Leo di essere stata io ad insistere perché lui mi lasciasse il cane. Grazie alle moderne tecnologie però mi fu facile chiarire la questione e infine venni a sapere che il cane Leo non era solo libero di correre, ma lo era anche anagraficamente.
A quel punto però c’era da pensare ai gatti.
Ai tempi in cui il cane Leo faceva tremare il capanno ogni volta che andavo a portare loro da mangiare, avevo contato mamma gatta e tre gattini. Nel famoso pomeriggio dei dotti accanto al capezzale di Leo-Pinocchio, invece, i volontari ne avevano scoperto un quarto, il più timido, che se ne stava sempre nascosto in mezzo al ciarpame ammonticchiato nella casupola.
Il figlio dell’ex proprietario era venuto una volta a prendere degli attrezzi e mi aveva detto che con l’associazione dei gatti era cosa fatta. Mi fece il nome di una ragazza che conoscevo anch’io. La chiamai.
Lei mi disse, sbrigativa, guarda, se riesci a risolvere da sola ci fai un piacere, perché noi siamo piene fino al collo di gattini abbandonati.
E che ti pareva?
Comunque, i gattini andavano finiti di svezzare. Ogni giorno andavo giù e riempivo i piattini di umido e croccantini. Mangiavano come tribunali. Di bustine ne andavano via otto al giorno. I croccantini nemmeno si contavano. La gattina mamma, piccola e magrissima, probabilmente al suo primo calore con gravidanza annessa, era grigia, striata. I piccoletti erano anche loro striati, a parte uno a base bianca con un po’ di macchie qua e là.
Mangiavano tanto e crescevano, anche se continuavano a poppare.
Ogni tanto si affacciava un altro gatto grigio, un po’ più scuro, ma molto simile alla mamma anche come dimensioni. Si vedeva che aveva fame, ma non si lasciava avvicinare.
Cominciai a mettere un piattino apposta per lui sotto a una catasta di legna.
Quel pezzo di terreno era pieno di schifezze. Il precedente proprietario ci teneva anche un sacco di colombi viaggiatori, oltre al cane Leo. C’era immondizia ovunque. Ad ogni passeggiata riempivo sacchi di vuoti di birra e di vino, scatolette di latta che avevano contenuto pomodori o cibo per gatti. C’erano pezzi di legno pieni di chiodi, gabbie vuote, pezzi di rete arrugginita.
L’unica cosa bella, tra tutta quella immondizia, era un cespuglio di roselline che si arrampicava su un lato del capanno. Decisi che la gattina si sarebbe chiamata Rosellina.
Non appena i micini furono abbastanza grandi, misi un po’ di annunci per farli adottare. In poco tempo si fecero vivi ben due amici di Firenze, che ne presero tre. Rimaneva un quarto, che trovò casa a Poggibonsi.
Rosellina fu sterilizzata. Dopo l’operazione le feci passare la convalescenza in una specie di appartamentino ripostiglio su a casa mia dove resistette solo per un po’, prima di scappare per tornare giù nelle sue terre.
A quel punto ero io che dovevo scendere nel campetto tutti i giorni per darle da mangiare, cambiarle l’acqua, controllare come stava, se aveva zecche o altro.
Ogni tanto Rosellina spariva, anche per diverse settimane di fila, però poi ritornava sempre.
Intanto i suoi figliolini erano belli e stavano bene. Continuavo a ricevere le loro foto mentre crescevano forti e sani.
Un giorno, preoccupata perché non vedevo Rosellina da un bel po’, anche se continuavo a mettere cibo nei piattini che trovavo regolarmente svuotati, chiesi al vicino gentile se avesse visto per caso un gatto grigio.
Come no?, disse, viene sempre qui a mangiare. Eccolo lì.
Guardai e vidi che non era Rosellina, ma l’altro gatto, quello simile a lei ma un po’ più grosso e di un grigio più scuro.
Ha cominciato a venire ogni tanto e ora è sempre qui, disse il vicino. Mi viene dietro mentre fo i lavori, mi fa compagnia. L’ho chiamato Ugolino. È quello che cercava lei?
No, la mia è una femmina, più piccola e più chiara.
Ogni tanto sparisce, ma poi ritorna. Ora però sono un po’ preoccupata perché manca da troppe settimane.
Speriamo bene.
(3 – continua)
