L’impasse del cane Leo ebbe una svolta grazie all’invio di una Pec. La Pec, ho scoperto in questi anni, è una cosa magica. Quando non si vede una via d’uscita, all’improvviso apre nuove strade. È l’Apriti Sesamo della burocrazia. L’Halohomora dello scarica barile.
Se prima della Pec il caso del cane Leo era irrisolvibile, ci si doveva pensare, si doveva guardare e non si poteva fare, dopo la Pec tempo mezz’ora e fu tutta discesa.
Ero andata giù al campetto a portare da mangiare ai gattini, sempre pregando che il cane Leo non riuscisse a strappare la catena, quando vidi venire verso di me due vigili.
- L’ha scritta lei questa?
Era una stampa della mia Pec, spedita appena mezz’ora prima.
I vigili buttarono un occhio in giro per capire se la situazione era come l’avevo descritta, quindi si allontanarono annunciando che sarebbe tornato chi di dovere.
Verso le quattro e mezzo del pomeriggio, ero lungo la strada di casa a tagliare dei rami secchi, quando sentii il rumore di un motore.
In una manciata di secondi mi passarono sotto gli occhi l’automobile dei vigili, un’altra della Usl, l’ambulanza di Anpana. Viaggiavano tutti nella direzione del campetto del cane Leo.
Li raggiunsi.
In poco tempo l’area si era riempita di macchine. Vigili, veterinari, volontari.
Tutti lì per il povero cane Leo.
Intanto i cani dell’altro vicino, con tutta quella confusione, avevano cominciato ad abbaiare forsennatamente.
A turno qualcuno mi chiedeva informazioni su come stessero le cose. E io ripetevo.
Il cane Leo, sempre legato alla sua catena, guardava quel mondo nuovo che gli girava intorno.
Sembrava la scena dei dotti intorno al capezzale di Pinocchio morente. Ognuno diceva la sua, facendo arrabbiare qualcun altro.
I veterinari e i vigili si avvicinarono al cane Leo per vedere come fare a portarlo via da lì.
Si potrebbe addormentare.
Sì, ma chi paga? E poi ci vorrebbe un veterinario, disse il capo dei veterinari.
E io, ma scusi lei non è un veterinario?
Sì, ma io mi occupo degli aspetti burocratici.
Si potrebbe prendere col laccio, disse qualcun altro.
I volontari si opposero. Dissero, noi un cane così grosso e aggressivo non ce lo portiamo in ambulanza sveglio fino a Poggibonsi. Si scherza?
E per sottolineare meglio il concetto salirono sul mezzo e partirono.
Qualcuno li rincorse per convincerli a restare.
Mentre tutti discutevano, continuava il viavai di persone.
Arrivò la vicina di corsa per avvisarmi che stava per arrivare l’ambulanza dei volontari.
Arrivò uno dei proprietari di alcuni terreni con il nipote per controllare la pompa dell’acqua.
I cani dell’altro vicino, intanto, continuavano ad abbaiare, furiosi, aggiungendo caos a tutto quel marasma.
Il proprietario con il nipote cercò di zittirli con un comando secco, ma quelli niente.
A un certo punto arrivarono altri due vigili per il cambio turno con i colleghi.
Nel frattempo due ragazze con le gonnellone lunghe, armate di macchina fotografica e registratore, scattavano foto e parlavano con questo e quell’altro.
- Scusate, voi chi siete?
- Siamo due stagiste. Facciamo il tirocinio con Anpana per preparare una tesi sui soccorsi agli animali.
Le stagiste. A quel punto non mancava proprio più nessuno.
O forse sì.
Mancava un veterinario. Un veterinario operativo che potesse sedare il povero cane Leo.
Alla fine delle discussioni infatti sembrò che quella fosse l’unica strada percorribile per portare l’animale al rifugio senza rischi per lui e per le persone.
Fu trovato un medico disponibile che però, primo, doveva finire il lavoro nel suo ambulatorio, secondo, non aveva la minima idea di dove fosse il campetto del cane Leo.
La volontaria dell’Anpana mi chiese se potevo andare ad aspettarlo all’inizio della strada per guidarlo fino a lì.
Intanto le ore passavano e si erano già fatte quasi le otto di sera. Il cane Leo, in tutto quel marasma, aveva deciso che la cosa migliore per lui fosse quella di starsene tranquillo nella sua cuccia in attesa degli eventi. Poco male se quel suo modo di fare contrastava nettamente con l’immagine di cane aggressivo e mordace.
Quando finalmente arrivò il veterinario, anche lui con un assistente, il cane Leo sembrava la bestia più buona del mondo. Se ne stava tranquillo nella cuccia, col testone fuori e le zampone a ciondoloni, e guardava tutti con l’aria di non capire perché fossero lì a far confusione.
A un certo punto qualcuno mi chiamò, chiedendomi di farmi vedere dal cane Leo.
- Non so se è una buona idea. Quello si arrabbia quando mi vede. Mi ha anche morso.
- Infatti, ci serve proprio per quello. Sennò se si aspetta lui, qui si fa notte.
Non feci in tempo ad affacciarmi che il cane Leo balzò fuori dalla cuccia volando agguerrito verso di me, a fauci spalancate. Il veterinario, prontissimo, sparò la siringa che lo colpì al collo. Il cane Leo si accasciò.
Fu caricato su una barellina e portato nell’ambulanza, dove fu rinchiuso in una gabbia, pronto per partire alla volta di Poggibonsi.
(2 – continua)
